Da Ariela Benigni a Giulia Manzini: “Passione e competenze per raggiungere grandi traguardi”
Al Palazzo dei Contratti e delle Manifestazioni della Camera di Commercio di Bergamo si è tenuta la tavola rotonda “Donne e leadership: storie di dinamismo e carisma a cui ispirarsi”
Con passione, determinazione e competenza si possono raggiungere grandi traguardi. Ancora oggi nel mondo del lavoro e delle professioni esistono disparità di genere, ma coltivando la consapevolezza di quello che si vuole fare e la voglia di mettersi in gioco è possibile togliersi tante belle soddisfazioni.
Rispetto al passato le differenze fra lavoratori e lavoratrici si sono ridotte: ci sono parecchi passi da compiere, ma la situazione è migliorata e non mancano esempi d’eccellenza capaci di aver tracciato prestigiose carriere. Ne hanno dato testimonianza autorevoli esponenti di diversi settori, dal mondo della scienza al teatro passando per l’impresa, raccontando il proprio percorso alla tavola rotonda “Donne e leadership: storie di dinamismo e carisma a cui ispirarsi”, che si è tenuta al Palazzo dei Contratti e delle Manifestazioni della Camera di Commercio di Bergamo.
Ariela Benigni, segretario scientifico e coordinatrice delle ricerche dell’istituto Mario Negri, spiega: “Ho coltivato il desiderio di diventare ricercatrice sin da piccola. Alle scuole elementari ho avuto la possibilità di cimentarmi in diverse esperienze di ricerca, mi sono piaciute molto e ho sempre pensato che nel futuro avesse potuto diventare la mia strada. La famiglia e la società inevitabilmente ci condizionano: anni fa era difficile immaginare che una donna avesse potuto realizzarsi professionalmente in questo ambito ed è stato fondamentale averci sempre creduto. Il mio consiglio è quello di seguire il proprio cuore, ciò che si vuole fare, ascoltando le proprie inclinazioni, a livello scolastico, sportivo o artistico, per esprimere se stessi. Inoltre, le esperienze all’estero sono fondamentali per arricchire la propria formazione: aver vinto una borsa di studio europea e l’opportunità di lavorare un anno in un laboratorio di Strasburgo è stato molto utile. È stata un’esperienza di vita e mi ha permesso di capire con precisione cosa volessi fare, perché è in se stessi che bisogna trovare le motivazioni per andare avanti e raggiungere gli obiettivi che ci si è prefissati”.
“Quando sono tornata – prosegue Ariela Benigni – l’istituto Mario Negri ha aperto la sua sede a Bergamo e da lì è cominciata la mia nuova avventura in questo centro d’eccellenza. Successivamente sono stata nuovamente all’estero, perché il mondo della ricerca è globale e spesso i progetti si sviluppano a livello transnazionale. Adesso coordino un gruppo di ricerca e mi è stato affidato l’incarico di segretario scientifico del Mario Negri a Milano e a Bergamo. La mia attività si sviluppa sia a livello organizzativo sia mettendo a frutto la mia esperienza e questo è sicuramente motivo di soddisfazione. Oggi il mondo della ricerca offre maggiori opportunità rispetto al passato, perché ci sono più realtà che la svolgono. Servono più servizi a supporto delle donne che lavorano e delle famiglie, ma le difficoltà non devono essere alibi: non sono riuscita ad andare a ritirare i figli a scuola ma sono cresciuti sviluppando una forte autonomia e questo è quello che una madre vuole. A fare la differenza è la qualità del tempo trascorso assieme a loro e non la quantità: rinunciando a qualcosa si può conciliare lavoro e famiglia”.
