Matteo Lombardini e gli anni al centro psico-sociale: “L’omicidio del padre un dramma inatteso”
Da qualche tempo il 35enne aveva lasciato la struttura per affidarsi a delle cure private: “Aveva problemi, ma sembrava tranquillo. Difficile immaginare un epilogo simile”. In giornata l’interrogatorio davanti al gip
Nembro. Lunedì mattina, un sentimento di commozione ha pervaso i corridoi del centro psico-sociale di Nembro. Qui, al civico 28 di via Tasso, dove ci si occupa della cura, della riabilitazione e del reinserimento sociale di persone con disturbi psichiatrici, Matteo Lombardini è un nome piuttosto conosciuto tra gli addetti ai lavori. E pochi di loro – assicurano fonti vicine alla struttura, che per ovvie ragioni chiedono di restare anonime – si sarebbero immaginati che quel 35enne “buono e tranquillo”, nonostante i problemi che lo debilitivano, potesse accoltellare a morte il padre Giuseppe, 72 anni.
Per i dipendenti del centro, non è stato un rientro al lavoro come gli altri. E poco importa se Matteo, da qualche tempo, aveva abbandonato il servizio per affidarsi a delle cure private. Al Cps aveva stretto legami e frequentato, tra le altre cose, un laboratorio di terapia-occupazionale dedicato alla falegnameria. Ma ad un certo punto aveva deciso di lasciare la vita di comunità, in cerca di maggiore autonomia: “Per lui, ma anche per passare più tempo con la famiglia”, dice chi ha avuto modo di scambiarci qualche parola.
All’interno del Cps, ci si interroga su un risvolto tanto tragico quanto “inatteso” nella vita di Matteo. Così, almeno, viene percepito dalle persone che avevano imparato a conoscerlo tra le mura del centro. Il ragazzo era sì alle prese con una patologia mentale invalidante, ma durante la sua permanenza non avrebbe mai dato grossi segni di instabilità.
Anche se un precedente pericoloso, come emerso, c’era già stato: una dozzina, forse una quindicina di anni fa, quando il ragazzo aggredì per la prima volta il padre. “Ho un vago ricordo di Giuseppe con la testa fasciata, ma so che non denunciò il figlio”. Ad ogni modo, “pensavamo fosse acqua passata”, confida un’anziana che abita nella palazzina al 10G di via Rossini, la stessa dei Lombardini.
“Mi hanno raccontato delle ambulanze e dei carabinieri arrivati sabato sera, ma ho capito cos’era successo soltanto domenica leggendo i giornali – ammette una giovane residente -. Non avevo motivi per immaginare una tragedia simile”.
Anche se, alla fine, vien da pensare che solo la famiglia di Matteo (il padre Giuseppe, la madre Mariangela Stella, a sua volta ferita, la sorella Chiara e pochi altri parenti stretti) avessero il reale polso della situazione, tant’è che nell’ultimo periodo si dice che certi nuovi segnali di disagio stessero turbando la psiche del ragazzo.
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Il 35enne, trasferito in carcere, martedì 31 ottobre comparirà davanti al gip per l’interrogatorio di convalida (a difenderlo l’avvocato Marco Avilia di Seriate, che per il momento non ha voluto rilasciare dichiarazioni).
L’ennesima tragedia ha rilanciato ancora una volta il tema dell’assistenza alle famiglie che hanno a che fare con persone che soffrono di disturbi psichici. “Dopo la Legge Basaglia questo tipo di utenza è a carico loro – commenta la psicologa forense Roberta Bruzzone, intervenuta su Rai 2 per offire un punto di vista sulla vicenda -. Gli anni passano, i genitori invecchiano, le problematiche aumentano e questo tipo di soggetti diventano sempre più difficili da gestire”.
In Italia ci sono migliaia di famiglie in queste condizioni. “Completamente abbandonate a se stesse. Certe situazioni, se lasciate all’interno del circuito familiare, prima o poi esplodono – conclude l’esperta -. Non è questione di ‘se’, ma di ‘quando’. Servono fondi, strutture e nuove normative”. E a giudicare dalla frequenza di certi episodi, servirebbero in fretta.







