Nuove terapie
|Lo psicologo Massimo Masserini: “Con lo sport diamo ai pazienti gli strumenti per superare le difficoltà”
Dal 2017 dirige in città “MindFit Clinic”, centro di Psicologia, Psicoterapia, Pedagogia, Neurologia e Performance: “L’attività sportiva stimola il cervello al rilascio delle endorfine, dei neurotrasmettitori capaci di produrre un immediato benessere”
La forza e i valori dello sport come supporto psicologico e strumenti per affrontare i momenti difficili: è questo l’innovativo approccio proposto dal Dott. Massimo Masserini e dal suo “MindFit Clinic”, centro di Psicologia, Psicoterapia, Pedagogia, Neurologia e Performance che dal 2017 opera in via V Alpini 4, a Bergamo.
Una struttura clinica “sport-oriented”, che oggi impiega una quindicina di professionisti capaci di dare una risposta sanitaria a tutto tondo a ogni tipo di disturbo psicologico, ma anche su problematiche tipiche dell’età evolutiva, nutrizione e osteopatia.
Dal background fortemente condizionato da un’attività sportiva di alto livello nel mondo dei motori (enduro e go-kart), degli sport invernali (snowboard), da combattimento (kick-boxing) e acquatici (windsurf, dove ha vinto tre mondiali), il Dott. Masserini parallelamente ha portato avanti la sua formazione specifica in campo psicologico ottenendo tre lauree in Scienze Tecniche e Psicologiche, Psicologica Clinica e Pedagogia: oggi è anche Cpt e Ctu al Tribunale di Bergamo e Formatore Olimpico del CONI.
“La Psicologia dello Sport è sempre stata la mia anima, perché unisce il lato professionale con quello sportivo che mi ha formato nel modo di ragionare, insegnandomi che per vincere serve sacrificio e che bisogna saper perdere – racconta – Sono componenti che ogni giorno mi aiutano con i pazienti e che cerco di trasferire sempre ai ragazzi: da legislatore renderei obbligatorio, per ogni bambino dopo i 10 anni, il tesseramento in una società sportiva”.
Dottor Masserini, perché secondo lei lo sport può determinare in modo così positivo la vita di un bambino?
Perché solo in questo modo può capire che non si può sempre vincere e impara a saper accettare la sconfitta. Oggi i giovani vivono in quella che io chiamo la ‘società del reset’: giocano continuamente su internet, dove basta spegnere e riavviare la console per ripartire da zero. Senza conseguenze. Senza responsabilità. Un meccanismo che poi rischia di portare anche all’esterno, nel
mondo reale. L’incapacità di prevedere la responsabilità con il passare degli anni può portare anche ad atti tragici e devastanti, di cui sono piene le cronache di questi giorni. C’è poi anche un aspetto psicologico e fisiologico, specialmente se lo sport è uno sport da combattimento: il maestro ferma l’escalation di violenza, insegna a controllare gli impulsi facendo scendere l’adrenalina. I ragazzi che li praticano sanno riconoscere la situazione di pericolo e gestirsi, con minori rischi di incorrere in escalation violente.
In che modo si possono applicare questi principi anche in età adulta?
Crediamo che in un corpo in forma ci sarà anche una mente altrettanto performante. Con lo sport non risolveremo tutti i problemi dei nostri pazienti, ma daremo loro un’alta capacità di affrontarli: l’attività sportiva stimola il cervello al rilascio delle endorfine, dei neurotrasmettitori capaci di produrre un immediato benessere, abbassando i livelli di stress e capaci di alleviare il
dolore, in maniera del tutto naturale. In via sperimentale ho iniziato a portare i miei pazienti in palestra, dove svolgo l’attività di maestro di kick-boxing: garantendo loro ovviamente privacy e anonimato, ho potuto così osservarli in una situazione sociale che mi ha dato moltissime indicazioni, aggiuntive a quelle che si possono reperire in studio in un contesto ‘chiuso’. Ritengo che la kick-boxing, così come tutti gli sport da combattimento, possano essere attività terapeutiche e possano prevenire disagio e difficoltà emotive. Anche la velatarepia è largamente utilizzata come presidio di cura di riabilitazione psicologica e psichiatrica: tre anni fa ho deciso di acquistare la prima barca a vela con la quale svolgere attività terapeutica sul lago d’Iseo.
E i risultati come sono?