La testimonianza di Ariela Benigni ha diversi punti in comune con quella di Chiara Rota, ingegnere gestionale, ceo e founder di My Cooking Box, azienda specializzata in kit per il pasto proponendo le migliori ricette della cucina italiana. “Sin da piccola – afferma Rota – sono sempre stata appassionata di matematica e da grande desideravo insegnare questa materia. Ho frequentato l’istituto Paleocapa e nella mia classe c’erano in tutto tre ragazze. Al terzo anno ho effettuato lo stage alla Parmalat, che ha costituito il mio primo contatto con il food, mentre in quinta ho avuto un’esperienza internazionale. Sono stata per otto mesi negli Stati Uniti, a Spartanburg, un paesino nel South Carolina ed è stato molto utile sia per acquisire cultura aziendale sia per il mio futuro. Una volta tornata, mi sono laureata in ingegneria gestionale, perché ho sempre guardato con interesse al mondo del business. Ho iniziato un percorso di controllo di gestione del Gruppo Humanitas, ma mi mancava la parte operativa, così ho deciso di cambiare totalmente e sono entrata in un’azienda occupandomi dell’ingegnerizzazione dei processi industriali. Avevamo parecchi clienti all’estero e tutti mi dicevano di apprezzare il cibo italiano: prima di partire per far ritorno nei loro Paesi, quando erano da noi mi chiedevano le ricette delle portate che avevano mangiato, così ho proposto di preparare piccoli kit da donare come omaggio aziendale. L’iniziativa è stata apprezzata molto e avrebbe potuto diventare un business. Mi sono recata alla Camera di Commercio per chiedere quali fossero le prime certificazioni per avviare un’attività di questo tipo: una decina di giorni dopo sono stata contattata da un’operatrice che mi ha detto di aver visto la mia idea e mi avrebbe portato ad Expo per parlarne. Non avevo nemmeno un progetto strutturato e il brand, ma ho colto l’occasione con coraggio e ha preso il via un percorso di crescita che mi ha portato a lanciare la mia azienda e strutturare le box. My cooking box conta circa trenta lavoratori e si è espansa aprendo anche una sede negli Stati Uniti”.
Altra bergamasca che è riuscita ad affermarsi è Giulia Manzini, attrice di teatro, cinema e televisione, speaker, ballerina e insegnante di rockabilly jive, che evidenzia: “La mia storia è quella di una fortuna colta. Vengo da una famiglia di teatranti: i miei genitori sono attori e registi della compagnia Pandemonium Teatro, sono cresciuta in questo ambiente ed era il mio mondo. Ho calcato il palco già da bambina: ho cominciato a esibirmi a livello professionale all’età di dieci anni e pensavo che fosse la mia strada. Ho scelto di dedicarmi a questa attività perché mi piace: non è così scontato, perché a volte i genitori svolgono un lavoro e possono aprire strade ai figli ma non è detto che loro vogliano seguirli. A scuola ero molto brava in matematica: sia gli insegnanti sia mamma e papà volevano che intraprendessi un percorso di studi scientifico, ma alla fine delle superiori ho deciso di iscrivermi a psicologia. Non optai per un’accademia di teatro perché se l’avessi frequentata non avrei potuto continuare a lavorare sui palchi”.
“Inizialmente – prosegue Manzini – ho provato a portare avanti sia la strada del teatro sia quella della psicologia. Sono giunta sino al termine degli studi: sono psicologa abilitata e per un anno ho svolto tutti e due i lavori, poi ho dovuto scegliere cosa fare. Dal punto di vista dei contenuti sono attività compatibili e complementari, la preparazione psicologica mi ha aiutato a capire meglio me stessa e anche nella recitazione, però ho dovuto decidere e ha prevalso il teatro. A 23 anni mi sono detta che se non avessi provato a emergere in questo ambiente non avrei potuto riuscirci, così ho cercato un’agenzia a Milano per attori. Mi sono rivolta a quella realtà perché lì non ero conosciuta e avrei potuto sapere se facessi teatro perché avevo accanto a me i miei genitori o se avessi davvero talento. Dopo aver partecipato a diversi provini ed essere stata scelta parecchie volte, ho avuto conferma delle mie capacità e mi sono costruita varie strade parallele. Ho recitato in tantissime pubblicità, in piccole parti nel cinema e in una serie tv su Canale5 intitolata Made in Italy”.
Ha caratteristiche peculiari il percorso di Gabriella Messina, comandante della Polizia Locale e Dirigente della Protezione Civile del Comune di Bergamo, che ricorda: “Dopo il diploma conseguito all’istituto tecnico commerciale di Presezzo, strada che avevano scelto i miei genitori, sono andata subito a lavorare perché avevo bisogno di autonomia. A pochi mesi dalla conclusione delle superiori, sono diventata segretaria in uno studio legale, ma non mi piaceva e per caso sono venuta a conoscenza di un concorso per diventare agente della polizia locale. Ho deciso di parteciparvi e l’ho superato: sono stata assunta al Comune di Bergamo nel 1991 e ho iniziato il percorso in questo Corpo. Nel frattempo, mi sono sposata e ho avuto il mio primo figlio, Filippo. Ho continuato a fare l’agente, ma nel mio intimo sento di dover compiere altri passi: il mio sogno era quello di diventare comandante della polizia locale, ma mi mancava il titolo, così a quarant’anni ho deciso di iscrivermi a giurisprudenza nell’università di Bergamo. Nonostante i turni di lavoro e gli impegni che la famiglia comporta, ho intrapreso questo percorso: sono stati cinque anni faticosi ma interessanti, mi sono laureata e ho cominciato ad ambire a quel ruolo che on era mai stato rivestito da una figura femminile. Nel sentire comune, la polizia locale è un ambiente maschile: da pochi anni nei Carabinieri e nella polizia di Stato ci sono le donne. Dopo essere diventata vicecomandante, l’amministrazione ha deciso di affidarmi questo ruolo e nel 2016 sono diventata la prima comandante donna. Avendo lavorato per tanti anni all’interno di questa struttura, i colleghi con cui avevo condiviso parecchie esperienze diventavano i miei sottoposti. Da una parte era positivo perché li conoscevo tutti ma dall’altra dover assumere una funzione gerarchicamente diversa non è stato semplice perché dovevo rimarcare la diversità di posizione”.
