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Covid e varianti, in Bergamasca 4400 contagi nell’ultimo mese

I test e la sorveglianza sono diminuiti, mentre gli esperti invitano a continuare a prendere sul serio questa malattia

Cresce a dismisura il tasso di positività al Covid in Italia. Nell’ultimo mese l’incidenza dei casi è aumentata dai 46 di ottobre agli attuali 85 casi per 100 mila abitanti.

Ma non solo. Anche sui ricoveri l’occupazione dei posti letto in area medica, pur restando ancora limitata, sale al 9,6% (5.741 ricoverati); in aumento anche l’occupazione dei posti letto in terapia intensiva, pari al 2% (170 ricoverati) rispetto al dato precedente (1,2% e 111 ricoverati)
Il totale dei nuovi casi è passato da 147.532 a 185.612, con un incremento del 25,8%.

Il numero di tamponi effettuati in Italia è lievemente aumentato, da circa 1.100.000 a 1.160.000.

Il tasso di positività è al 18,8%, in rialzo rispetto alla passata rilevazione, quando era al 12,5%.

Sono stati 1.029 i decessi dovuti al Covid nel mese di novembre, in notevole rialzo rispetto ai 692 del dato precedente.

Cresce il numero dei pazienti in isolamento domiciliare: sono 190.648 (erano 159.672).

Sale l’indice Rt che è tornato sopra la soglia epidemica da più di un mese (ora a 1.1).

Lombardia e Bergamo
In Lombardia nell’ultimo mese si sono registrati 48.454 casi di Covid-19, in crescita rispetto al mese scorso, quando erano stati 34.141.
Sono stati 339 i decessi, in forte aumento rispetto ai 230 del periodo precedente.

Anche i ricoverati con sintomi sono notevolmente cresciuti, passando da 343 a 559; incrementa sensibilmente anche il numero dei pazienti in terapia intensiva: da 9 a 26.
Il tasso di occupazione nei reparti covid è del 16%; quello in T.I. è al 2%.
L’indice di contagio ogni 100 mila abitanti è salito a 140.
Crescono anche i pazienti in isolamento domiciliare: da 10.713 a 15.326.

Come in Regione, anche in provincia di Bergamo si assiste a un incremento dei nuovi casi: sono stati infatti 4.392 quelli relativi all’ultimo aggiornamento mensile, mentre erano 2.838 quelli del mese precedente.
L’indice di contagio ogni 100 mila abitanti è ora a 120.
Nel mese di novembre si sono registrati 16 decessi causati dal Covid.

Esistono diverse sottovarianti di Omicron in circolazione a livello globale.

Sebbene la pandemia possa sembrarci ormai un ricordo, nonostante il numero di casi in costante aumento, il virus che causa il COVID-19 continua a mutare, con molteplici varianti che circolano in ogni Paese.
Eppure, i test e la sorveglianza sono diminuiti; mentre gli esperti invitano a continuare a prendere sul serio questa malattia.
“Il mondo ha superato la fase pandemica del COVID e, per molti aspetti, questo è un bene perché le persone sono in grado di proteggersi e di tenersi al sicuro, ma questo virus non è sparito. Sta circolando. Sta cambiando, sta uccidendo e noi dobbiamo stare al passo”, ha dichiarato Maria Van Kerkhove, responsabile tecnica per il COVID-19 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

Quali sono le varianti COVID più comuni oggi?
Tutte le varianti oggi in circolazione sono del ceppo di Omicron, una variante altamente trasmissibile di COVID-19 emersa per la prima volta due anni fa.
Una sottovariante, EG.5, soprannominata anche Eris, rappresenta attualmente più della metà dei casi di COVID-19 in circolazione a livello globale. L’OMS l’ha dichiarata una variante da tenere sotto controllo già in agosto.
I casi di EG.5 sono aumentati già nel corso dell’estate, anche se di recente è stata superata negli Stati Uniti da una sottovariante strettamente correlata, chiamata HV.1. Questa sottovariante rappresenta ora il 29% dei casi di COVID-19 negli Stati Uniti, secondo gli ultimi dati dei Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC).

