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Negozi che chiudono, il sindaco Gori: “Commercio, incentivi ai canoni calmierati per salvare le attività”

Il primo cittadino interviene sul Sole 24 Ore: “Lo spunto ci viene dall’esperienza del mercato residenziale. Qui sono numerosi gli esempi di efficace applicazione degli accordi territoriali per la diffusione di contratti di locazione con canone concordato”

Bergamo. Commercio, incentivi ai canoni calmierati per salvare i negozi. Questa la ricetta proposta dal sindaco Giorgio Gori che ha scelto di lanciare la sua idea e di raccontarla sul Sole 24 Ore.

“Un’idea contro la crescente morìa di esercizi commerciali nel cuore delle nostre città e nei piccoli comuni: perché non replicare per il commercio lo schema degli accordi territoriali che incentivano la locazione residenziale a canone concordato? – così Gori -. I risultati sul fronte della residenza sono incoraggianti: la possibilità di godere della cedolare secca e di uno sconto sull’Imu spinge numerosi proprietari a contenere il valore dei canoni di affitto. Lo stesso si potrebbe fare per sostenere il commercio al dettaglio, sempre più in difficoltà per la competizione dei grandi centri commerciali e dell’e-commerce.
“Ogni negozio chiuso è una ferita per la città”, ha recentemente ricordato il presidente dell’Anci e sindaco di Bari Antonio Decaro; ed è assolutamente così. Dove il commercio di vicinato si spegne, si spegne la vitalità di strade e quartieri, che diventano luoghi meno frequentati e più insicuri. Purtroppo di negozi che chiudono, e di ferite nel tessuto delle città, se ne contano sempre di più. Le rilevazioni più recenti, rese note da Confcommercio, parlano del 32% di locali sfitti a Milano e del 40% nella Grande Milano, di 213 nuovi sfitti a Pistoia in dieci anni, di 137 a Modena nello stesso periodo, di un crollo del 29% a Pisa, di 200 negozi sfitti a Bolzano e di negozio chiuso ogni 24 ore a Bologna nel solo 2022, per citare solo qualche esempio. Resistono meglio le città turistiche, in cui bar e ristoranti rimpiazzano in parte i negozi che via via chiudono; mentre il fenomeno è ancora più marcato nei piccoli centri interessati da un fenomeno di progressiva desertificazione dell’offerta commerciale.

Pesa la competizione dei grandi mall alle porte delle città – che spesso le Regioni hanno autorizzato senza alcuna attenzione alla tutela dei tessuti commerciali urbani – e pesa sempre di più la concorrenza dell’e-commerce, che spesso somma convenienza e comodità di consegna. Infine, pesa l’inflazione, che da un lato ha eroso il potere di acquisto delle famiglie e dall’altro ha determinato un generale fenomeno di incremento dei canoni di affitto, aumento che colpisce gli operatori – circa il 60% – che non sono proprietari dei “muri” in cui operano (la Confcommercio di Bergamo ha rilevato nel corso dell’ultimo anno un incremento del 15% nell’11% dei casi, e tra il 5% e il 15% nel 48% dei casi). Gli sforzi indirizzati alla rigenerazione urbana da parte di molte amministrazioni comunali non sempre riescono a rivitalizzare la rete del commercio più minuto; e le ricette che negli ultimi anni si sono intrecciate – perlopiù basate sulla distribuzione di sussidi/incentivi per l’apertura di nuovi negozi di vicinato o per il riutilizzo di spazi sfitti – non paiono in grado di affrontare la questione in termini strutturali.

Non è ovviamente semplice immaginare una soluzione che risolva tutti i problemi. È però possibile immaginare un intervento sul mercato degli affitti commerciali, attraverso una misura che spinga alla riduzione dei canoni. Lo spunto ci viene dall’esperienza del mercato residenziale. Qui sono numerosi gli esempi di efficace applicazione degli accordi territoriali per la diffusione di contratti di locazione a canone concordato. I vantaggi per i proprietari sono evidenti: accesso al regime di cedolare secca al 10% e riduzione dell’Imu da parte dei Comuni, a condizioni che pratichino – per le diverse zone della città e per le diverse tipologie di immobili – i canoni “ribassati” determinati di comune accordo dalle rappresentanze sindacali dei proprietari e degli inquilini, con gli Enti locali a fare da “garanti”. A Bergamo – situazione che conosco direttamente – sono attualmente attivi ben 2.900 contratti di questo tipo, una quota significativa dell’intero mercato dell’affitto della città.

Perché non si immagina una misura analoga per le locazioni commerciali? Qualcuno ricorderà che la Legge delega per la Riforma fiscale approvata dal Parlamento prevede già la possibilità di reintrodurre il regime di cedolare secca (al 21%) per le persone fisiche proprietarie di immobili non residenziali affittati a commercianti, artigiani o professionisti (si parla di “reintroduzione” perché la cedolare secca per gli affitti commerciali fu introdotta una prima volta nel 2019, ma durò un anno soltanto, perché troppo costosa in termini di mancato gettito per lo Stato). Anche questa volta, però, il problema del costo rischia di bloccare tutto. Si avvicina l’approvazione della Legge di Bilancio 2024 e le speranze di veder concretizzata la “possibilità” prevista dalla Riforma fiscale sono sempre più tenui, anche perché i proprietari di immobili interessati allo “sconto fiscale” – aliquota “piatta” al 21% al posto dell’aliquota marginale dell’Irpef relativa al loro scaglione di reddito, quindi fino al 43% – sarebbero molti, circa 1,3 milioni di persone fisiche: probabilmente troppi. Nella misura non rientrerebbero infatti solo i negozi, ma tutti gli uffici, i laboratori e altri fabbricati come gli alberghi. Fatti i conti, al Mef si sono convinti che non ci siano quindi le condizioni per dare concretamente seguito a quanto previsto dalla Riforma fiscale. Ma se la misura fosse più limitata, e riguardasse solo gli immobili affittati per attività commerciali di vicinato, o attività artigianali di servizio, e fosse condizionata all’applicazione di canoni concordati fissati nell’ambito di specifici.

Accordi territoriali, l’impatto sui conti dello Stato sarebbe molto più limitato e decisamente più sostenibile. In compenso i benefici sarebbero più distribuiti e riguarderebbero non solo la proprietà degli immobili, ma soprattutto i negozianti e gli artigiani in affitto, che della catena rappresentano l’anello più fragile. Anche in questo caso, poi, i vantaggi fiscali derivanti dall’applicazione della cedolare secca potrebbero essere
accompagnati da una riduzione delle aliquote Imu, in questo caso a carico dei Comuni. Per le reti del commercio urbano si tratterebbe di una consistente boccata d’ossigeno; non episodica, ma strutturale, e per questo più rilevante. E ancor di più per le realtà commerciali dei piccoli centri. Per quelle collocate in Comuni con meno di 5mila abitanti la Riforma fiscale si spingeva a prevedere una cedolare secca più vantaggiosa (15% anziché il 21% applicato nei centri più grandi). Se questa impostazione fosse fatta salva nell’auspicato provvedimento “salva negozi”, si tratterebbe di un aiuto ancora più significativo”.