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La Giulia Cecchettin che vive in ognuna di noi non c’è più. E anche Bergamo urla il suo dolore

Tantissimi i messaggi di sdegno, rabbia e dolore per la morte della giovane 22enne che mancava da casa da sabato 11 novembre

Bergamo. “Siamo state amate e odiate, adorate e rinnegate, baciate e uccise, solo perché donne”, diceva la poetessa Alda Merini. Un verso che tuona, mai così forte, all’indomani del ritrovamento del corpo di Giulia Cecchettin, la giovane che, insieme al suo ex fidanzato Filippo Turetta, mancava da casa da sabato 11 novembre.

Un tragico epilogo avvenuto a due settimane dalla giornata mondiale che condanna la violenza sulle donne, quella di sabato 25 novembre. Giulia Cecchettin era una giovane donna di 22 anni, nel fiore e nel pieno della sua esistenza, nel vivo dei suoi anni, pronta a spiccare il volo proprio in quel momento della vita in cui pensi che si possa fare tutto, in cui sognare è lecito e dovuto, in cui c’è tempo e desiderio per fare e volere qualunque cosa. Ma per lei il destino ha voluto altro. Ha scelto diversamente. Una fine tragica, drammatica, che sconvolge, scuote le coscienze, interroga e grida uno sdegno infinito. Ancora una donna. Ancora un’anima bella.

Perché sì, la morte, di qualunque tipo essa sia, toglie sempre il fiato. Peccato però che quando colpisce una giovane vita, innocente, fa ancora più male.

Di Giulie, in Italia, ce ne sono state fin troppe. Sono 105, secondo il report settimanale del Ministero dell’Interno, le vittime di femminicidio, di cui 82 ammazzate in ambito familiare-affettivo. Solo nel 2023. La ragazza col sorriso ingenuo e pulito, quella della porta accanto è solo l’ultima in ordine temporale di questa drammatica lista. Non è passato un mese, quest’anno, in cui una donna non sia stata strappata alla via, per colpa di un amore malato, tossico. Donne, madri, figlie tolte agli affetti più cari. Relazioni, storie in cui “il troppo voler bene”, l’ossessione, il possesso e l’incapacità di accettare il rifiuto o il cambiamento hanno mosso violenza, guidato la mano assassina.

Viene da chiedersi dove siamo arrivati e dove stiamo andando. Cosa stiamo facendo. Se siamo ancora capaci ci riconoscerci. Se esiste ancora l’idea del primo amore, puro, di quello che ti fa sentire le farfalle nello stomaco, di quello che fa diventare rossa in viso. Ma anche di quello maturo, segnato dagli eventi della vita. Di quello che non ti fa avere paura se vuoi dire di no, di quello condiviso con chi, proprio perché ti ama, ti accetta, ti accoglie e, pur nel dolore, se necessario, ti lascia andare. Del resto chi ti ama, veramente, non ti taglia le ali, non ti tocca, non decide il tuo futuro e non ti impedisce di viverlo.

Questo è il giorno del dolore e della consapevolezza di una drammatica verità, la stessa che tutti avevano intuito, ma che nessuno voleva dire ad alta voce. Giulia non c’è più. Il suo corpo è stato ritrovato in un canalone, privo di vita. E mentre Turetta si è dato alla fuga, con un mandato di cattura che pende sulla sua testa, c’è un’Italia che si divide tra chi lo intima di tornare per costituirsi e chi, invece, rivolge il pensiero e piange la giovane.

Trema la carne al pensiero di una Giulia che potrebbe essere di chi la figlia, la sorella più piccola, l’amica, la compagna di banco, la vicina di casa, la brava ragazza a cui fare il regalo per la laurea. Giulia è in ogni angolo. E’ la vittima, l’innocente a cui è stato tolto tutto perché aveva solo scelto di vivere, diversamente e senza di lui, la sua vita. E fa accapponare la pelle che, proprio nei tempi della modernità, dove si può dire tutto ma in verità niente, le barbarie continuano a riempirci i giorni. La stessa contro la quale non si è fatta mancare la voce di tante donne bergamasche. Chi politico, chi mamma a tempo pieno, chi medico, chi professionista, chi avvocato, chi commerciante. Ma non è il ruolo o la professione, tantomeno il genere, a determinare la valenza del pensiero e a rafforzare l’intensità delle parole. Conta solo il cuore.

Perché sì, anche se viviamo ben oltre l’anno Duemila, siamo ancora qui a ripeterci e a ripetere che gli uomini vanno educati al rispetto della donna. Purtroppo, la modernità dei tempi non è andata di pari passo con l’educazione, la civiltà e il rispetto. Bisogna ancora lavorare contro la misoginia, dicendo no alla violenza. Che, si badi bene, non è solo fisica, ma anche verbale.

Certo, non sarà un post a cambiare la vita. O a farla tornare in vita. Lei come Giulia, Martina, Oriana, Teresa, Lina, Yana, Melina, Santa, Iulia, Maria, Zenepe, Sara, Brunetta, Danjela, Jessica, Giulia, Pierpaola, Maria, Svletana, Floriana, Margherita, Maria, Mariella, Angela, Sofia, Celine, Anna, Vera, Rossella, Marisa, Maria Rosa, Liliana, Anna, Klodiana, Concetta, Annalisa, Etleva, Michelle e tante altre.

Ma insieme si può dire basta.

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