“HV.1 è essenzialmente una variante derivata da EG.5.1 (e precedentemente da XBB.1.5) che sta accumulando alcune mutazioni che le permettono di infettare meglio le persone che sono immuni al SARS-CoV-2”, ha dichiarato Andrew Pekosz, professore di microbiologia molecolare e immunologia alla Johns Hopkins University negli Stati Uniti.
Pekosz, che studia la replicazione dei virus respiratori, ha affermato che queste varianti sono probabilmente emerse come mutazioni casuali nell’ambito dell’evoluzione naturale dei virus.

Secondo i Centri europei per il controllo e la prevenzione delle malattie (ECDC), le varianti simili all’XBB 1.5, come l’EG.5 o Eris, sono attualmente dominanti e rappresentano circa il 67% dei casi nei Paesi UE/SEE.
Secondo l’OMS, un’altra sottolinea di Omicron, chiamata BA.2.86, è “in lento aumento a livello globale” e recentemente è stata classificata come “variante di interesse”. Le sue sequenze sono state studiate per la prima volta in Israele e Danimarca nei mesi di luglio e agosto.
“Quando è emersa, la variante BA.2.86 ha destato grande preoccupazione negli scienziati perché presentava un gran numero di mutazioni, in particolare nella proteina spike, che è il bersaglio dell’immunità protettiva fornita dai vaccini e dalle infezioni”, ha dichiarato Pekosz.

Covid, c’è una forte relazione con le polveri sottili
Il virus responsabile del Covid-19 ha una forte relazione con le polveri sottili, che sono una delle cause dell’inquinamento atmosferico: uno studio dell’Università di Roma Tor Vergata e dell’Enea, pubblicato sulla rivista Science of The Total Environment, ha infatti evidenziato che la proteina Spike del virus, la chiave molecolare che questo usa per entrare nelle cellule, si lega molto facilmente al PM2.5, cioè quelle minuscole particelle di smog che hanno dimensioni minori o uguali a 2,5 micron (millesimi di millimetro).

“Durante la fase iniziale della pandemia la Lombardia e, in generale, tutta l’area della Pianura Padana sono state colpite più duramente dall’infezione virale rispetto al resto del Paese”, spiega Caterina Arcangeli, ricercatrice Enea del Laboratorio Salute e Ambiente e coautrice dello studio. “Parliamo di una parte d’Italia tra le più inquinate e questo ha portato la comunità scientifica a ipotizzare un possibile ruolo del particolato atmosferico nella diffusione del virus”, aggiunge.

L’indagine
I ricercatori hanno verificato la presenza del virus sui filtri per il PM2.5 presenti nella città di Bologna, e hanno poi eseguito simulazioni grazie al supercomputer Cresco6 dell’Enea, in grado di effettuare 700mila miliardi di operazioni matematiche al secondo. “L’affinità tra PM2.5 e Sars-CoV-2 è plausibile – spiega Arcangeli – ma la simulazione non permette di valutare se queste interazioni siano sufficientemente stabili per trasportare il virus nell’atmosfera, o se questo mantenga la sua infettività dopo il trasporto. La possibilità che il virus possa essere ‘sequestrato’ dal PM, con conseguente riduzione di infettività e diffusione, o inattivato da questa forte interazione con il particolato non può essere quindi esclusa”.

Le simulazioni
La forza delle simulazioni al computer effettuate da questo studio risiede nella capacità di modellare diversi tipi di particolato, variando sia la concentrazione che la composizione chimica degli inquinanti atmosferici. Queste simulazioni possono, dunque, rappresentare uno strumento utile per valutare rapidamente l’eventuale interazione delle polveri sottili con virus, batteri o altri bersagli cellulari rilevanti. “Questa possibilità potrebbe dimostrarsi utile per contrastare o controllare la diffusione di future malattie trasmesse per via aerea in regioni altamente inquinate e fornire informazioni utili per elaborare piani di controllo dell’inquinamento dell’aria”, conclude Arcangeli.