Entrambi stanno dando grande soddisfazione, vediamo che chi affronta un percorso terapeutico in MindFit Clinic ha una maggiore capacità d’impegno e motivazione per affrontare i problemi, e una velocità nell’essere autonomo dal terapeuta. La barca vela è un po’ la metafora della vita, ci insegna che per andare da un punto A a un punto B, non si può sempre passare per la linea retta, ma bisogna essere in grado di utilizzare gli strumenti a nostra disposizione e, se necessario, saper ‘virare’ per abbandonare la strada vecchia e iniziare una nuova. Oggi abbiamo tre barche a vela sul lago d’Iseo, una sul Garda e una quinta che noleggiamo per svolgere le settimane terapeutiche al mare. Da semplici allenamenti siamo arrivati a tesserare tutti con la Federazione
Italiana Vela e oggi, da atleti, fanno regate vere e proprie con la mia figura come skipper. Qualcuno ha fatto passi da gigante, coltivando una passione e una nuova possibilità di vita.
Negli ultimi anni è cresciuta la percentuale di giovani che si rivolgono a uno psicoterapeuta: è stato abbattuto quel muro di “vergogna” che in passato aleggiava attorno a chi si affidava a un professionista?
Credo che le resistenze ci siano ancora, ma più nell’adulto e nelle generazioni passate. Molti giovani che si rivolgono a noi non sempre necessitano di un percorso psicoterapeutico ma spesso vengono da noi per chiederci cosa fare, quali decisioni prendere, quali studi intraprendere. Potrebbero avere genitori che fanno fatica ad ascoltare, mentre coetanei e amici sono nelle medesime condizioni. La richiesta di sostegno è sempre più normalizzata, il nostro compito è quello di supportare nelle fasi critiche della vita e poter offrire al paziente degli scenari possibili, delle strade percorribili, che sono difficili da vedere nei momenti di difficoltà.
Questo percorso avviene con un atteggiamento di sospensione del giudizio e lasciando al paziente la piena libertà di scelta, ma offrendogli una lettura della situazione in aggiunta.
Crede che questa vostra esperienza, di apertura estrema esterna, possa essere replicata anche in altri ambiti?
Dal canto nostro ci siamo sempre posti come una clinica che si occupa di ogni tipo di disturbo psicologico, con un’alta propensione alla collaborazione con tutte le realtà del nostro territorio e che passo passo ha sempre allargato il proprio raggio d’azione, implementando lo staff con altre figure sanitarie (nutrizionista, logopedista, Osteopata, neuropsichiatra infantile, neurologo). Credo fortemente in questa possibilità di crescita collettiva e qui, in Mindfit Clinic, ha trovato posto anche il direttivo lombardo della Federazione Italiana degli Psicologi dello Sport (FIPsiS), nata l’anno scorso a Roma. Stiamo anche lavorando insieme al sottosegretario regionale con delega Sport e Giovani, Lara Magoni, al primo convegno regionale sul tema, mentre qualche settimana fa ho ottenuto anche la nomina di Formatore Olimpico dal CONI.
Il team di Mindfit Clinic
Avete altri progetti sui quali state lavorando?
Spazio per studiare e per migliorarsi c’è sempre, quindi stiamo approfondendo alcune tematiche e ci stiamo aprendo a nuove strade. Ci è stato chiesto di indirizzarci in modo più specifico sui BES (bisogni educativi speciali) in particolare sui Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA). Per questo nel nostro team abbiamo anche una logopedista e un paio di neuropsichiatri infantili per poter creare equipe multidisciplinari certificate dall’ATS. Sono disturbi in forte aumento negli ultimi anni e il solo sistema sanitario territoriale non ha la possibilità di gestire ogni caso in tempi ragionevoli. C’è anche tanto lavoro da fare a livello culturale e in ambito familiare su questo tema. Bisogna fare molta attenzione all’etichetta quando ci si riferisce a ragazzi con un bisogno specifico dell’apprendimento. A livello clinico è preferibile utilizzare la definizione ‘è un ragazzo con un DSA’ anziché ‘è un DSA’. Questa seconda definizione risulta stigmatizzante perché riduce l’individualità del ragazzo, con le sue caratteristiche, interamente al disturbo. Oltre a far fatica, questi ragazzi possono sentirsi diversi, esclusi, e incapaci di far emergere le proprie risorse. Riteniamo sia importante iniziare a parlare in termini positivi, esaltando le qualità dell’individuo oltre a fornire supporto nella gestione delle difficoltà: fondamentale è saper instaurare un rapporto di fiducia con i genitori al momento della diagnosi e un’alleanza terapeutica funzionale.
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