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“Figli da educare ferro da masticare”
Foto Unspalsh

“Figli da educare, ferro da masticare”, appunto, in un tempo in cui abbiamo la sensazione che anche il ferro sia diventato più resistente. Ma l’imperativo dell’educare c’è e riguarda tutti

Per riprender fiato

Lungo le mulattiere e i sentieri percorsi quasi a memoria tanto erano familiari dai contadini, padri con figli al seguito, perché imparassero presto il sacrificio dell’impegno, c’erano degli spazi un po’ più vasti, sottratti al bosco, che servivano per riposarsi, riprendere fiato e energie per ripartire. Erano le “aree di sosta”, sotto il peso di fascine di legna o gerle di fieno. Si dava un po’ di sollievo alle spalle e alla schiena, poi si riprendeva il cammino. Adesso su quei sentieri ci si imbatte raramente in contadini incurvati dalla fatica, ma il significato di quel breve intervallo dalla fatica rimane. Questa “area di sosta” vuole proporre un momento per riflettere sui segni dei tempi.
G.Z.

In questi tempi che spesso sconfinano nell’estremo, sono molti i genitori che si chiedono preoccupati “dove abbiamo sbagliato?” e, problema ancor più assillante, “come correggerci?”…

Dopo che la figlia Erika con il suo fidanzatino avevano crudelmente e impietosamente ammazzato la mamma di lei e il fratellino, il padre sconvolto riuscì a mormorare una domanda fatta di sole tre parole, cruciali, pesanti come un macigno che di colpo si trovava sulle spalle: “Dove abbiamo sbagliato?”.

Correva il 21 febbraio 2001. Erika e Omar, che vivevano nella tranquilla quotidianità di Novi Ligure, avevano rispettivamente 16 e 17 anni.
Quante volte quella domanda è passata nella testa e nelle preoccupazioni dei genitori nella “società liquida” nella quale siamo immersi? Si era pensato di procedere nella normalità, al passo che la civiltà contadina aveva tramandato per generazioni. Molti hanno profuso energie, sforzi, dedizione massima, tutto quel bagaglio di premure che una famiglia si riteneva capace. Obiettivo: il delicato e scomodo traghettamento dei figli verso l’assunzione di responsabilità in scala anagrafica. Tradotto: gli studi, la ricerca di un posto, l’inserimento in società e tutti gli aspetti collaterali che vanno dall’impegno al rispetto in un campo largo dove si vedevano crescere sempre più erbacce.

Il prof. TikTok

Tutto è andato però terribilmente complicandosi in questi delicati, sempre più complessi, tempi di una modernità frastornante, dominati da Sua Maestà la tecnologia.
C’è stato di mezzo tutto quello tsunami globale che nessuno aveva previsto e che ha catapultato il pianeta nel confinamento, dentro un tunnel buio di cui non si riusciva a vedere l’uscita. Andiamo verso i 4 anni dove molte certezze hanno cominciato a scricchiolare, un vero e proprio cataclisma epocale, segnato da paure di ogni genere, ansie, claustrofobie, solitudini, diffidenze a valanga.

E la ripartenza è faticosa. C’è la smania di recuperare sul tempo perduto, da un paio d’anni, da quando l’emergenza è andata attenuandosi, si assiste ad una corsa talora spasmodica per sete e appetito di libertà. Una libertà se non perduta quanto meno sacrificata e che nella frenesia di riappropriazione fa smarrire anche il discernimento. In aggiunta a tutto, in questa nebulosa, mettiamoci anche lo strapotere espansivo della rete, in cui troppi finiscono per rimanere impigliati nel delirio dei social. Tiene cattedra per molti ragazzi, adolescenti e non solo il “prof. TikTok”.

Il filo di Arianna

Non si sa più che strada prendere, quale linguaggio usare, come comunicare. Torna drammaticamente straripante quell’interrogativo, diventato ancora più acuto: “Dove abbiamo sbagliato?”. Si è moltiplicata anche l’inquietudine a tutti i piani del condominio educativo del non riuscire più a parlare con i figli, con le nuove generazioni. È un disagio multidimensionale: dalla famiglia alla scuola, dalla prossimità territoriale alle diverse agenzie educative, dall’oratorio – che è una certa icona del tempo libero – all’associazionismo, al mondo del lavoro fino al volontariato. Gli adolescenti sono immersi nel loro mondo e nell’apoteosi degli smartphone, paradossalmente non ce la fanno più a parlare da persona a persona. Fragili, disorientati, confusi, emarginati. Si telefonano, tendono spesso ad amplificare, scambiano la realtà con la finzione, orfani anche del desiderio di scoprire, di cercare qualcosa, sconfinando sempre più anche nella violenza, singola o
di branco. Alla domanda su “dove abbiamo sbagliato?” se ne aggiunge preoccupante un’altra: come intervenire, da dove ricominciare, cosa fare?

“Figli da educare, ferro da masticare”, appunto, in un tempo in cui abbiamo la sensazione che anche il ferro sia diventato più resistente. Ma l’imperativo dell’educare c’è e riguarda tutti. Insieme occorre trovare i fili di nuove Arianne per uscire dal labirinto. Questa è una scommessa che investe tutti, e nessuno po’ dichiararsi fuori servizio!