L’economia è in buona salute: l’inflazione sta diminuendo, il mercato del lavoro si sta riequilibrando
La cosa più sorprendente è la fiducia che le famiglie, le imprese e i mercati mostrano nei continui progressi sull’inflazione. Nell’indagine del Michigan, le aspettative di inflazione a cinque anni sono scese al 2,9% a gennaio, il valore più basso da dicembre 2020

Settimana moderatamente positiva con l’indice FTSE MIB che chiude con un +0,7%, dopo due ottave negative. In contrazione del 2% e dello 0,5% rispettivamente gli indici delle piccole e medie imprese, FTSE ITALIA STAR e il FTSE ITALIA GROWTH. Settimana in cui gli investitori Europei hanno visto rafforzare le proprie aspettative di un taglio dei tassi a breve (probabilmente a giugno), dopo le parole del presidente e del capo economista della BCE. Ma settimana in cui dall’altra parte dell’oceano l’economia USA ha continuato a mostrarsi forte portando gli investitori a ricalibrare le aspettative di crescita dei mercati finanziari su due tagli dei tassi entro la fine dell’anno (la Fed nell’ultimo meeting e prima degli ultimi dati di inflazione ne ha indicate tre), di cui il primo a settembre.
BCE che dovrebbe quindi ridurre i tassi prima della Fed. Se così sarà, la mossa rafforzerebbe il dollaro rispetto all’euro favorendo l’export dell’Europa, ma contemporaneamente comporterebbe un aumento dell’inflazione importata. Di solito, poi, un rafforzamento del dollaro sfavorisce il prezzo dell’oro.
Settimana che ha visto inoltre un aumento del rischio complessivo richiesto dagli investitori causato dalla ripresa delle tensioni geopolitiche. Tale incremento è stato per il momento contenuto. Ricordiamo che il maggior rischio richiesto dagli investitori si accompagna ad un aumento del rendimento richiesto che, a parità di tutte le altre condizioni, può essere realizzato solo comprando a prezzi minori.
Tra i titoli migliori troviamo in pole position Campari con il 5,8%, dopo l’approvazione dei risultati di bilancio pubblicati la scorsa settimana, l’approvazione di un dividendo in crescita dell’8,3% rispetto all’esercizio precedente e l’autorizzazione di procedere all’acquisto di azioni proprie.
Seconda posizione per la Banca Popolare di Sondrio (5,5%) dopo la conferma del rating “BBB” al termine del processo di revisione annuale del giudizio Scope Ratings, grazie alla forte performance operativa registrata recentemente dalla banca, insieme alla capacità di essere rimasta profittevole in tutte le fasi del ciclo economico.
Medaglia di bronzo per Diasorin (+4,7%). Gli investitori hanno ricominciato a guardare al titolo, dopo la guidance rilasciata a metà marzo, soprattutto alla luce della flessione del prezzo di oltre il 14% in poco meno di un mese. Diasorin prevede di chiudere il 2024 con ricavi (escluso il contributo da COVID) in crescita tra il 5% e il 7% e un Ebitda margin rettificato tra il 32% e il 33% (33% e 25% a cambi costanti nel 2023).
Peggior titolo della settimana Saipem, sceso del 7,1% nonostante l’autorizzazione a procedere con l’esecuzione del progetto di sviluppo del giacimento petrolifero Whiptail, situato al largo della Guyana. Per Saipem le attività prevedono l’ingegneria di dettaglio, l’approvvigionamento, la costruzione e l’installazione di un impianto di produzione sottomarina. Il valore del contratto è compreso tra 750 milioni e 1,5 miliardi di dollari.
Negativa (-6,6%) anche STM sull’attesa dei risultati del 1Q24 che saranno resi noti il prossimo 24 aprile. Ricordiamo che nel gennaio scorso la guidance rilasciata dal management per il 1Q24, che prevedeva ricavi netti a $3,6 miliardi di dollari, in flessione del 15% rispetto all’anno precedente, e un margine lordo al 42,3%, non aveva del tutto convinto gli analisti.
In negativo (-4,3%) anche Interpump, con gli investitori che vedono un aumentato rischio per il business a seguito della situazione geopolitica.
L’economia statunitense è sana e la stabilità dei prezzi è in vista. Ma il progresso non significa vittoria. Permangono infatti notevoli incertezze e rischi. Non c’è dubbio che le cose vadano meglio. Ma occorre che la Fed abbia maggiore confidenza che l’inflazione sia effettivamente sotto controllo. E questo comporta che la sostenibile stabilità dei prezzi e la piena occupazione, lavorino insieme in un equilibrio duraturo. I passi fatti sono stati notevoli, ma crediamo che ci sia ancora molto lavoro da fare per mantenere questo impegno.
Sul fronte dei progressi, è utile ricordare come solo rispetto ad un anno fa l’economia si trovi in buona salute: l’inflazione sta diminuendo, il mercato del lavoro si sta riequilibrando e molte delle turbolenze post-pandemia si stanno attenuando.
Gran parte della storia dell’inflazione è stata legata all’offerta, dovuta alle strozzature delle reti globali di produzione, stoccaggio e distribuzione che sono gradualmente tornate alla normalità. Le sorprese sul lato dell’offerta, per così dire, sono state le notizie positive sul lavoro e la produttività. Sfidando tutti i pessimisti, i lavoratori statunitensi nel pieno dell’età lavorativa sono tornati al lavoro lo scorso anno, comprese donne e madri. Ciò ha portato la partecipazione dei giovani al livello più alto degli ultimi due decenni. La partecipazione alla forza lavoro è aumentata per i lavoratori in età più giovane fino alla metà del 2023, raggiungendo un massimo storico per le donne e raggiungendo il picco pre-pandemia per gli uomini. Allo stesso tempo, abbiamo assistito ad un’impennata dell’immigrazione. La quota di persone nate all’estero nella forza lavoro statunitense ha raggiunto un nuovo massimo nel 2022, al 18,1% (Bureau of Labor Statistics 2023). Entrambi questi sviluppi hanno aumentato la disponibilità di manodopera.
