Monia, aiuto psicologico già alla prima gravidanza: “Volevo essere una mamma perfetta”
A quanto pare, la donna temeva di non essere all’altezza e questo le procurava ansia. Gli altri casi di cronaca e lo scenario della sindrome di Munchausen
Bergamo. “Lei era la luce che aspettavo da tempo e non me ne ero nemmeno accorta, ero troppo preoccupata a voler essere una mamma perfetta”. Così scriveva sui social Monia Bortolotti, la 27enne mamma di Pedrengo accusata di avere ucciso Alice e Matteo, i suoi figlioletti di 4 e 2 mesi.
Non è facile capire cosa passi per la mente di una giovane madre accusata del più terribile dei reati. Quel che è certo è che diventare genitori può essere complicato, vale per tutte le fasi di transizione della vita. Il mito della maternità come momento di simbiosi idilliaca tra madre e figlio può trarre in inganno, ecco perché gli esperti mettono in guardia: non è realistico pensare di essere sempre felici, né pretendere di avere tutto sotto controllo. Insomma: ambire alla perfezione, come scriveva Monia su Facebook, può essere controproducente.
I suoi post (balzati agli onori delle cronache per frasi come “i miei bimbi erano tenuti come gioielli”, come a volersi giustificare e auto-assolvere dalle accuse) riflettono alcuni tratti del carattere della donna. Che, secondo quanto trapela, ancor prima della nascita della piccola Alice chiese supporto psicologico per affrontare la prima gravidanza. Alla luce di quanto emerso nelle indagini, è chiaro che il suo malessere non si è esaurito dopo il parto. Monia temeva di non essere all’altezza e questo le procurava ansia, molta ansia.
Se dietro quel malessere, poi, si nasconda altro, al momento non è dato sapere. Tra gli esperti, come la psicologa forense Roberta Bruzzone, c’è chi ipotizza che i comportamenti della donna rientrino “nel perimetro della cosiddetta ‘sindrome di Munchausen per procura ‘”: una forma di abuso che consiste nel fare del male ad altri per attirare l’attenzione su di sé, spesso messa in atto da persone con disturbi della personalità di tipo narcisistico. Narcisismo che Bruzzone ravvisa per esempio nei post su Facebook della 27enne. Che parla sì di sbagli, ma sempre e comunque involontari, dovuti al troppo amore verso i figli. Come quando, stremata perché “sempre pronta a cullarlo giorno e notte”, scrisse di essersi addormentata su Mattia, schiacciandolo.
In Italia sono stati accertati casi simili, ma per Pedrengo si tratta solo di ipotesi volte a spiegare un gesto (anzi due) all’apparenza inspiegabili. Quel che è certo, è che Monia – come rivelato dal Corriere della Sera – aveva già provato una volta a far del male a Mattia, il suo secondogenito. Il piccolo, nato il 25 agosto 2022, finì per la prima volta in ospedale il 14 settembre successivo. Monia Bortolotti chiese aiuto al 112, parlando di un’ “apnea durante una poppata”. In quell’occasione, sembrerebbe per la prima volta, rimase sola in casa col figlio perché papà Cristian quel pomeriggio era di turno al colorificio. Dopo una corsa in ambulanza al pronto soccorso del Papa Giovanni, grazie all’intervento dei sanitari, il bimbo si riprese. Ma proprio per via del precedente in famiglia, della morte improvvisa di Alice di soli 4 mesi l’anno prima, i medici del reparto di Patologia neonatale disposero degli accertamenti per vederci più chiaro.
Elettrocardiogrammi ed esami genetici esclusero che il bimbo fosse affetto da qualche malattia. Per i pediatri Mattia era sanissimo. Il ricovero andò avanti per oltre un mese e Monia, “Mia” per gli amici, mostrò gravi segni di insofferenza durante la convivenza forzata con il piccolo. In un’occasione intervenne un’infermiera, allarmata dalle lacrime e dalle urla di Mattia. Quando entrò nella stanza, si accorse che la 27enne lo stava stringendo forte, troppo forte. Prese quindi il piccolo e lo strappò dalle braccia della madre.
L’operatrice segnalò quanto accaduto ai superiori. Per questo motivo, venne richiesta una visita da uno psicologo e da uno psichiatra. Nessuno dei due professionisti, a quanto pare, riscontrò patologie psichiatriche, ma consigliarono alla famiglia di non lasciare sola la donna con il piccolo. Secondo gli investigatori il 25 ottobre 2022, quando Mattia morì soffocato, la donna rimase sola perché raccontò una bugia ai parenti: avrebbe detto loro che sarebbe arrivata un’amica, ma non risulta alcun contatto o prova di un appuntamento. Il piccolo morì per asfissia meccanica, 8 giorni dopo le dimissioni dall’ospedale.
Martedì la donna si è avvalsa della facoltà di non rispondere durante l’interrogatorio nella camera di sicurezza all’ospedale Papa Giovanni, dove è stata trasferita dal carcere di via Gleno per il timore di atti autolesivi. Il giudice per le indagini preliminari, Federica Gaudino, ha rigettato le richieste dell’avvocato difensore Luca Bosisio, ovvero la revoca dell’ordinanza di custodia cautelare e in subordine i domiciliari a casa del padre di lei, decisione motivata dal possibile pericolo di reiterazione del reato. Significa che Monia Bortolotti tornerà in carcere appena le sue condizioni lo consentiranno. Per ora resta piantonata in ospedale, sotto stretta osservazione.





