Bergamo Segreta
|Cinquant’anni di Eudimorphodon Ranzii: storia della scoperta che ha cambiato la paleontologia
Fu il primo rettile volante presente sul pianeta Terra e venne individuato nel bacino di Cene nel 1973
Cene. A volte un piccolo dettaglio può cambiare la scienza, dopotutto quanto è grande una cellula se non qualche micron? Lo stesso discorso vale anche per la paleontologia dove un frammento minuscolo può nascondere sotto di sé un immenso giacimento di fossili di portata mondiale.
Per esser sicuri serve grande curiosità e l’impegno di esperti che decidono di metter in discussione le proprie conoscenze per scavare in profondità e consentire al genere umano di scoprire cosa via sia stato prima di sé.
Tutto ciò è racchiuso nella storia della scoperta dell’Eudimorphodon Ranzii, primo rettile volante presente sul pianeta Terra individuato nel bacino di Cene nel 1973 dal paleontologo RoccoZambelli e dal tecnico di laboratorio MarioPandolfi insieme a un’equipe di ricercatori e volontari del Museo di Scienze Naturali “Enrico Caffi” di Bergamo.
Un ritrovamento che, a distanza di mezzo secolo, continua a rappresentare un caposaldo per la scienza che va a indagare il passato degli esseri viventi come sottolineato dal direttore dell’ente museale Marco Valle che ci ha raccontato una vicenda che ha quasi dell’incredibile.

“È necessario tornare indietro sino al 1965 quando, a causa di una frana, Cava Ratta venne definitivamente dismessa. Cinque anni dopo un sacerdote naturalista, don Antonio Canova, ritrovò un piccolo frammento di pesce in un’area che sino a quel momento era considerata sterile da un punto di vista paleontologico. Ciò aprì una campagna di ricerca che ci consentì di notare come, sotto uno spesso strato di roccia, si nascondessero alcuni millimetri ricchissimi di fossili – spiega il responsabile dell’ente museale -. Da lì si è dato vita a un’intensa campagna di ricerca che non coinvolse soltanto Cene, ma anche una serie di giacimenti dello stesso periodo come Zogno e la Valle del Brunone prima di arrivare alla scoperta del nostro rettile volante nell’estate 1973”.
Un incontro eccezionale che anticipava di milioni di anni la presenza dei rettili volanti sul nostro pianeta e fissarlo al Triassico, circa 220 milioni di anni fa. L’Eudimorphodon deve il proprio nome dalla composizione dei prefissoidi e dei suffissoidi greci eu (bene, molto), di (due), morfo (forma) e odonto (dente), che restituivano il significato “dai denti di forma ben diversa”, mentre Ranzii proviene da un genitivo latino intento a donare lustro a SilvioRanzi, zoologo dell’Università di Milano che si occupò della conservazione del reperto.
La ricostruzione inserita in un diorama del Museo mostra un piccolo rettile da un’apertura alare di circa 80 centimetri e dalla lunghezza di circa 70 centimetri, con un braccio particolarmente lungo e un quarto dito molto sviluppato, aspetto fondamentale per poter volare: “L’estensione di un’ampia membrana gli consentiva di esprimere il volo battuto, un po’ come succede per gli uccelli che però sfruttano alcune estensioni ossee note come piume – sottolinea Valle -. Discorso diverso invece per i pipistrelli che sono noti come chirotteri in quanto hanno modificato quattro delle cinque dita in loro possesso sfruttando al meglio la pelle che le unisce trovando così il modo per volare”.
Se la coda costituiva metà del suo corpo, ciò che spicca dell’Eudimorphodon è senza dubbio la presenza di ben 114 denti, 56 nell’arcatura superiore e 58 per quella inferiore con i primi che comparivano più piccoli degli altri al fine di poter catturare sia insetti che pesci.
La presenza di quest’ultimi nella dieta del rettile è confermata dal ritrovamento di alcune scaglie nello stomaco dell’individuo proveniente da Cene che addirittura ha smosso l’interesse dell’ American Museum of Natural History di New York che nel 2013 chiese un calco per una mostra.
“La fragilità della roccia ci impedì di creare un vero e proprio calco, ma ciò non ci impedì di sfruttare la tecnologia 3D e realizzare così un’impronta da spedire negli Stati Uniti – aggiunge Valle -. In cambio abbiamo ricevuto il calco di un nido di Big Mama, dinosauro morto mentre stava covando”.
Nonostante sia passato mezzo secolo la scoperta dell’Eudimorphodon Ranzii rappresenta un caposaldo della paleontologia internazionale, una testimonianza che ci ricorda come anche dei frammenti possano conservare dentro di sé un pezzo fondamentale della nostra amata Terra.





