L'incontro
Vera Gheno: “L’amore è la motivazione fondamentale di tutte le mie scelte”
Il potere delle parole: alla scoperta del linguaggio con la saggista, linguista e attivista Gheno al Liceo Mascheroni
Bergamo. Vera Gheno è una linguista, saggista e attivista italiana. Si è laureata in sociolinguistica all’Università di Firenze dove ha anche conseguito il dottorato di ricerca in linguistica italiana. Di madrelingua italiana e ungherese, ha gestito il profilo Twitter dell’Accademia della Crusca e ha collaborato con Zanichelli. Si distingue come autrice di numerose pubblicazioni saggistiche incentrate sulla comunicazione, il linguaggio e la lingua. Nelle sue opere, Gheno ha dedicato particolare attenzione alle discriminazioni linguistiche e agli stereotipi che riflettono e talvolta alimentano le disuguaglianze sociali. Ha evidenziato come la lingua sia un organismo vivente che necessita di cure e nutrimento per mantenersi sano. Si interessa anche ai linguaggi giovanili e alla loro relazione con la società contemporanea, analizzando i legami tra linguaggio e contesto sociale.
Durante l’incontro con gli studenti del Liceo Scientifico Statale Lorenzo Mascheroni, avvenuto giovedì 21 marzo, l’autrice ha risposto ad una serie di domande curiose sulla sua vita e approfondimenti riguardanti il libro che hanno letto i ragazzi: “Le ragioni del dubbio: l’arte di usare le parole“.
Quando e in che situazione ha scoperto il potere delle parole?
Quando ho realizzato di non possedere il potere della bellezza, che non mi è mai stata attribuita, ho vissuto un periodo di difficoltà durante la mia giovinezza. Non ero considerata una ragazza bella e questo mi ha causato sofferenza, poiché non ero parte delle ragazze popolari. Tuttavia, ho scoperto di avere un’altra capacità: quella di esprimermi attraverso le parole. Ho pensato che, se non avessi potuto attrarre l’attenzione con l’aspetto fisico, forse avrei potuto incantare le persone con le mie parole. Nonostante fossi timida e considerata strana, ho realizzato che attraverso le parole potevo cercare una forma di emancipazione.
C’è una parola che riassume la sua vita e perché?
Inizierei col dire che ho sempre trovato difficile identificare una parola preferita, ma se dovessi sceglierne una che racchiude il significato della mia vita, direi “amore”. Mi rendo conto che l’amore è la motivazione fondamentale di tutte le mie scelte, sia nel mio lavoro sia nei rapporti interpersonali.
Come ha scoperto la sua passione per la scrittura e come l’ha coltivata?
Durante i miei anni scolastici ero temuta dai miei insegnanti per la mia propensione a scrivere temi lunghi fino a 15 pagine. Mi sentivo un’autrice in erba e sognavo di scrivere narrativa da adulta. Fin da piccola ho avuto un’attrazione per ragazzi più giovani, e il mio primo grande amore è stato un ragazzo di 15 anni quando io ne avevo 18. Purtroppo, la sua vita è stata interrotta da un tragico incidente, lasciandomi un vuoto profondo che mi ha impedito di scrivere per anni. Fino all’età di 40 anni, ho limitato la mia scrittura al lavoro, evitando la narrativa. Nel 2016, una mia ex studentessa che lavorava per una casa editrice a Firenze mi propose di scrivere un libro basato sul mio corso. Accettai, e così nacque “Guida pratica all’italiano scritto”, che si trasformò in un best seller vendendo 6000 copie nel primo anno. Questo successo improvviso mi mise sotto i riflettori delle grandi case editrici, ma decisi di non legarmi a nessuna di esse.
Esiste secondo lei una lingua inclusiva? Quali sarebbero i presupposti per raggiungere questo traguardo?
