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Settimana negativa a Piazza Affari, i dilemmi delle banche e i costi per le famiglie

Da oggi Antonio Tognoli ci guida all’analisi dell’andamento della Borsa Italiana e traccia un’analisi complessiva della situazione economica

Antonio Tognoli

Prima settimana negativa, dopo oltre sette ottave in cui l’indice principale si era portare a ridosso dei massimi di periodo. Il FTSE MIB lascia sul campo il 2,2%, il FTSE ITALIA STAR il 2,1%, mentre il FTSE ITALIA GROWTH si è dimostrato più resiliente chiudendo a -0,1%. Gli ultimi dati di inflazione USA e le dichiarazioni del presidente della Fed, non sembrano andare nella direzione di un cambiamento a breve della politica monetaria e i mercati, che si aspettavano il primo taglio dei tassi al più tardi nel meeting di giugno, hanno immediatamente reagito chiedendo un rendimento maggiore per l’aumentata percezione del rischio che l’economia scivoli verso la recessione.
Situazione diversa per l’Europa, dove la recessione è di fatto già presente ma la BCE difficilmente ridurrà i tassi tanto prima della Fed, aggravando per questa via la recessione stessa.

A livello di titoli troviamo come miglior performance settimanale ENI (+5,8%), grazie sia agli ottimi risultati raggiunti, sia alla decisione di distribuire agli azionisti la quarta tranche delle quattro tranche del dividendo 2024 (relativo all’esercizio 2023) a valere sulle riserve disponibili, per 0,23 euro (per un dividendo complessivo annuale di 0,94 euro) per azione e alla decisione di sottoporre all’assemblea degli azionisti del 15 maggio 2024 la proposta di autorizzazione all’acquisto di azioni proprie per un periodo fino a fine aprile 2025 con le finalità di remunerare gli azionisti.

Seconda posizione per Fineco (+2,8%). Gli investitori hanno apprezzato la comunicazione del lancio di nuovi prodotti che portano ricavi da commissioni elevati, aumentando per questa via la redditività. Atteso inoltre un maggior focus sulla maggiore integrazione della piattaforma di gestito Fam.

Medaglia d bronzo per Unipol (+2,5%) quale effetto della maggiore redditività attesa grazie all’integrazione di Unipol SAI.

Maglia nera per Stellantis (-7,1%). Gli investitori esprimo dubbi sulla transizione verso i nuovi modelli elettrici. Melfi si appresta infatti a produrre cinque nuovi modelli multibrand completamente elettrici sulla piattaforma Bev STLA Medium, previsti per il lancio entro il 2026.

Negativa Brunello Cucinelli (-6,7%). Nonostante la crescita molto forte del fatturato nel 2023 (+23,9%) e dell’EBITDA (+22,5%), gli investitori rimangono scettici sulla crescita del fatturato per il 2024-25, pari al 10% dichiarata dal management.

Negativa anche Diasorin (-6,6%). La performance non è solo dovuta all’incertezza dei risultati futuri dopo che il fatturato 2023 ha fatto segnare un -16%, ma ai dati poco brillanti dei suoi competitor come quelli della società concorrente Stratec (molto più piccola comunque) che ha mostrato numeri in flessione e anche un primo trimestre 2024 molto debole che sembrano mostrare un settore ancora in difficoltà nell’acquisire nuovi ordini.

Il dilemma che si trovano di fronte le banche centrali in questo momento, è quello di accettare un periodo prolungato di inflazione magari superiore all’obiettivo del 2%, senza far scivolare il sistema economico verso la recessione, oppure abbattere la crescita dei prezzi a qualsiasi costo, mandando però l’economia in recessione. Entrambe le soluzioni hanno effetti economici negativi, sebbene l’impatto per le famiglie non sia uniforme, a seconda delle circostanze economiche.

La Fed di San Francisco ha elaborato un indicatore (TRE) dei guadagni reali totali, che combina il reddito da lavoro corretto per l’inflazione e che ci può aiutare a capire gli effetti di una scelta piuttosto che dell’altra.

Per meglio capire i costi di un’elevata inflazione e disoccupazione scomponiamo le variazioni in tre componenti – crescita dei salari nominali, inflazione e crescita dell’occupazione – per periodi storici di elevata inflazione e recessioni da moderate a gravi.

Sebbene le persone di solito associano grandi perdite economiche alle recessioni, anche un’inflazione elevata associata ad una recessione lieve può anche avere costi importanti per le famiglie. Costi che possono persino superare quelli subiti durante le recessioni lievi. Ad esempio, negli Stati Uniti quando l’inflazione era elevata alla fine degli anni ’70 e all’inizio degli anni ’80, i guadagni reali totali sono diminuiti (l’indicatore TRE è leggermente diminuito). Al contrario, nei sei trimestri successivi all’inizio della recessione del 2001, i guadagni reali totali sono aumentati (il TRE è cresciuto), sostenuti dagli aumenti dei salari reali.
La recessione del 2020 è stata invece molto diversa. Il TRE è inizialmente diminuito prima di invertire la rotta nel 2021 a causa dei forti guadagni occupazionali, anche se l’elevata inflazione ha eroso i salari reali. È quindi importante considerare sia l’inflazione che la crescita dell’occupazione nel valutare i costi economici per le famiglie degli eventi macroeconomici.

Per confrontare i risultati economici tra diversi periodi di tempo, gli economisti utilizzano spesso il concetto di benessere totale, che tiene conto dei costi e dei benefici di tutti gli individui nell’economia. Nel contesto di recessioni e periodi inflazionistici, i costi potrebbero riflettere: riduzioni a lungo termine dei guadagni, reimpiego in lavori meno retribuiti, riduzione dell’orario di lavoro, così come la perdita di posti di lavoro, l’erosione del potere d’acquisto reale. Allo stesso tempo, coloro che mantengono il proprio posto di lavoro potrebbero trarre vantaggio dall’aumento dei salari reali.

Utilizzare una misura composta da un margine di guadagno reale e da un margine di occupazione è utile perché possiamo vedere cosa guida i cambiamenti nei guadagni reali totali in diversi periodi di tempo. I risultati ci dicono che la perdita di posti di lavoro da parte di pochi lavoratori potrebbe avere, nel complesso, lo stesso costo della diminuzione dei salari reali guidata dall’inflazione per un gruppo potenzialmente più ampio di lavoratori.

E sembra proprio quello che sta accadendo negli Stati Uniti. Per contenere i consumi, ma faticando a contenere i salari nominali, sembra che la Fed voglia mantenere l’inflazione headline e PCE elevata (recentemente ha pure alzato i target). In presenza di una disoccupazione crescente (4% la nuova stima contro 3.6% di gennaio) si genera una riduzione dei guadagni reali totali, quindi potenzialmente dei consumi e infine dell’inflazione.

Antonio Tognoli testinaAntonio Tognoli

Ho iniziato a lavorare come analista finanziario nel 1983, occupandomi di economia e politica economica e nel frattempo mi sono laureato in scienze bancarie, finanziarie e assicurative. Oggi mi occupo di analisi macroeconomica all’interno di Corporate Family Office – CFO SIM. Giornalista pubblicista, docente ai corsi post laurea de “24Ore Business School” e dell’Associazione Italiana per l’Analisi Finanziaria – AIAF e co-autore del libro Analisi Finanziaria e Valutazione Aziendale, a cura di Franco Pedriali.