Animali esibiti come clown o indotti a compiere gesta, straordinarie ma ripetitive e non corrispondenti alle loro specie, non ha più senso
“Avete visto le immagini del leone fuggito dal circo a Ladispoli? Scrive Anna su Twitter, mentre Francesco le risponde: “Adesso a Roma, in strada, oltre ai cinghiali, abbiamo anche i leoni …” “Non è fuggito, ha semplicemente cercato la sua libertà” aggiunge Stefano…
L’essere umano ha iniziato a rappresentare il leone fin dall’antichità: dalle leonesse raffigurate nelle grotte di Lascaux agli Egizi, i quali elevarono i leoni, insieme alle sfingi, nelle loro rappresentazioni, posizionandoli a custodia del sacro. Dalla sfinge, al leone alato di Venezia, troviamo la leggenda di San Marco, naufrago nella città lagunare di ritorno da Aquileia verso Roma; il santo evangelista, in sogno ebbe la visione di un angelo nelle vesti di un leone alato, che gli disse: “Pax tibi Marce, evangelista meus. Hic requiescet corpus tuum” – “Pace a te, Marco, mio evangelista. Qui riposerà il tuo corpo”. Estasi, sogno, visione, premonizione o follia, di fatto questo episodio, spingerà più tardi le gesta di due Veneziani a trafugare da Alessandria d’Egitto le spoglie del santo, per portarle ai Dogi a onore del santo e della sua visione.
Nei Bestiari medievali, il grande felino, venne inizialmente rappresentato come una bestia mostruosa, mentre in seguito verrà associato a Cristo, in un’allegoria dalla quale nascerà l’usanza nel posizionare statue leonine all’ingresso di chiese, cattedrali e sepolcri a simboleggiare il Figlio di Dio, colui che salva e protegge. È vitale il soffio del padre leone, il quale soffia sui propri cuccioli appena nati, per introdurli alla vita, come quelli dipinti nell’affresco di Giotto, all’interno della Cappella degli Scrovegni a Padova. Nella seconda metà del Quattrocento la mano del napoletano Colantonio, dipinge la figura di “San Girolamo nel suo studio” mentre toglie delicatamente una spina dalla zampa di un leone.
Girolamo, colui il quale domina le passioni e placa l’aggressività e gli istinti. Se è il deserto il luogo in cui il Santo incontra e familiarizza con il leone, la stessa distesa di sabbia è quella sulla quale è distesa, una figura femminile, mentre l’animale la osserva, quasi a custodirla e quindi senza divorarla, nell’enigmatico e onirico dipinto di fine Ottocento “La zingara addormentata” del doganiere,
Henri Rousseau. Non guardano nella stessa direzione, invece, il leone e l’angelo nero, nella tela chiamata “Nostalgia” dipinta da René Magritte nel 1940. Il pittore si ritrae, su un ponte, nelle vesti di un angelo nero mentre contempla l’orizzonte e lo scorrere di un fiume pensa alla propria terra, dalla quale fuggì perché invasa dai Nazisti e all’acqua, la stessa nella quale, sua madre, si lasciò
annegare. L’angelo, assorto nei suoi pensieri, noncurante dà le spalle al leone il quale di rimando, potrebbe simboleggiare ciò che l’artista si sta lasciando dietro di sé e che non potrà più riavere. Simbolo di forza, nobiltà, maestà e coraggio il leone o, meglio, i leoni, li troviamo sulla scalinata che porta all’ingresso della Galleria Nazionale d’Arte Moderna a Roma, attraverso le sculture in bronzo dell’artista Davide Rivalta, il quale riproduce i felini ritratti in pose familiari, come fossero animali domestici, calmi ma attenti, in una continuità tra spazio e presenza concreta a guardia dell’arte.
A Firenze, invece, il leone protegge la città, fin dalla sua instaurazione nel 1115. Troviamo la copia del leone di Donatello, sull’arengario del Palazzo di Palazzo Vecchio, quelli posti ai lati
dell’ingresso della Loggia dei Lanzi, o ancora il leone dorato della Torre di Arnolfo. Con loro si inserisce l’installazione scultorea di Francesco Vezzoli, dal titolo “Pietà”: un leone in equilibrio, eretto sulle zampe posteriori, ha tra le fauci un’antica testa romana del II secolo d.C. mentre, adagiato in basso, è posizionato il corpo decapitato, di un togato romano. L’animale, accostato all’essere umano, diventa così il simbolo di un’epoca impetuosa, dominata dall’aggressività.
Un leone scappa da un circo
La visione potente, straordinaria ma distopica, dell’animale immortalato in un luogo non suo, ha evocato sensi di emancipazione, moti di tristezza, rivolte, indignazione e compassione. Così il leone, nella sua breve corsa verso la libertà, sembrava stesse tornando a essere una creatura naturale, portatrice immemore della simbologia che da millenni la caratterizza.
La natura è imprescindibile all’arte per costruire bellezza, ma questo suo bisogno non trova relazione con la pressione e le minacce attuate dalla nostra civiltà e dalle nostre attività, nei confronti degli animali.
Un circo senza animali, valorizziamo il talento umano
Le tristi costrizioni degli animali forzati dall’uomo a dare spettacolo in condizione di cattività, non hanno più ragione di esistere. Animali esibiti come clown o indotti a compiere gesta, straordinarie ma ripetitive e non corrispondenti alle loro specie, non ha più senso. Nonostante le attenzioni, la salvaguardia e le cure verso gli animali, questi episodi evidenziano come l’essere umano non può più privarli della loro innata natura o modificare i loro comportamenti.

Circus – collage fotografico – 30×40 cm. 2023
*Giovanni Fornoni ha studiato presso l’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano. All’attività di artista affianca quella di docente. Con i suoi Bestiari sovrappone o accosta la condizione umana a quella animale, indagando simbolicamente fatti di cronaca contemporanea, mettendo in rilievo verità ataviche, antropologiche, sociali e culturali.
Immagine dell’opera: Circus – collage fotografico – 30×40 cm. 2023
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