Un cetaceo in Città Alta: il Museo di Scienze Naturali e lo scheletro del capodoglio
Appartiene a una giovane femmina di 9,77 metri di lunghezza e dal peso approssimativo di 11 tonnellate: è ospitato in una sala ad hoc
Bergamo. Un capodoglio in Città Alta, che cosa ci fa a centinaia di chilometri dal mare?
La risposta arriva direttamente dal Museo delle Scienze Naturali di Bergamo che ospita lo scheletro del cetaceo in una sala ad hoc.
Il tutto è frutto della collaborazione fra l’istituto orobico e il Dipartimento di Biomedicina Comparata e Alimentazione dell’Università di Padova che contribuì a raccogliere la carcassa dell’animale avvistata il 2 giugno 2008 nello specchio di mare fra tra Piombino e l’isola di Cerboli.
Dopo il recupero da parte degli ormeggiatori della Capitaneria di Porto Locale e dell’ARTAT (Agenzia Regionale Protezione Ambiente Toscana) che dispose lo smaltimento del corpo attraverso una ditta specializzata, venne contatta l’ateneo patavino in quanto “Istituzione delegata dal Ministro dell’Ambiente ad effettuare le ispezioni veterinarie e le analisi tissutali”.
Complice il veloce passaparola e la collaborazione fra le varie istituzioni, la notizia giunse all’ex direttore del Civico Museo di Storia Naturale di Milano Luigi Cagnolaro che il 4 giugno informò gli esperti del museo bergamasco offrendo l’opportunità di accogliere e conservare l’esemplare.
Giungendo nel giro di poche ore l’accordo, la salma venne trasferita il 6 giugno da Piombino a Padova dove vennero effettuati i rilievi biometrici e i prelievi per le analisi istologiche e tossicologiche su una giovane femmina di 9,77 metri di lunghezza e dal peso approssimativo di 11 tonnellate.
Nell’impossibilità di procedere alla pulitura dello scheletro nei laboratori del museo ed essendo ormai molto precarie le condizioni igieniche di ciò che rimaneva dell’esemplare, la carcassa, priva della gran parte dei tessuti, venne trasportata a Bergamo dove, non appena ricevute le autorizzazioni sanitarie necessarie, il 12 giugno 2008 venne interrata nei vivai appartenenti all’amministrazione comunale.
Separando il cranio dal resto del corpo, vennero create due fosse dalla profondità di due metri dove porre i resti del capodoglio su un cospicuo strato di materiale vegetale (foglie e detriti florovivaistici) al fine di evitare che lo scheletro si potesse rovinare e lasciando così che il materiale organico si decomponesse attraverso il processo di insabbiatura.
Ci vollero circa due anni prima che si potessero recuperare le parti ossee che dovettero essere sottoposte a un processo di macerazione in acqua a temperatura ambiente al fine di togliere le tracce di grasso presenti e puntare sul restauro al fine di unire le varie parti insieme al montaggio avvenuto nel 2013 prima dell’apertura al pubblico in dicembre.
A distanza di dieci anni il capodoglio rappresenta ancora un reperto particolarmente importante soprattutto per una città che non può vantare la vicinanza del mare, ma che al tempo stesso sa valorizzare ciò che la natura ci offre.


