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La Sanità che meritiamo
Ad curam - collage fotografico e vernice spray - 40x50 cm. 2023 di Giovanni Fornoni

Andrebbe rivisto tutto il sistema, a tutela dell’articolo 32 della Costituzione, soprattutto dovrebbe cambiare il punto di vista in merito a che cos’è la salute, la sanità, l’ospedalizzazione, tenendo in considerazione anche quanto è cambiata la popolazione e con essa i suoi bisogni

“Ti salverò da ogni malinconia, perché sei un essere speciale, ed io avrò cura di te” Franco Battiato

L’etimologia della parola cù-ra significa “avere a che fare” – interessarsi, mostrare attenzione e riguardo, preoccuparsi, affannarsi nei confronti di qualcun altro. Per curare è necessario un tempo scandito da un processo che contempli comunicazione, complicità e senso di autentico coinvolgimento. Oggi stiamo assistendo, nostro malgrado, ad un cambiamento importante poiché la cura
sembra allontanarsi sempre più dal soggetto definito paziente.

Sergio Angeretti lei è il Coordinatore di una Struttura Complessa di Neurologia – se dovesse fare un bilancio relativo ai cambiamenti avvertiti nella sanità nel corso degli anni, come li descriverebbe?

Molti cambiamenti riguardano l’utenza e i bisogni dell’utenza, si vive maggiormente di comorbidità, ossia la coesistenza di più patologie diverse in uno stesso individuo; è chiaro che di fronte a questo problema, curare le persone diventa sempre più complesso. Abbiamo un miglioramento nell’ambito scientifico tecnologico e oggi la vera sfida per la sanità non è più la patologia acuta ma quella cronica, la quale costituisce per l’ambito sanitario l’onere maggiore, tant’è che in questi ultimi anni, molto si sta facendo in ambito territoriale, proprio per sopperire a questa problematica. Inoltre assistiamo, sempre più, ad un’evoluzione delle conoscenze scientifiche e tecnologiche, le quali hanno reso gli ospedali luoghi dove le cure e le diagnosi sono possibili, mentre anni fa erano impensabili. Anche la preparazione e la formazione del personale è cambiata – un tempo esistevano poche figure sanitarie, mentre oggi abbiamo più di venti profili professionali e tutte concorrono nel rispondere ai bisogni dei cittadini.

Lei è entrato a far parte di questa rubrica chiamata Bestiari i quali mettono in relazione la condizione umana a quella animale. Il bastone di Asclepio simboleggia le arti sanitarie, attorno al quale vi è attorcigliato un serpente – che con il cambiamento della propria pelle simboleggia la rinascita. Tuttavia osservando il comportamento di alcune formiche che popolano l’Africa centrale, potremmo definirle infermiere, perché attraverso un’organizzazione straordinaria trascinano le formiche ferite, durante gli scontri con altri formicai e oltre a metterle in salvo, le accudiscono, curandole. Rispetto al passato, secondo lei, com’è cambiato il concetto di cura?

Il concetto di cura si è molto evoluto, oggi non parliamo quasi più di cura ma di prendersi cura – una differenza sottile, ma importante. L’individuo è costituito da più dimensioni, non solo quella meramente fisica, ma anche quella psichica, sociale, affettiva, spirituale. Alla base della complessità biologica e clinica di un individuo, ci sono interazioni delle diverse dimensioni che compongono l’essere umano in quanto individuo, quindi l’approccio diagnostico, terapeutico e assistenziale deve pertanto esplorare la multi-dimensionalità del soggetto, per poter arrivare ad un intervento il più possibile personalizzato. Tutti aspetti messi in evidenza anche dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) i quali vanno mantenuti in equilibrio poiché un’ipotetica “rottura” può portare ad uno stato di non benessere e quindi causare l’insorgere della malattia. Sottolineo quindi che esiste una multi-dimensionalità della persona che va tenuta in considerazione da parte di tutti i sanitari perché ogni individuo è a sé, con i suoi bisogni specifici e con le sue peculiari caratteristiche. Prendersi cura, significa quindi tenere in considerazione l’aspetto olistico della persona e non
“semplicemente” un qualcosa che sia solo finalizzato alla cura del sintomo o a curare un bisogno del momento.

bestiario numero 16

Ad curam – collage fotografico e vernice spray – 40×50 cm. 2023.

Nel 1948, la salute diventa un diritto fondamentale: l’articolo 32 della Costituzione italiana afferma che: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. Secondo lei, la classe politica non sta calpestando questo diritto? 