“È un lavoro che mi ha sempre entusiasmato – continua Messina – e lo svolgo con passione. Senza quest’ultima, come tante altre attività, sarebbe complicato. Comporta l’assunzione della responsabilità della città, della sicurezza non solo stradale ma nel suo complesso. Infatti i vigili non danno solo le multe ma si occupano di molteplici aspetti, che spaziano fra l’educazione stradale finalizzata a far capire come nascono le regole e perché bisogna rispettarle, la prevenzione, la polizia giudiziaria e l’ordine pubblico in supporto di questura e Carabinieri. Ritengo che essere donna non significhi essere qualcosa di più o di diverso da un uomo, ma sicuramente in quanto tale ci sono sensibilità e prerogative differenti”.
In ambito sportivo, Marta Milani, ex atleta velocista e mezzofondista, fisioterapista e docente di educazione motoria, riferisce: “Ho sempre avuto la passione per lo sport e a dieci anni ho iniziato a praticare atletica leggera ottenendo i primi risultati. A vent’anni ha preso forma la mia carriera da professionista: sono entrata nel gruppo sportivo dell’esercito e ho conquistato vari riconoscimenti. Parallelamente, nel 2010 mi sono laureata in fisioterapia e poi in scienze motorie perché ho capito che mi sarebbe piaciuto educare i giovani. Quando ho capito che mancava poco alla fine della mia carriera da atleta, mi sono informata sui concorsi scolastici pensando che l’insegnamento sarebbe diventato il mio lavoro. Nel frattempo sono rimasta incinta della mia primogenita, Anita: dopo il parto, ho chiesto di essere dimessa con alcune ore di anticipo rispetto alla tempistica prevista perché avrei voluto sostenere il test. Insieme a mio marito e a mia figlia mi sono recata a Dalmine e ho superato l’esame allattando mia figlia fino a cinque minuti prima di entrare in aula. L’ho superato e mi ha permesso di entrare in ruolo come docente di scienze motorie”.
Infine, Delfina Fagnani, restauratrice abilitata – titolare del laboratorio Sesti Restauri, annota: “Già nel primo anno del liceo artistico un insegnante ha colto le mie peculiarità. I miei lavori si distinguevano per il rigore, la precisione e il senso del colore, magari meno per la creatività. Mi disse che secondo lui avevo le qualità per intraprendere la professione di restauratrice, quindi mi indicò la strada: mi attraeva la possibilità di arrivare a contatto con l’opera d’arte, ossia riuscire a capire come l’artista giungesse a realizzarla tecnicamente. Bergamo ha una lunga tradizione di restauro: ho avuto l’opportunità di frequentare un laboratorio dove passavano opere d’arte di alto livello. Provenivano da diversi musei, dall’Accademia Carrara, grandi collezionisti e grandi gallerie, e ho capito che era quello che avrei voluto fare”.
“Ho deciso di continuare a lavorare su opere d’arte di altissimo livello – conclude Fagnani – e ho svolto vari corsi di formazione in tante città italiane. Sono importanti sia per confrontarsi fra colleghi ed esperti del settore sia per tenersi aggiornati. Dopo un percorso di apprendistato durato sei anni, ho intrapreso una mia impresa individuale. Ho aperto l’attività con quello che sarebbe diventato mio marito e il padre dei miei figli, che svolgeva lo stesso lavoro. Ho condiviso con lui vent’anni di attività, fino a quando è mancato nel 2000”.
Guardando al futuro, tutte le relatrici invitano a “mettersi in gioco ed essere pronti a cogliere le sfide per portare avanti le proprie passioni e raggiungere gli obiettivi che ognuno di noi si prefigge in base alle proprie prerogative”.


