Testimonianza
|Silvia Stener, nipote di un agente della scorta di Borsellino: “La memoria è l’unica forma di giustizia”
La testimonianza della nipote di Eddie Walter Max Cosina a Palazzo Frizzoni, in onore della Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, rivolta ai ragazzi di alcune scuole di Bergamo
Bergamo. “Celebriamo oggi, anche se un po’ in anticipo, un momento significativo per la nostra società: la Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Ricordiamo gli uomini che hanno rifiutato la prepotenza mafiosa, cittadini fedeli al proprio senso del dovere”, con queste parole del Presidente del Consiglio comunale Ferruccio Rota si apre il Consiglio dei ragazzi che hanno partecipato al percorso proposto nell’ambito del Progetto “A scuola di cittadinanza” e promosso da Libera.
Al Consiglio, organizzato per celebrare la giornata in ricordo delle vittime delle mafie che ricorre il 21 marzo, hanno partecipato circa 70 ragazzi in rappresentanza delle 41 classi iscritte al percorso e alcuni alunni della Scuola Primaria Rosa, e sono intervenuti il Presidente del Consiglio comunale Ferruccio Rota, l’assessora alla Legalità Marzia Marchesi e alcuni rappresentanti di Libera. Il motivo dell’anticipazione della celebrazione al 15 marzo è la disponibilità dell’ospite speciale di questo incontro, Silvia Stener, che nella data esatta sarà a Roma per incontrare i parenti di altre vittime di mafia. Silvia è la nipote di Eddie Walter Max Cosina, agente della scorta di Paolo Borsellino che ha perso la vita nella strage di via d’Amelio. “Obiettivo del 21 marzo è quello di ricordare i nomi di tutte le vittime innocenti delle mafie, che sono 1073 – interviene l’assessora alla Legalità Marzia Marchesi-. È doveroso ricordare che la parola mafia non è finita: dopo il 19 luglio 1992 i mafiosi hanno operato col potere dei soldi più che con le armi”.
Silvia Stener ha fatto della testimonianza e della lotta contro la mafia l’impegno che dà un senso alla sua vita da quel tragico giorno, e lo ha fatto anche venerdì 15 marzo nell’Aula Consiliare di Palazzo Frizzoni di Bergamo. “Non ho niente da insegnare, ho solo da imparare da voi ragazzi – inizia così il suo intervento la nipote di Cosina -. La morte di mio zio è stata un dolore immenso perché è stata improvvisa. Quando è successo avevo qualche anno in più di voi e lo seppi solo il giorno dopo da mio padre. Lì è iniziata la mia seconda vita”.
Eddie era un agente di polizia e ha frequentato la scuola per gli agenti di scorta in Sardegna. È nato in Australia, dove i suoi genitori erano emigrati in cerca di lavoro come tanti triestini del tempo, per tornare poi a Trieste quando era ancora un bambino. La cultura del sacrificio e del senso del dovere che l’agente ha assorbito sin da piccolo ha fatto sì che maturasse la volontà di indossare la divisa di poliziotto.
Dopo la strage di Capaci, la carenza di agenti di scorta in Sicilia aumenta la richiesta in tutta Italia, e Cosina accetta volontariamente di spostarsi a Palermo, dove si offre di prendere il posto del collega candidato al trasferimento poiché da poco diventato padre. Non essendo in servizio il 19 luglio, un collega giunge da Trieste per dargli il cambio, ma Cosina lo lascia riposare e decide di prendere servizio nel suo posto di agente di scorta per Paolo Borsellino. In seguito alla strage di via d’Amelio, la famiglia Cosina è stata colpita da qualche commento negativo: “Ci siamo sentiti dire che non aveva niente da perdere, paragonandolo al collega che mio zio ha sostituito perché da poco padre. Non è così, aveva molti progetti: era appena stato accettato nella DIA, la direzione investigativa antimafia, e sapeva di poter dare un contributo fondamentale alla lotta alle mafie”, spiega Silvia Stener. Angosciante la telefonata ricevuta dalla sorella di Eddie due giorni prima di quel 19 luglio, in cui l’agente di scorta esprimeva il desiderio di voler tornare a casa in quanto l’aria, lì a Palermo, era pesante.
“Le nostre vite sono state messe in prima pagina. Tanto scalpore suscitò il fatto che un triestino fosse morto a Palermo. Tra l’altro, neanche noi familiari sapevamo esattamente i suoi compiti lì: non poteva rivelare troppo della sua missione. Dopo la morte di mio zio, mia mamma, mia nonna e mia zia andarono a Palermo, e mia nonna chiedeva insistentemente di vedere suo figlio. La sua richiesta non è stata accolta nel rispetto delle altre mamme, che non avevano un corpo da vedere – continua il racconto Silvia -. Poi i funerali: io ero una ragazzina quindi rimasi a casa con mio papà. Ai funerali tirava un’aria pesante: il neopresidente della Repubblica Scalfaro fu costretto a uscire da una porta secondaria al termine della messa tra spintoni e calci; le donne della mia famiglia presenti sono state invitate a togliersi i gioielli per il rischio di essere derubate; molte persone urlavano, si gettavano sulle tombe. In un momento di rabbia e stanchezza fisica e mentale, mia mamma ha cominciato a urlare accusando tutti di essere sporchi mafiosi”.
L’ospite speciale del Consiglio ha voluto anche sottolineare l’importanza dei nomi, dato che molto spesso hanno insignito suo zio di medaglie e riconoscimenti, storpiandone il nome. Oltre al fatto che, quando si ricordano le vittime di mafia, si citano soprattutto magistrati come Falcone e Borsellino, solo in un secondo momento viene nominata “la scorta”. Eppure, è giusto ricordare che la scorta è fatta da persone, con una vita e dei progetti: a questo serve la Giornata della Memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie. Silvia Stener afferma che, la prima volta che ha partecipato a questa giornata come familiare nel 2008 a Bari, ha pianto a lungo: è stato liberatorio, infatti, pronunciare il nome di suo zio. Lì è iniziata la sua avventura, perché o si sarebbe fatta divorare dalla rabbia e dal dolore o avrebbe reagito. “Non è facile essere qui con voi perché non è facile mettersi a nudo, però la storia del nostro Paese è fatta da tante storie. La memoria è l’unica forma di giustizia che possiamo dare alle vittime innocenti – conclude il suo discorso Stener -. Ci sono stati 9 processi da quella strage, con tanti depistaggi, senza arrivare a un chi e a un perché. Finché voltiamo lo sguardo dall’altra parte siamo sempre complici. Questa è la differenza tra uno stato civile e le mafie. Eddie mi ha lasciato una grande eredità: avere il coraggio di vivere e di lottare, perché la lotta è anche quello che dà senso alla nostra vita”.
Poi, a una domanda di un ragazzo delle scuole medie riguardo a cosa possano fare i suoi coetanei per combattere la mafia, risponde: “Prendersi la propria responsabilità, non girarsi dall’altra parte. Essere qui è già tanto. Informatevi e non voltatevi. Se tutti quanti facciamo la nostra parte penso, in maniera molto ottimistica, che qualcosa cambi. Se tutti dicono di no cosa fanno? Ammazzano tutti? Se tutti diamo corda al bulletto il suo sistema va avanti, se questo sistema, però, piano piano si sgretola accade perché si ritrova da solo, senza consenso”.