Quello che lei ha citato è un articolo bellissimo e ineccepibile, scritto ed emanato da gente illuminata, con una grande “vision” di crescita e sviluppo socio-culturale, tenendo in considerazione peraltro il periodo buio e doloroso del dopo guerra, dal quale la popolazione stava riemergendo. Come dicevo poco fa, sono cambiate molte dinamiche nel corso degli anni, fermo restando che
questo Articolo della Costituzione rimane una pietra miliare, assolutamente inappuntabile, tuttavia è cambiato il bisogno di benessere, perché oggi garantire la salute ai cittadini ha portato sostanzialmente grandi costi – oggi si vive più a lungo, abbiamo cittadini molto più istruiti rispetto al passato e più esigenti. Andrebbe rivisto tutto il sistema, a tutela di questo Articolo 32, soprattutto dovrebbe cambiare il punto di vista in merito a che cos’è la salute, la sanità, l’ospedalizzazione, tenendo in considerazione anche quanto è cambiata la popolazione e con essa i suoi bisogni. Il SSN pertanto non deve essere visto meramente come una spesa, ma come una grande risorsa, una sfida e un’opportunità a tutela dei cittadini. Vanno riviste pertanto le strategie di contenimento della spesa sanitaria la quale non deve ripercuotersi sul personale sanitario che lavora sul malato.

Il comparto sanità è reduce da un recente sciopero, molto sentito, al quale sembra ne seguiranno altri. Manca il personale, le assunzioni sono sempre più risicate, gli stipendi sono nettamente inferiori rispetto alla media europea, le pensioni vacillano, i deficit strutturali di alcuni ospedali sfiorano l’indecenza, assistiamo spesso a episodi di violenza soprattutto nei Pronto Soccorsi. Perché siamo arrivati a questo declino?

Dovremmo chiederci, seriamente, cos’è la società in questo momento storico. L’elenco che lei fa ha portato inesorabilmente la professione infermieristica ad essere percepita e vista non più come attraente e interessante, tenendo inoltre in considerazione che sono aumentate in maniera sostanziale le responsabilità che un infermiere ha nei confronti del paziente e accanto a un’importante e sostanziale responsabilità di tipo penale, le retribuzioni rimangono paradossalmente quelle di un tempo. La politica, nel corso degli anni, si è totalmente distratta dal potenziare le figure sanitarie in molte strutture ospedaliere, sottovalutando il fatto che là dove c’è più assistenza – si muore meno – e questo è un dato assolutamente veritiero, dimostrato da studi scientifici. In merito agli episodi di violenza, posso dirle che stiamo registrando sempre più episodi del genere, spesso anche di tipo verbale. Emerge da parte di alcune persone, un lato umano negativo e oscuro davvero allarmante, il quale realmente mette il personale sanitario in grandi difficoltà, durante le turnazioni lavorative. Vengono attuate costantemente delle strategie di “descalation” proprio per ammortizzare e contenere dinamiche aggressive totalmente inopportune e fuori luogo.

Quali potrebbero essere le soluzioni per calmierare questa aggressività?

Sarebbe buona cosa implementare nei luoghi di attesa alle cure, una maggiore informazione rivolta alle persone che si apprestano a ricevere assistenza. A volte basterebbe rassicurare la persona che sta attendendo da diverse ore i propri esami che questi sono ancora in corso e che non avviene tutto nell’immediato. Purtroppo però la mole di lavoro è talmente alta e frenetica, soprattutto all’interno dei pronto soccorsi, che queste informazioni spesso non vengono comunicate per mancanza di tempo; andrebbero implementate pertanto delle figure preposte nelle sale d’attesa atte e preparate a informatizzare l’utenza.

Questa aggressività non è forse anche un po’ la conseguenza del fatto che alcune persone, nella loro ignoranza, considerano gli operatori sanitari statali come nullafacenti e fancazzisti?

Vorrei vedere loro tra le corsie di un reparto, all’interno di una terapia intensiva o di un triage di pronto soccorso in emergenza. Un solo giorno, ma forse nemmeno, basterebbe. Molti parenti dei nostri assistiti che passeggiano tra le corsie di un reparto con il cellulare in mano, non hanno nemmeno la consapevolezza di trovarsi in un luogo così delicato, tanto da omettere o dimenticare che il personale sanitario sta lavorando, non solo per il bene del singolo paziente, ma di tutta la collettività.

