Foppolo, l’ex senatore condannato e poi assolto per le tangenti: “Nessuna spintarella al Pgt, fu tirato in mezzo”
La corte d’Appello: “Piccinelli non fece pressioni in Provincia. I Boccolini millantarono accordi con lui per farsi consegnare i soldi dagli imprenditori vicini a Berera”
Bergamo. “In tutto l’iter amministrativo non vi fu un solo atto, un solo parere proveniente dalla Provincia di Bergamo, di cui Piccinelli era assessore all’Urbanistica, favorevole alla approvazione del Pgt prima e del Progetto Strategico poi”. Secondo i giudici della corte d’Appello di Brescia, “Piccinelli non operò alcuna pressione sui tecnici” che seguivano l’istruttoria. E nemmeno sono emerse condotte o comportamenti tali da far ritenere che spinse per agevolare le pratiche. È scritto nelle corpose motivazioni (circa 90 pagine) della sentenza che lo scorso 12 giugno ha portato all’assoluzione dell’ex senatore di Forza Italia Enrico Piccinelli, condannato in primo grado a 5 anni per corruzione in uno dei tanti filoni dell’inchiesta Foppolo.
In estrema sintesi, i giudici bresciani hanno ribaltato la sentenza per “insufficienza di elementi probatori” a carico di Piccinelli. Secondo i difensori del 59enne (gli avvocati Mauro Angarano e Gianluca Quadri) il nome del politico era stato speso a sua insaputa dai suoi stessi accusatori, ovvero l’ex sindaco di Foppolo Giuseppe Berera e i fratelli consulenti Maria e Fulvio Boccolini. Tesi accolta dai giudici d’Appello, secondo cui i Boccolini millantarono accordi con l’allora assessore per ‘spillare’ a un gruppo di imprenditori i soldi della tangente (si parla di 780 mila euro) necessari a far approvare il Pgt, lo strumento di governo del territorio che nei piani dell’allora amministrazione comunale e degli impresari coinvolti prevedeva cubature ‘gonfiate’ per un maggiore sviluppo edilizio. In pratica, una maxi colata di cemento attorno alle piste da sci.
Ci sono però diversi elementi che la sentenza tiene in considerazione: Il pgt, appunto, non fu mai approvato. E i soldi della presunta tangente mai trovati (non vi è prova, dunque che finirono nelle tasche di Piccinelli). La Guardia di Finanza, nonostante gli accertamenti svolti sui conti correnti dell’imputato e dei suoi familiari, non ha mai riscontrato anomalie; così come l’analisi dei dispositivi informatici non ha provato “significativi contatti” via mail, telefono o sms tra Piccinelli e i Boccolini, le cui ricostruzioni dei fatti – come quelle rese agli inquirenti dall’ex sindaco Berera – vengono definite “generiche”, “illogiche” e persino “contraddittorie”, a differenza di quanto sostenuto dai giudici di Bergamo che ritennero credibili le testimonianze dei tre, tutti reduci da un patteggiamento.
“L’unico dato certo – si legge nelle motivazioni della corte d’Appello – è che i fratelli Boccolini si sono appropriati di 300 mila euro, facendo credere che fossero diretti a Piccinelli”. Inoltre, “trattennero quasi l’intera somma. Ciò potrebbe far ritenere che non fossero realmente d’accordo con Berera (per spartirsela, ndr) se poi la investirono quasi interamente in Svizzera tramite il loro consulente di fiducia. Se erano stati effettivamente in accordo con Berera, ciò testimonierebbe che hanno millantato con qualcun altro, e cioè con coloro che avevano consegnato loro i denari falsamente diretti ad un uomo politico”. Ovvero gli imprenditori vicini a Berera, peraltro tutti assolti.
Sorge però spontanea una domanda. Perché i Boccolini patteggiarono per corruzione e non per un reato meno grave come il millantato credito? Secondo i giudici d’Appello, da un lato temevano ritorsioni da parte dell’ex sindaco di Foppolo, qualora fosse stato a sua volta ingannato. Dall’altro, sfruttarono un vantaggio in ottica processuale: la riduzione della pena che all’epoca rendeva più conveniente confessare la corruzione.



