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A “Orlando” la danza collettiva come protezione e crescita
Festival Orlando (foto Carlo Valtellina)

Presentate le performance “Cocoon” di Masako Matsushita con le Dance Well Dancer di Bergamo e “Tender is the Night” con il progetto artistico Over60 e gli adolescenti di Sguardi di un certo genere

Bergamo. Un abbraccio protettivo ed allo stesso tempo generativo, in una danza che, nella condivisione, si fa mezzo per la crescita personale e collettiva. Un abbraccio che, nel tema delle connessioni e della pluralità delle relazioni dell’undicesima edizione di Festival ORLANDO, ha caratterizzato le performance presentate domenica 5 maggio alla Sala dell’Orologio di Palazzo della Libertà.

Un abbraccio tra “opere d’arte danzanti” è stato quello messo in scena in “Cocoon” dell’artista italo-giapponese Masako Matsushita, assistita da Beatrice Bresolin, che ha fatto dialogare tra loro “con il corpo” le partecipanti del Progetto Dance Well – Ricerca e Movimento per il Parkinson di Bergamo, una pratica artistica di espressione libera del corpo, nata per persone con Parkinson aperta poi a tutti in modo trasversale. Uno studio sul corpo che possa generare comunità, a partire proprio dall’energia presente in ogni singola persona. Un’energia che “sboccia” dall’interno di ogni corpo, invitato ad interagire con lo spazio circostanze per poter rinnovarsi. Masako Matsushita, già presente in sala, accoglie gli spettatori con una musica da milonga che si interrompe nel contatto con il terreno, in un cambio di posizione che si scioglie già nel rapporto con il pubblico. Rimane il silenzio, mentre entrano le undici protagoniste, subito immerse nello studio dello spazio, una ricerca di confidenza all’interno di una sorta di liquido amniotico, l’acqua (immaginaria) di una piscina contaminata. Il nome dello spettacolo riprende infatti quello dell’omonimo film di Ron Howard, dove una comunità di anziani ringiovanisce grazie all’acqua di una piscina che “ospitava” misteriosi bozzoli extraterrestri. Alcune note di chitarra in loop dividono la nascita di “fiori di energia” (da coltivare prendendosene cura) all’interno delle danzatrici da un primo confronto con l’esterno, un movimento dall’alto verso il basso, un passaggio di transizione verso altro. Una riflessione sul sé che getta le basi per il proprio futuro, una nuova nascita che si scioglie in un abbraccio, un ultimo atto di protezione collettiva fino ad una nuova mutazione. Un nuovo passaggio che ha come elemento necessario il movimento che, come ricordato dalle danzatrici (splendide per affiatamento comune e capacità di padroneggiare la scena) al termine della performance, diventa atto necessario di liberazione per una piena espressione di sé.

Una crescita collettiva che passa anche dal riconoscimento e dall’auto-affermazione, pure nel buio di una notte che si mostra “tenera”. “Tender is the Night” è l’azione performativa che ha visto protagonisti il progetto Over60 (indirizzato a donne over 60 e condotto da Silvia Briozzo e Barbara Boiocchi) ed il gruppo di adolescenti di Sguardi di un certo genere (laboratorio formativo e performativo rivolto a persone adolescenti e giovani, condotto da Lucio Guarinoni e Sara Luraschi), un’azione corale che ha riflettuto sulle diverse declinazioni dello stare nel buio. I performer, già immersi nell’oscurità ad inizio spettacolo, si presentano vicini tra loro al centro della scena: le uniche luci presenti sono quelle di piccole torce. Luci che passano di mano in mano, mentre i protagonisti si muovono nell’esplorazione di ciò che li circonda. Il buio continua, il buio della paura e dell’indecisione, da affrontare con piccole luci, come quelle presenti sul microfono al centro della scena, ideale cassa di risonanza per esplorazioni, condivisioni e sogni di presente e futuro. La notte crea interrogativi, ma allo stesso tempo avvolge, diventa paura ed il suo antidoto. La parola si fa dichiarazione esplicita di movimenti centrifughi che esplorano il corpo e ciò che lo circonda. Movimenti a terra, poi eretti, fino all’esplorazione dell’altro. Anime che, attraverso le luci, prendono coscienza di sé e di ciò che le circonda, si allenano a stare al buio, che le avvolge nella vergogna, ne fanno il proprio habitat, ma anche punto di partenza verso altro. “Guarda che luna, guarda che mare – il canto -, in questa notte senza te vorrei morire”. La luce diventa segnale esplorativo e guida, verso una nuova esplorazione del corpo nell’incontro con l’altro, verso l’amore. Incontri timidi, incerti, che fanno tentennare, ma che sembrano liberarsi nella conoscenza reciproca. La notte enigmatica e tentennante si sposta da una dimensione temporale ad una spaziale, un riferimento temporale che diventa spazio concreto per i timidi incontri, una pausa asettica che diventa vita. Uno spazio ed un tempo che cambiano grazie al confronto con l’altro: “ho cercato di fare compagnia alla notte e lei, grata, mi ha ridato la luce”.