Si sente spesso dire che i soldi non ci sono o se ci sono la classe politica non intende investirli nel Sistema Sanitario Nazionale, diversamente se avanzano vengono investiti nei mezzi tecnologici i quali sebbene siano indispensabili, mancano però di personale che li adoperi, un corto circuito pericoloso, qual è la sua opinione in merito?

La situazione dovrebbe essere un po’ più bilanciata, va bene investire nei mezzi tecnologici ma è altrettanto importante avere poi le giuste risorse umane, anche per equilibrare l’ammortamento economico di queste apparecchiature. Che senso ha avere uno strumento innovativo e importante se poi non ho il personale che lo fa funzionare. Anche in questo caso, dunque la causa è una mancanza di personale che invece andrebbe implementata.

In questi giorni sono stato a Torino e in molti luoghi della città ho trovato affisso un manifesto, il quale a caratteri cubitali diceva: “380 giorni per una visita medica? No grazie! – È difficile accedere alle prenotazioni per eseguire esami, mentre altre prestazioni hanno tempi d’attesa che vanno dai sei ai dodici mesi, a queste condizioni i cittadini (chi se lo può permettere) sono costretti a rivolgersi presso strutture sanitarie private. I problemi della sanità, non solo in Piemonte, ma in tutta Italia, ricadono inesorabilmente sui cittadini, esiste secondo lei un rimedio affinché venga arginata questa deriva della sanità pubblica?

La domanda che in questo momento i cittadini pongono nei confronti del Sistema Sanitario Nazionale è letteralmente fuori controllo. Oggi, sono molti gli esami diagnostici che vengono richiesti, a torto o a ragione. Sappiamo quanto le code per accedere a una prestazione sanitaria siano lunghe e irragionevoli, dovremmo chiederci se potremmo essere disposti a eseguire ad esempio una
risonanza magnetica fuori dagli orari definiti standard e tradizionali. Saremmo disposti a eseguire certi esami alle undici di sera? Se la risposta fosse affermativa, potremmo così riequilibrare queste code che si sono create. Va detto comunque che c’è stato un rallentamento importante di tutte le prestazioni sanitarie a causa della pandemia, la quale ha ingolfato tutto il sistema, a tal
proposito potrebbe essere utile ridimensionare il rapporto tra visite in libera professione private e visite pubbliche erogate dal Sistema Sanitario Nazionale, andrebbe così risolta quella coda di prestazioni che si è venuta a creare – quindi andrebbe data maggiore importanza, attraverso maggiori orari, alle visite pubbliche del Sistema Sanitario Nazionale.

Secondo lei, è ipotizzabile una collaborazione tra sanità pubblica e privata? C’è chi sostiene che a breve per la sanità pubblica potrebbe prefigurarsi uno scenario terrificante, ossia un totale default del Sistema Sanitario Nazionale.

A mio parere il sistema sanitario privato e pubblico potrebbe collaborare benissimo, peraltro risponderebbero all’esigenza che il cittadino possa rivolgersi alla struttura sanitaria che maggiormente preferisce, dinamica già implementata da tempo da Regione Lombardia. Questo però andrebbe presidiato con una certa attenzione, poiché non si può fare lucro sui problemi correlati alla salute dei cittadini, vanno quindi date le stesse pari opportunità al pubblico e al privato.

Non solo non si investe nella sanità pubblica ma anche ipotizzando avvenisse, non dovremmo avere una sanità che favorisca la salute anziché una sanità che curi la malattia? In merito a questo aspetto siamo un po’ retrogradi, o sbaglio? Lei cosa ne pensa?

