L'intervento
La rivoluzione digitale sta cambiando il capitalismo e l’organizzazione del lavoro
Oggi, il capitalismo sta cambiando e assume e ingloba al suo interno, come ha sempre fatto nel corso della storia, i ritrovati tecnologici e questo obbliga ad affrontare in modo nuovo e negoziale il tema dell’organizzazione del lavoro
La nostra attenzione deve necessariamente concentrarsi sul tema drammatico e sconvolgente delle guerre che stanno trasformando l’ordine mondiale generando una situazione di grande facendo
disordine e fanno emergere la convinzione che la pace resta l’unica possibilità di un nuovo ordine.
Avendo scelto come priorità l’impegno per la Pace e incamminandomi a fatica sui sentieri della nonviolenza, sono anche obbligato a riflettere su cosa succede nelle nostre società e nell’organizzazione del lavoro anch’essi sottoposti a grandi tensioni e trasformazioni. Oltre le guerre esiste un altro fenomeno che sta incidendo sulla nostra vita e sugli equilibri mondiali. L’epicentro di questa mutazione è senza dubbio la rivoluzione digitale. Le guerre e l’emergere del digitale evidenziano plasticamente il nostro essere gettati in un cambio d’epoca, in cui si sta compiendo una trasformazione e una frattura con il passato, ed è in questa incrinatura che siamo oggi collocati e in cui si manifestano due fenomeni: l’esaurirsi di un modello culturale con il suo contenuto di visioni della realtà e sull’umano e il sorgere di nuove visioni sull’uomo e sulla realtà che sta cambiando il nostro modo di vivere, di lavorare, di comunicare.
Ed è proprio la consapevolezza di questi mutamenti e il formarsi anche a seguito delle scoperte scientifiche che ci hanno collocati in una nuova visione del cosmo e della materia che dobbiamo
porci domande radicali. Partendo dalla mia esperienza di vita e di impegno sociale e di avere cercato come sindacalista di rappresentare le questioni del lavoro che non posso esimermi dall’interrogarmi sulle questioni economiche e affrontare il tema del capitalismo. Rendendomi conto che usare il termine capitalismo crea problemi e accuse di ideologismo, ma non posso ignorare che da ormai tre secoli questo è stato il modello di economia, di gestione delle imprese e che ha fortemente condizionato la politica, le democrazie e l’insieme del mondo.
La rivoluzione digitale sta cambiando il capitalismo e l’organizzazione del lavoro.
Ci troviamo ormai collocati nel mezzo di un progresso tecnologico di nuova qualità e pervasività: le rivoluzioni nell’archiviazione, nell’elaborazione e nella disponibilità dei dati (big data), la
crescente diffusione e messa in rete di dispositivi digitali tra produttori e consumatori e gli algoritmi intelligenti stanno producendo una nuova organizzazione del lavoro che sta modificando i
tratti dell’offerta e della domanda di lavoro condizionata da fattori economici sempre più flessibili e rapidamente programmabili, nuovi servizi e robot industriali, nonché nuovi processi produttivi e una riorganizzazione delle catene di fornitura e di servizio tra clienti, produttori e fornitori.
Attualmente, il potenziale economico della digitalizzazione viene discusso soprattutto con la parola chiave “Industria 4.0” e con recenti aggiunte su 5. 0. Non è affatto scontato che le trasformazioni economiche decisive avverranno solo nel settore industriale. La digitalizzazione dell’economia interessa potenzialmente tutti i settori della produzione, del commercio, dei servizi e tutti i segmenti del mercato del lavoro e può quindi servire da base per valutazioni fondate sulle possibili trasformazioni del capitalismo contemporaneo.
Tuttavia, la discussione e l’analisi sulla creazione di valore e sull’occupazione dice poco sulla natura concreta del lavoro, sui processi lavorativi, sull’uso della forza lavoro, sullo sviluppo del
mercato o sui rapporti di potere.
Il processo di digitalizzazione del lavoro attraversa i confini consolidati tra settori e industrie.
Trasforma anche il lavoro in tutte le sue sfaccettature, cambia le strategie imprenditoriali, le opportunità di lavoro, le politiche organizzative, le filiere produttive e i rapporti di lavoro. Nessuno
può sapere cosa porterà effettivamente il futuro. Se tuttavia ci interroghiamo su come potrebbe essere un “capitalismo digitale”, allora non entriamo nel regno della pura speculazione, ma
dell’analisi concreta. Da un lato, il capitalismo digitale esiste già e opera sul mercato globale; dall’altro canto, elementi secondari del suo sistema si irradiano in molti ambiti diversi
dell’economia senza creare immediatamente modelli di produzione completamente nuovi.
Gli smartphone sono uno degli artefatti che da tempo è entrato a far parte della vita lavorativa di tutti i giorni come i computer portatili. Più ci si addentra nell’analisi e nella riflessione ci si rende
conto che la digitalizzazione non è processo tecnologicamente neutro e che non solo segue il progresso tecnico, ma anche il risultato di negoziati sociali e politici, e che spesso viene asservito
alla ricerca del maggior profitto.
Il più delle volte i lavoratori dipendenti diventano soggetti passivi complementari della digitalizzazione. Non credo si possa accettare questo determinismo ma attivare azioni che possono
condizionare e orientare il potere delle nuove tecnologie: influenzandole a diversi livelli tramite gli accordi aziendali, contrattandone l’introduzione e l’uso.
Il problema delle nuove tecnologie e dell’introduzione del digitale nella sfera lavorativa non riguarda solo la regolamentazione dell’alto ma anche come si sviluppano da parte del sindacalismo
strategie di intervento “dal basso “capaci di rispondere alla polarizzazione del mondo del lavoro, innescando anche processi di resistenza e di auto-organizzazione. La mia esperienza del lavoro in
fabbrica mi ha mostrato come gli operai, in pieno regime tayloristico, erano comunque in grado di sviluppare una gestione alternativa dell’attività lavorativa diversa da quella imposta dalla azienda
consentendo di lavorare meglio, con meno sforzo e subordinazione.
Ho parlato e discusso con diversi lavoratori di queste questioni, che non mi hanno manifestato opposizioni pregiudiziali alle nuove tecnologie, ma solo di non volere sottostare all’anonimo
controllo algoritmico dell’agire e dei compiti per evitare la degradazione del senso e significato umano del lavoro e a una riduzione dell’occupazione.
Il controllo algoritmico e la semplificazione del lavoro attraverso istruzioni digitali toglie la possibilità di un apporto soggettivo e partecipativo delle lavoratrici e dei lavoratori. Si viene a
creare una nuova forma di alienazione che va combattuta per evitare che emerga una nuova servitù. Il sindacato, le lavoratrici e i lavoratori e la politica dovrebbero garantire modalità di lavoro
situazioni socialmente, ecologicamente ed eticamente accettabili. Si tratta di ridefinire una nuova politica del lavoro che valorizzi e accetti la capacità e della creatività umana.
Il capitalismo digitale offre anche l’opportunità di utilizzare l’analisi di grandi quantità di dati nell’interesse del bene comune, ad esempio per “stabilire riforme circolari” dell’economia. In linea
di principio, tuttavia, le opzioni di controllo basate sui dati dei mercati privatizzati potrebbero essere utilizzate anche per gli obiettivi di un’economia sostenibile.

* Savino Pezzotta, bergamasco, sindacalista e politico italiano, è stato segretario nazionale della Cisl