Ma non solo i lavoratori sono cresciuti, ma sono anche diventati più produttivi. La crescita della produttività ha registrato infatti un’accelerazione notevole lo scorso anno (+2,7%), superando la tendenza pre-pandemia, stimata tra l’1 – 1,25%. Insieme, questi sviluppi dell’offerta hanno allentato la tensione del mercato del lavoro e hanno contribuito ad avvicinare l’inflazione salariale, che rimane tuttavia ancora elevata, ad un livello più coerente con l’obiettivo di inflazione del 2% (si stima che tale livello sia pari a circa il 3%).
Ma forse la notizia migliore riguardo al calo dell’inflazione è che l’offerta non è stata l’unica storia. Il miglioramento è venuto anche da un graduale rallentamento della domanda, parte su cui influisce direttamente la politica monetaria. Secondo diverse analisi, circa due terzi del calo dell’inflazione core nel 2023 sono stati resi possibili dalla dinamica della domanda.
Chiaro che a questo punto la domanda d‘obbligo diventa: dobbiamo aspettarci che questo trend continui? Le prospettive di numerosi analisti sembrano dire di sì (si vedano, ad esempio, gli indicatori economici Blue Chip di febbraio/marzo 2024).
La cosa più sorprendente è la fiducia che le famiglie, le imprese e i mercati mostrano nei continui progressi sull’inflazione. Nell’indagine del Michigan, le aspettative di inflazione a cinque anni sono scese al 2,9% a gennaio, il valore più basso da dicembre 2020 e all’interno dell’intervallo compreso tra 2,3% e 3,0% registrato durante i due anni precedenti la pandemia.
Ci sono dei rischi in questo scenario? Ovviamente si e sono diversi. Fra tutti ne citiamo due: il rallentamento dell’inflazione e le fragilità del mercato del lavoro.
Per quanto riguarda l’inflazione, c’è il rischio che gli sviluppi positivi dell’offerta che abbiamo osservato lo scorso anno possano essere difficili da sostenere. Inoltre, la partecipazione alla forza lavoro dei lavoratori in prima età è vicina ai massimi storici e, con il raffreddamento del mercato del lavoro e il rallentamento degli aumenti salariali, potremmo non vedere ulteriori contributi provenienti da questo gruppo. Anche il grande afflusso di lavoratori nati all’estero potrebbe rallentare, limitando ulteriormente la crescita della forza lavoro.
Lo stesso vale per la crescita della produttività. È altamente incerto se continueremo a vedere i forti numeri dello scorso anno. È vero che ci sono molte ragioni per essere ottimisti, ma le tendenze della produttività sono notoriamente difficili da prevedere e, a questo punto, non possiamo esserne sicuri. E poi, naturalmente, viviamo in un mondo dinamico e ci sono sempre nuovi shock all’orizzonte, come le interruzioni nel Mar Rosso e nel Canale di Panama e non da ultimi i due conflitti in atto.
Dal lato della domanda invece, lo slancio rimane un rischio, soprattutto tra i consumatori. Ci siamo ripetutamente aspettati che la spesa rallentasse, solo per sbagliarci. Tuttavia il continuo slancio economico che supera l’offerta disponibile rimane un rischio per le prospettive di inflazione.
Ma un rallentamento dei progressi sull’inflazione non è l’unico rischio che affrontano i mercati e gli investitori. Anche il mercato del lavoro potrebbe vacillare. Vorremmo però essere chiari: non lo vediamo in questo momento. Finora, le condizioni del mercato del lavoro si sono allentate senza un aumento della disoccupazione. In termini tecnici, stiamo scivolando lungo la parte ripida della curva di Beveridge, dove i cambiamenti nella domanda di lavoro riducono i posti vacanti senza ridurre i posti di lavoro e spingono verso l’alto la disoccupazione. Man mano che il tasso di posti vacanti si avvicina alla media pre-pandemia, queste condizioni favorevoli potrebbero finire e il compromesso tra il calo della domanda di lavoro e la disoccupazione potrebbe diventare più netto.
Abbiamo detto all’inizio che rimane un po’ di strada da fare. Per finire il lavoro ci vorrà però anche del coraggio. La Fed dovrà resistere alla tentazione di agire rapidamente quando è necessaria pazienza, ed essere pronta a rispondere con agilità all’evoluzione dell’economia. Questa non è una situazione nuova per la Fed o per qualsiasi banca centrale.
L’incertezza è un fatto della vita. L’economia raramente segnala esattamente dove sta andando.
Antonio TognoliHo iniziato a lavorare come analista finanziario nel 1983, occupandomi di economia e politica economica e nel frattempo mi sono laureato in scienze bancarie, finanziarie e assicurative. Oggi mi occupo di analisi macroeconomica all’interno di Corporate Family Office – CFO SIM. Giornalista pubblicista, docente ai corsi post laurea de “24Ore Business School” e dell’Associazione Italiana per l’Analisi Finanziaria – AIAF e co-autore del libro Analisi Finanziaria e Valutazione Aziendale, a cura di Franco Pedriali.