In realtà la Riforma Sanitaria – Legge n.883 del 1978, diceva già delle cose estremamente interessanti, era già una legge avanguardista da questo punto di vista. La migliore salute è la prevenzione, forse oggi, oltre a continuare su questo binario, dovremmo implementare maggiormente questo concetto partendo già dall’infanzia, educando e informando. Lo stile di vita sano dovrebbe diventare una priorità nel nostro paese, costruendo una rete importante ed efficace partendo dai diversi ambiti territoriali. È importante sottolineare il lavoro che oggi si sta facendo affinché il paziente cronico acceda sempre meno in pronto soccorso, ma venga seguito e sostenuto sul territorio, non solo attraverso un’ottica di risparmio economico ma anche in un’ottica organizzativa degli Ospedali. Per esempio il paziente anziano cronico dimesso, il quale non versa in condizioni gravi o che non ha particolari problematiche e suo malgrado continua ripetutamente a tornare in Ospedale, è sintomo sociale di un qualcosa che non va. Spesso le persone anziane che a domicilio si trovano con un coniuge anziano o sono sole, o non sono completamente autonome, inevitabilmente non sono in grado di auto-gestirsi nell’attuazione e assunzione della propria terapia e quindi vanno incontro a una serie di problematiche, ecco perché oggi sono nate nuove figure come l’Infermiere di famiglia (Legge 77 del 2020) o strutture come l’Ospedale di comunità e le Case di comunità, strettamente implementate e connesse sul territorio. Oggi le persone anziane
sono maggiormente sole rispetto a un tempo, dove si viveva in una sorta di gruppo parentale, oggi non sono più seguite in modo continuativo da parte dei familiari per tutta una serie di questioni oggettive che sappiamo, pertanto l’Infermiere di famiglia, da super visore, verifica attraverso sopralluoghi, il setting quotidiano di queste persone, verifica e si premura venga assunta
correttamente la terapia, verifica il grado di autonomia e se tutto procede in maniera adeguata – questa ad esempio è una forma di prevenzione, la quale sottrae queste persone a continui e inutili ritorni in Ospedale.

Lei è anche Presidente dei Coordinatori Infermieristici di tutta la provincia, il Coordinatore Infermieristico coordina gli Infermieri ed è in relazione con i Medici, come state vivendo questo momento?

È un momento pesante poiché grava su di noi tutta la responsabilità, anche a fronte di quello che è il risultato assistenziale. Viviamo quotidianamente sul campo di battaglia, spesso tra incudine e martello. Da sempre si sa che gestire le risorse umane non è facile, la nostra attività è soprattutto un’attività relazionale di “team working” e di “team building”, pertanto ci dobbiamo interfacciare con molte figure sanitarie e abbiamo come “outcome” quello di garantire una qualità assistenziale adeguata e soddisfacente. Il nostro non è meramente stilare una programmazione delle turnazioni del personale o provvedere all’approvvigionamento dei farmaci tra i vari presidi, ma è molto di più. È un lavoro di coordinamento, direzione e supervisione costante e continuo. Quello
che vorremmo avere da parte delle nostre Aziende Sanitarie è una maggiore attenzione nei nostri confronti e soprattutto vorremmo essere ascoltati di più.

In chiusura, c’è qualcosa che vuole aggiungere?

Questa è una rubrica dedicata all’arte, vorrei dire che anche l’assistenza è un’arte, poiché implica una devozione totale, nello stesso identico modo attraverso il quale un artista crea un’opera, in seguito a una dura e competente preparazione. Sostengo che il prendersi cura dell’altro sia l’arte migliore in assoluto. Capisco che i tempi siano aspri e che il pessimismo sia un po’ imperante, tuttavia voglio sperare in una sanità migliore, le crisi possono essere utili come campanelli d’allarme per apportare dei cambiamenti utili e importanti. Comprendo e mi rammarico se c’è qualcuno che ha vissuto episodi sanitari incresciosi nel corso della sua vita, di qualunque natura e di qualsiasi tipologia. Tuttavia vorrei davvero sottolineare che esistono moltissimi sanitari, bravi, preparati, competenti, capaci e empatici i quali hanno dato il massimo della loro fatica e dedizione nel loro lavoro. Il sistema è importante, ma alla fine sono sempre le persone a fare la differenza. A tutti i nostri politici, di qualunque schieramento, vorrei dire: “Abbiate cura del Personale Sanitario, per quello che ha dato, fa e continuerà a fare”.

Generico dicembre 2023

Sono Sergio Angeretti , Coordinatore Infermieristico di una Struttura Complessa di Neurologia a Bergamo. Presidente del CNC Coordinamento Nazionale Caposala – Coordinatori Infermieristici di Bergamo e Provincia. Sono membro della Commissione d’Albo CAI dell’Ordine delle Professioni Infermieristiche della città di Bergamo.

Giovanni Fornoniha studiato presso l’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano. All’attività di artista affianca quella di docente. Con i suoi Bestiari sovrappone o accosta la condizione umana a quella animale, indagando simbolicamente fatti di cronaca contemporanea, mettendo in rilievo verità ataviche, antropologiche, sociali e culturali.

Immagine dell’opera: Ad curam – collage fotografico e vernice spray – 40×50
cm. 2023 Freepik archive, image reworked by the Artist