La questione se esista una lingua inclusiva riflette la domanda più ampia se esista una società inclusiva. La diversità assume molte forme, ma sarà mai possibile una società che va al di là dell’idea di normalità e include pienamente le differenze? Personalmente, dubito che ci arriveremo mai. Spesso, la prima reazione dell’uomo di fronte alla diversità è negativa, e anche se questo pensiero può essere corretto in seguito, richiede uno sforzo mentale che non tutti sono disposti a compiere. L’essere umano tende naturalmente a cercare la compagnia di individui simili a sé; quindi, è improbabile che possiamo raggiungere una società veramente inclusiva. Tuttavia, penso che sia comunque un obiettivo verso cui possiamo tendere, anche se potremmo non riuscire mai a raggiungerlo appieno.
Nel suo libro parla di politicamente corretto, non crede che a volte venga estremizzato al punto da limitare la libertà di espressione?
Ritengo che talvolta si faccia un uso improprio del concetto che le parole possano offendere, e questo non riguarda tanto il politicamente corretto quanto la mancanza di buonsenso. Non credo che la mia libertà di espressione si basi sul diritto di offendere gli altri. Le situazioni in cui ci si può offendere sono molteplici, e a volte si sviluppa un’eccessiva sensibilità. L’unico modo per non esagerare con il politicamente corretto è educarsi. Personalmente, adotto una posizione intermedia: quando è necessario utilizzare una parola forte, lo faccio, ma sono consapevole delle conseguenze che ne derivano.
In che modo i giovani possono scoprire il peso e l’importanza delle parole in un mondo fatto di abbreviazioni, emoticon e sentimenti inespressi?
Penso che le abbreviazioni e le emoticon non rappresentino un impoverimento del linguaggio. Voi possedete un ricco vocabolario e avete molto da dire. Tuttavia, ci sono due problemi: le vostre parole e i vostri modi di esprimervi sono molto diversi dai nostri. Per tutte le generazioni, l’adolescenza è un periodo confuso in cui non si comprende appieno chi si è e quali sono le proprie identità. Quando non si riesce a comprendere chi si è, si fa fatica anche a trovare le parole giuste, ma questo non è un problema di capacità cognitive. Dovreste considerare che non siete soltanto ciò che studiate, ma anche ciò che vivete. È importante dare valore a tutte le competenze linguistiche che non derivano dall’istruzione scolastica.
Quali sono i rischi associati a un eccesso di dubbio? E quelli associati a una mancanza di dubbio?
Un eccesso di dubbi può ostacolare la capacità di prendere decisioni; nella vita, un po’ di follia è necessaria. Ho compiuto molte scelte impulsivamente, mentre altre le ho ponderate a lungo. Se credi di sapere già tutto ciò che c’è da sapere, non ti aprirai alle possibilità di apprendere qualcosa di nuovo; tuttavia, dubitare troppo può portare all’immobilismo decisionale.
Nel suo libro lei parla anche dell’importanza di prendere posizione in società e del vivere attivamente: secondo lei, le persone introverse e che fanno fatica in questo ambito vanno “giustificate” perché tali oppure pensa che dovrebbe essere un obbligo morale?
Ritengo che ci sia un certo obbligo morale nel prendere posizione, tuttavia, parlando da ex introversa, penso sia importante essere molto comprensivi con sé stessi. L’introversione non è solo una caratteristica, ma può anche diventare un problema se limita significativamente la tua vita. Chiediti se la tua introversione sta diventando un ostacolo importante e, in tal caso, non esitare a chiedere aiuto.
Nella prima parte del libro lei ha parlato di come nella pandemia sia stato utilizzato da parte dei mezzi di comunicazione un linguaggio con metafore belliche, e che questa scelta abbia contribuito a farci accettare misure fuori dalla normalità e a far proliferare l’idea di un nemico. Secondo lei i mezzi di comunicazione sarebbero riusciti ad attirare lo stesso numero di lettori con un linguaggio più moderato? Le conseguenze sociali sarebbero state le stesse?
Non posso predire come sarebbero andate le cose, ma posso riflettere su come sono andate. Sarebbe stato interessante sperimentare un approccio comunicativo diverso, considerando quanto siamo influenzati dalla comunicazione di massa. Scelte diverse avrebbero potuto creare un impatto positivo sul morale delle persone.
Quali consigli darebbe ai giovani per adottare un linguaggio più variegato e adatto a contesti diversi, come quelli scolastici, accademici, professionali?
Ascoltare. Leggere e ascoltare. Questo è il segreto.


