Crisi del ’29 e grande depressione: uno sguardo sulla ‘tempesta perfetta’ americana
Nel 1929 il crollo della Borsa di New York portò alla grande depressione e avvelenò l’economia globale, traghettando il pianeta verso i terribili anni del secondo conflitto mondiale
New York (Stati Uniti). Tra il 23 e il 29 ottobre del 1929, presso la Borsa di New York, si scatenò la classica tempesta perfetta, un fenomeno ‘epidemico’ che avrebbe condotto il mondo sulla soglia del baratro, innescando reazioni a catena difficilmente prevedibili.
Non si trattò, tuttavia, di un fulmine a ciel sereno, ma della naturale conseguenza di prassi e scelte, tanto del pubblico quanto del privato, improntate a un’eccessiva fiducia nei confronti del sistema capitalistico, soprattutto di quello americano. Le ardite speculazioni della grande finanza, ma anche di piccoli e medi risparmiatori, si intrecciarono mortalmente con il calo progressivo dei prezzi dei beni agricoli.
La grande depressione, che avrebbe traghettato il mondo verso gli anni terribili del secondo conflitto mondiale, fu quindi determinata dalla combinazione di due cause distinte: una crisi del credito e una sovrapproduzione di materie prime. A nulla valse, se non a peggiorare ulteriormente la situazione, il disperato tentativo messo in atto dai clienti delle banche di ritirare i propri depositi: “Tutti i titoli di borsa crollarono: gli operatori economici non poterono restituire i prestiti, centinaia di migliaia di risparmiatori furono ridotti in rovina” (A. Desideri, M. Themelly, Storia e storiografia. Il novecento: dall’età giolittiana ai nostri giorni, Casa editrice G. D’Anna, Messina-Firenze, 1997).
La macchia d’olio inquinò e avvelenò l’economia mondiale, ad eccezione di quella dell’Urss resa impermeabile a qualsiasi influenza esterna grazie all’isolazionismo politico adottato dalla classe dirigente del Paese, generando ovunque inflazione, disoccupazione, fallimenti di interi settori produttivi, alimentando, inoltre, un sordo rancore nei confronti dei sistemi democratici e liberali. Nessuna categoria venne risparmiata, dal professionista al percettore di reddito fisso, accelerando un processo di netta “trasformazione delle strutture sociali (proletariato, ceti medi), dei grandi spazi economici (campagna, città), dei modi di produrre, di consumare, di vivere” (Op. cit.).
Il liberismo economico, improntato all’autoregolazione dei mercati e dell’economia, al principio della libera concorrenza, venne messo in discussione dalla politica americana. Franklin Delano Roosevelt inaugurò “un nuovo corso economico (New Deal) caratterizzato da un circoscritto intervento dello Stato” (Op. cit.), circondandosi dell’esperienza e della competenza dei migliori studiosi di economia del tempo, provenienti dalle università più prestigiose statunitensi, accogliendo figure e pensatori dagli orientamenti politici più disparati ed eterogenei, dimostrandosi “uomo d’azione lontano dalle ideologie” (Op. cit.). Si svalutò la moneta per incentivare il commercio con l’estero, si potenziò il welfare, vennero messe sotto controllo la Borsa, il mercato azionario e le banche, furono concessi prestiti e finanziamenti per agevolare l’acquisto di beni immobiliari. E ancora, fu inaugurata una stagione di significativi interventi pubblici (costruzione di canali, di centrali idroelettriche, un deciso rimboschimento di aree depresse ecc.), offrendo lavoro e aumentando i salari. La politica del Presidente democratico incontrò “resistenze e critiche tanto sul piano tecnico quanto su quello propriamente politico” (Op. cit.). Persino “la Corte Suprema giunse a dichiarare illegittimi alcuni provvedimenti del governo” (Op. cit.). Nonostante le difficoltà riscontrate, il New Deal ottenne pressoché unanime appoggio dai sindacati e dall’opinione pubblica statunitense di area democratica.

In Europa, invece, la crisi determinò una forte contrazione degli scambi commerciali, facendo prevalere logiche protezionistiche, improntate a un clima di sospetto tra le nazioni. In Italia e in Germania, non a caso, giunsero al potere il fascismo e il nazismo, favorevoli a politiche economiche autarchiche, da realizzarsi anche mediante l’espansione territoriale. La corsa agli armamenti avrebbe progressivamente allontanato gli effetti nefasti della crisi economica, rischiando, tuttavia, di rappresentare “una medicina mortale, peggiore del male che, in sostanza, curò: un rimedio che rischiò, come rischia ancora, di annientare la convivenza civile e la vita umana sul pianeta” (Op. cit.).
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