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Connessioni nuove e cura verso l’altro. Inaugurata l’undicesima edizione di Orlando
Photo Carlo Valtellina

Venerdì 3 maggio, negli spazi di Piazza della Libertà, è stato inaugurato il festival attraverso due performance che hanno interrogato il pubblico sulla possibilità di percorsi inediti

Bergamo.“A little more than kin, and less than kind” (“Meno parentele e più premura verso l’altro”). Risuonano, in loop, queste parole dall’Amleto di Shakesperare, venerdì 3 maggio, all’interno della Sala dell’Orologio in Piazza della Libertà, durante l’inaugurazione dell’undicesima edizione di Festival Orlando.

Un loop sonoro che è stato traccia di “Chthulucene. L’umana parentela” del collettivo T¥RSO, un concerto d’improvvisazione che ha visto protagonisti Alexandra Lagorio alla chitarra elettrica e Luca Barachetti alla carriola preparata. Un duo che ha generato un vero e proprio dialogo sonoro, quasi in forma di rituale, che ha saputo declinare in varie forme la visione di Donna Haraway rispetto a creature interconnesse in configurazioni aperte, capaci di generare parentele (alla base di questa edizione del festival Orlando).

Barachetti si avvale di oggetti d’uso comune e ne fa mezzo espressivo, attraverso la carriola preparata che diventa a sua volta generativa di suoni a diversi livelli. Il soffio in una bottiglia, piccoli oggetti quotidiani lanciati all’interno della carriola, a sua volta sfiorata o percossa, con le mani o altri oggetti: rumori spesso campionati in un loop sonoro che invade la sala. Una necessità generativa sempre in dialogo con i suoni melancolici della chitarra elettrica di Alexandra Lagorio. Una connessione che parla di relazioni, suono tentacolare che da un mondo infetto passa alla descrizione dei mostri fantastici dello Chthulucene, una riflessione sull’uomo che possa ridelinearsi verso una creatura tentacolare, capace di generare relazioni e parentele inconsuete. “Generare parentele significa generare persone, non necessariamente intese come individui o esseri umani”. Risuonano le parole di Donna Haraway (da “Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto”), mentre le corde della chitarra vengono percosse ed anche la voce diventa mero suono, ulteriore strumento da campionare in loop. Una voce, chiara, arriva da un altro spazio, con i versi di Barachetti che risuonano: “che cosa posso dare al mondo / se non ricompostarmi nel garbuglio / di tutti gli humus sinaptici e ventrali / nel noi che imparentando genera / la scorza tenera e l’intruglio / di un mondo nuovo / altro mostro nostro. / che cosa posso dare al mondo”. Un quesito che ritorna anche con le parole di Shakespeare, in un loop che sembra estendersi oltre i confini generati dal landscape sonoro del duo. Poi la chiamata all’azione, un’ “azione di filo” che vede il duo passare tra il pubblico, connettendo le persone presenti attraverso un filo, una connessione che muove i suoi tentacoli, generando relazioni tra i presenti. Un esercizio semplice ma d’impatto, espressione tattile e visiva della performance sonora, che si conclude con l’interdipendenza fattuale ma necessaria tra i presenti, esplicitata, sul finale, dalle parole dello stesso Barachetti: “adesso siete tutti, realmente, interdipendenti l’uno dall’altro”.

festival orlando 2024Photo Carlo Valtellina

Una “parentela umana” che ha inaugurato al meglio il festival Orlando, che nell’arte performativa ha sempre trovato uno dei suoi punti di ricerca. Un lavoro non semplice ma necessario, come sottolineato anche da Elisabetta Consonni, nuova direttrice artistica di Orlando: “Non è semplice fare un festival di arti performative in questo contesto geopolitico. Vogliamo continuare a lavorare affinché i diritti delle minoranze diventino istanza di tutti, vogliamo essere laboratorio per ciò che non si è ancora immaginato nel mondo”.

Riflette poi sulla discriminazione subita dalle persone sorde “Je Vous Aime – una performance per gli udenti”, messa in scena nell’Auditorium di Piazza della Libertà da Diana Anselmo insieme a Sara Pranovi.

Uno spettacolo che ha messo in risalto l’anti-storia che esiste nonostante l’audismo, il fonocentrismo ed il linguicismo con i quali, di fatto, è stata imposta alle persone sorde un’unica forma di comunicazione, ostacolando la Lingua dei Segni, riconosciuta in Italia solo nel 2021. Attraverso una lecture-performance multimediale di storytelling, slide, video-testimonianze in Lingua Italiana dei Segni (LIS) e Visual Sign (forma poetica delle lingue dei segni), Diana Anselmo e Sara Pranovi hanno messo in scena un racconto di discriminazione che ha visto le autorità protagoniste nel bloccare consapevolmente un possibile percorso di crescita per tutte le persone sorde.

La performance passa dal metodo di linguaggio gestuale, con vari segni convenzionali, fondato nel Settecento dall’abate Charles-Michel de l’Épée, fino allo stop del Congresso di Milano del 1880, che, con l’intento di tracciare un futuro dell’educazione delle persone sorde, sancisce il primato della lingua orale, abolendo le lingue dei segni europee. Una decisione che ebbe un effetto devastante sulla comunità sorda, costretta ad imparare solo con metodi orali (mentre il linguaggio segnante veniva ostracizzato e raramente utilizzato). Una frase d’affetto come “Je Vous Aime” (che dona il titolo alla performance), diventa poi simbolo della nuova discriminazione. Nel 1891 Georges Demenÿ inventa il fonoscopio, strumento che, per la prima volta, riesce a proiettare un’immagine in movimento: in un corto di un secondo, si vede Demenÿ mentre pronuncia la frase “Je vous aime”.

Un film di un secondo, che nasce con il dichiarato intento di addestrare lə bambinə sordə a leggere il labiale ed a imparare a parlare, racchiuso nel piccolo spazio di due dita, che racconta di una storia secolare dove la parola ha mantenuto il primato sul segno e dove le istituzioni, consapevolmente, hanno fallito nel loro intento, condannando così le persone sorde ad un’ennesima discriminazione. Una distinzione che traspare dalle parole e dai gesti delle due protagoniste, che hanno fatto della LIS e della sua forma poetica strumento di comunicazione e di riscatto, mentre il silenzio “assordante” avvolge il pubblico durante tutta la performance. Un silenzio che interroga il singolo, di fronte alle discriminazioni spesso taciute, ma che, purtroppo, rimangono ancora oggi.

Un silenzio che riflette sul principio di tutto, che tradizionalmente origina dal verbo, ma che forse necessita di narrazioni nuove.