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In Borsa soffrono i titoli del settore energetico, la BCE lascia fermi i tassi
Lagarde (Foto X)

La politica monetaria influenza l’inflazione con ritardo. E questo è noto. Sebbene i tassi di interesse di mercato reagiscano rapidamente quando la Fed aumenta il tasso sui fondi federali, gli effetti sull’inflazione sono più lenti e indiretti

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Settimana ancora negativa dopo i dati sull’inflazione (CPI) e i prezzi alla produzione (PPI) degli Stati Uniti, entrambi ancora troppo elevati agli occhi della Fed rispetto all’obiettivo del 2% di inflazione. Solo il 26% degli investitori si attende ora che la Fed riduca i tassi a giugno (erano il 56% prima dei dati).

Il meeting della BCE non ha riservato sorprese, lasciando fermi i tassi per la quinta volta dopo 10 rialzi consecutivi. Le novità, se vogliamo, sono che la Lagarde ha ribadito l’indipendenza dalla Fed e ha lasciato intendere che il meeting di giugno potrebbe essere quello in cui i tassi verranno ridotti.

Il FTSE MIB ha lasciato sul campo lo 0,7% nella settimana, così come il FTSE ITALIA GROWTH che rappresenta l’indice delle PMI. Più pesante invece il FTSE ITALIA STAR (-1,4%) a conferma della crescita del premio per il rischio richiesto dagli investitori.

A livello di titoli, notiamo come tutti i primi tre sono rappresentati dal settore energetico. Le ragioni crediamo siano sostanzialmente riconducibili sia al peggioramento dello scenario geopolitico (leggi il warning lanciato dagli Stati Uniti circa la possibile rappresaglia dell’IRAN) che sostiene il prezzo del petrolio, sia dalla flessione attesa dei tassi di interesse in Europa che favorisce i titoli del settore energetico. Saipem fa meglio di tutti con un +8,5%, seguita da Erg con il 4,7% e A2A con il 4,1%.

Tra i peggiori troviamo in prima posizione Iveco (-8,5%). Al mercato continua a non piacere la guidance per il 2024 rilasciata dalla società il 15 marzo scorso e che prevede una crescita del fatturato del 4% (5% la precedente stima) pur con una marginalità in crescita rispetto alle stime precedenti. In seconda posizione Leonardo, che lascia sul campo il 4%, trascinata al ribasso insieme a tutto il comparto della difesa dopo il report di Goldman Sachs che pone degli interrogativi sul fatto che la fase del ciclo della difesa sia arrivato alla fine. In particolare i broker vedono maggiori rischi di ribasso che di rialzo per le valutazioni borsistiche del settore. In flessione anche Moncler (-2,5%): Grinta ha notificato il recesso da Double R, società che controlla il 23,7% del capitale di Moncler e che è controllata da RPH (holding di Remo Ruffini, con il 66,7% del capitale). A gennaio il recesso era stato esercitato anche da Venezio Investments, controllata da Temasek, il fondo sovrano di Singapore. Ora quindi Grinta entrerà in possesso di azioni Moncler, che potrebbero quindi essere successivamente vendute sul mercato. Il rischio è quello di overhang, ovvero quando grossi quantitativi di azioni di una società vengono immesse sul mercato.

Dopo aver portato i tassi di interesse a livelli storicamente molto elevati, era lecito attendersi che l’inflazione crollasse. È vero che sia negli Stati Uniti che in Europa questa è scesa dai picchi massimi, ma i prezzi non stanno scendendo (deflazione), ma continuano a salire anche se con minore forza (disinflazione). Questo è vero soprattutto negli Stati Uniti, dove la crescita dei prezzi è ancora ben al di sopra dell’obiettivo del 2% della Fed (3,5% a marzo). Occorre quindi meglio capire quanto velocemente gli aumenti dei tassi influiscono sull’inflazione.

La politica monetaria influenza l’inflazione con ritardo. E questo è noto. Sebbene i tassi di interesse di mercato reagiscano rapidamente quando la Fed aumenta il tasso sui fondi federali, gli effetti sull’inflazione sono più lenti e indiretti. Tassi di interesse ufficiali più elevati aumentano i costi di finanziamento, rallentano gli investimenti e la domanda complessiva, il che alla fine allenta la pressione sui prezzi. Comprendere i tempi e la forza di questo meccanismo è fondamentale per calibrare la politica monetaria.

Le analisi hanno mostrato che non tutti i prezzi dei beni e dei servizi reagiscono allo stesso modo alla variazione della politica monetaria. Per esempio, i prezzi dei prodotti alimentari e dell’energia, che sono esclusi dall’inflazione core ma inclusi nell’inflazione complessiva, spesso si muovono più in risposta alle fluttuazioni del mercato globale, come le variazioni dei prezzi internazionali del petrolio, piuttosto che ai cambiamenti della politica monetaria interna.

Quali sono quindi le categorie di beni e servizi più reattive al rialzo dei tassi? È strategico per le banche centrali conoscere la risposta, in modo da pilotare la dinamica dei tassi ufficiali in funzione della variazione dell’attività economica necessaria per ridurre l’inflazione complessiva. Questo è per esempio uno dei motivi per il quale più volte Powell ha dichiarato che le scelte di politica monetaria sarebbero dipese dai dati.

Se dividiamo idealmente i beni e servizi in due categorie distinte, troviamo che fra i settori più reattivi alla politica monetaria ci sono il traporto aereo, i servizi finanziari, gli hotel. Tra quelli meno reattivi troviamo invece i ristoranti, gli affitti delle abitazioni e il settore farmaceutico.
I risultati delle analisi suggeriscono inoltre che un aumento del tasso dei fondi federali inizia ad esercitare una pressione al ribasso sui prezzi dei beni appartenenti ai settori più reattivi dopo circa 18 mesi. Le variazioni dei prezzi mensili iniziano invece a diminuire dopo poco più di un anno.

Applicando la tempistica di impatto del gruppo di beni e servizi più reattivo al ciclo di inasprimento più recente, arriviamo a diverse conclusioni. In primo luogo, i tagli dei tassi dal 2019 all’inizio del 2020 potrebbero aver contribuito alle pressioni al rialzo sui prezzi già a partire dalla metà e fino alla fine del 2020, spiegando parte dell’aumento dell’inflazione in questo periodo, anche se annegata dentro la pandemia. In secondo luogo, il ciclo di inasprimento iniziato nel marzo 2022 ha iniziato probabilmente ad esercitare una pressione al ribasso sui prezzi a metà del 2023 e continuerà a farlo nel breve termine. Ciò è coerente con l’idea secondo cui gli effetti dell’inasprimento della politica monetaria devono ancora essere completamente avvertiti.

Infine, sebbene l’inflazione per le categorie più reattive sia in calo dalla metà del 2023, è probabile che la prima parte di questo calo sia stata determinata più dai cambiamenti nelle condizioni economiche prevalenti che dall’inasprimento delle politiche monetaria.

Antonio Tognoli testina Antonio Tognoli

Ho iniziato a lavorare come analista finanziario nel 1983, occupandomi di economia e politica economica e nel frattempo mi sono laureato in scienze bancarie, finanziarie e assicurative. Oggi mi occupo di analisi macroeconomica all’interno di Corporate Family Office – CFO SIM. Giornalista pubblicista, docente ai corsi post laurea de “24Ore Business School” e dell’Associazione Italiana per l’Analisi Finanziaria – AIAF e co-autore del libro Analisi Finanziaria e Valutazione Aziendale, a cura di Franco Pedriali.