Festival Orlando
|“Daughters”, spettacolo coreografico e letterario che affronta relazioni ancora senza definizione
Sabato 11 e domenica 12 maggio al Festival ORLANDO la danza di Teodora Grano riflette sul tema della genitorialità non biologica, tentando di dare un nome ai rapporti relazionali per i quali non esistono ancora precisi riferimenti lessicali
Bergamo. “Mi chiamo Teodora, molte cose sono dipese da questo nome. Ci sono voluti molti eventi per costruire questo viso. Ho una figlia, ma non sono sua madre. E non abbiamo in comune nessuna parte del nostro corredo genetico. Sono io che le somiglio tantissimo. Quando ci chiedono cosa siamo, noi non sappiamo cosa dire. Ci guardiamo. E sorridiamo. Quel sorriso, è una parola segreta”.
Un lavoro sulla propria persona, un dialogo con i propri dati anagrafici che esplode nel confronto con l’altro, abbattendo le barriere, attraverso la performance. Un lavoro continuo che prova a tracciare una propria declinazione è “Daughters”, performance di Teodora Grano, che verrà proposto sabato 11 (16.00, 16.30, 17.00, 17.30) e domenica 12 maggio (16.00, 16.30, 17.00, 17.30) presso il Padiglione del Tè di Parco Caprotti, all’interno della programmazione di Festival ORLANDO.
Uno spettacolo di danza che, da una vicenda autobiografica, affronta il tema della genitorialità non biologica, delle relazioni per le quali non esistono ancora definizioni. “Mi sono chiesta spesso chi o cosa fosse un soggetto, a partire proprio da me stessa, interrogando i miei dati sensibili ed i miei documenti anagrafici – spiega l’autrice e performer Teodora Grano – Ho interrogato le sentenze che rispondono al nome, al cognome, alle misure del corpo, alla data di nascita. Avevo bisogno di approfondire questi temi, che normalmente tratteggiano l’identità attraverso confini molto definiti, per domandarmi quanto spazio possa esserci tra ‘essere un nome’ ed ‘avere un nome’. Sono partita da un soggetto, poi volevo trovare una scrittura che lo facesse divenire cassa di risonanza, avevo il desiderio che si muovesse, come un’eco, per poterlo poi far esplodere. Un confine che esplode nella relazione e si trasforma, diventando scheggia di esistenza. Nella relazione penso ci sia un gioioso fallimento del soggetto, che si dissolve, si espande, diventa movimento: nel mio sentire personale, la trasformazione è una chiamata costante”.
Dissolvenza ed espansione continue, che devono rimanere esercizio del quotidiano, in un bilanciamento continuo tra due campi gravitazionali diversi come l’oggetto performativo e l’esperienza della vita. “Nella mia relazione privata, di famiglia laterale, che esce dai confini dei documenti, noi continuiamo a lavorarci, non siamo ad un punto. Io sento che temi come questi hanno bisogno di stare nella pratica e nell’esercizio, il punto non è arrivare ad una definizione conclusiva”. Una pratica che, per Teodora Grano, nasce a partire da un’esperienza personale. “La questione che ha innescato i miei pensieri è stata una lacuna linguistica, una parola mancante – spiega la performer – . Manca la parola per definire il grado di parentela, una porzione di silenzio che si è man mano dilatata ed ha dato vita alla performance”.
Una performance, “Daughters”, in cui una concezione univoca dell’essere figlie viene messa in discussione anche grazie all’unione di scrittura letteraria e coreografica. “Nella mia esistenza, sono sempre stati due aspetti fondamentali. – spiega Teodora Grano – La performance nasce proprio dal desiderio di lavorare su forme di relazione possibili, trattandole come due corpi a tutti gli effetti. La parola è sviluppata come un corpo che può essere incluso dentro un pensiero coreografico. Per me poi la scommessa di questa relazione è nella consegna stessa, perché si svolge tutta nello sguardo di chi osserva. Esiste una sincronia molto forte di questi due corpi insieme che chiede agli occhi di prendere delle decisioni, di creare dei fermo-immagine, di riunire dei frammenti. Questa riunione può essere compiuta solo da chi osserva dall’esterno. È una relazione che consegno con la possibilità di prendere delle decisioni”. Una ricerca allo stesso tempo testuale e performativa, chiamata “textuality”, dall’unione di “text”, testo, e “sensuality”, sensualità. “Sto indagando lo spazio di ricerca dell’ambiguità del senso inteso come significato e come percezione. Nel mio piacere speculativo, mi alleno spesso nel domandarmi ‘che succede se scrivere diventa un organo di senso? Cosa succede ad allenare la percezione attraverso la scrittura e cosa succede alla scrittura?”.
Un doppio livello di scrittura “punk”, con la scrittura testuale che esce dallo spazio assegnatogli per spostarsi “in una confluenza di elementi fuori da uno spazio legittimo o legittimato”, andando oltre il foglio bianco e lo spazio testuale della pagina. Riflessione sulla forma che si accompagna poi a quella sul messaggio. “Se entriamo poi in un discorso legato alla questione della società, nello specifico della questione di cui sto trattando, è presente un percorso inverso di legittimazione dei rapporti relazionali, per il quale serve una riscrittura. La questione delle relazioni è una questione legata al rendersi responsabili in maniera reciproca l’una dell’altra. Nell’intimità della relazione, questo avviene già, c’è bisogno anche che sia riconosciuto dalla legge”. Un riconoscimento giuridico che, come sul versante anagrafico, ufficializza ciò che già esiste, a partire da un semplice sorriso che indica già relazione.


