L'approfondimento
Bambini e fatiche nel linguaggio. Il consiglio delle logopediste: “Genitori, sfruttate ogni occasione per stimolare i figli ed evitate confronti”
Rivolgendosi al Centro per l’Età Evolutiva le famiglie possono trovare un aiuto professionale e dei consigli pratici, per stimolare il proprio bambino in contesto domestico
L’acquisizione del linguaggio nei bambini è un processo e, come tale, richiede attenzione a ogni sua tappa. Al Centro per l’Età Evolutiva il lavoro delle specialiste supporta le famiglie fornendo
consulenze e indicazioni da osservare a casa per sostenere lo sviluppo del loro bambino.
Insieme alle dottoresse ValentinaPreda e CamillaFumagalli, logopediste del CEE, esploriamo un mondo complesso come quello delle abilità comunicative.
“Nel nostro studio ci occupiamo della presa in carico di bambini con disturbi del linguaggio, dell’apprendimento e fatiche nell’area della comunicazione” spiega la dott.ssa Preda.
Sono molti i dubbi che le professioniste ricevono dalle famiglie, spesso allarmate per le difficoltà dei loro figli. Per non alimentare ansie ingiustificate, secondo le esperte, è bene che i genitori conoscano le tappe di sviluppo del linguaggio per verificare che l’evoluzione delle competenze sia in norma o rilevare eventuali campanelli d’allarme (scopri quali sono nel video), in modo da poter intervenire in tempi utili:
– A 6 mesi contatto oculare scarso;
– a 10 mesi assenza di lallazione canonica;
– a 14 mesi assenza di gesti comunicativi (ad esempio Indicazione) e prime parole;
– a 18 mesi mancata comprensione di richieste semplici e contestuali;
– a 24 mesi vocabolario espressivo costituito da meno di 50 parole e/o assenza di capacità di combinare due parole insieme.
“Nel momento in cui non dovessero essere presenti determinate competenze si può chiedere una consulenza al logopedista, che saprà indicare la strada da percorrere e anche prendere a cuore le preoccupazioni dei genitori” continua Preda. Ma un errore da evitare, oltre cedere al panico, è senz’altro quello di fare paragoni. “I genitori fanno spesso confronti tra il linguaggio del proprio bambino e quello di fratelli e sorelle oppure dei coetanei – spiega -, è una cosa che sconsigliamo, perché in alcuni casi può generare allarmismi inutili”.
Rivolgendosi al Centro per l’Età Evolutiva le famiglie possono trovare un aiuto professionale e dei consigli pratici, per stimolare il proprio bambino in contesto domestico. “Possiamo proporre trattamenti indiretti, nei quali diamo indicazioni ai genitori per stimolare in maniera efficace la comunicazione a casa, e prevedono dei monitoraggi periodici in cui ci confrontiamo con loro per vedere le evoluzioni del bambino. In altri casi proponiamo trattamenti diretti, quindi lavoriamo in studio con il bambino attraverso attività ludiche; vuol dire lavorare a tavolino, sul tappeto, in un contesto di gioco ma rendendo sempre partecipe di quanto stiamo facendo il genitore, perché è fondamentale che quello che proponiamo venga ripreso dalla famiglia affinché le competenze vengano generalizzate in tutti i contesti di vita del bambino”.
Cosa possono fare in concreto i genitori a casa? “Suggeriamo di sfruttare tutte le occasioni della quotidianità per stimolare il linguaggio, come il momento del bagnetto, in cui si possono nominare le parti del corpo che il bambino ancora non ripete, ma che andranno ad incrementare il suo bagaglio di conoscenze e gli consentiranno di ampliare il suo vocabolario; e così leggere insieme dei libri, ascoltare canzoncine e filastrocche. In generale consigliamo di supportare tutti i tentativi linguistici del bambino anche se non sono corretti evitando di chiedere di ripetere, altrimenti potrebbe smettere di esprimersi a causa della frustrazione dovuta alle difficoltà e agli insuccessi”.
Le conseguenze di un intervento tardivo possono inficiare la capacità di costruire relazioni sociali di qualità, con il rischio di minare anche l’autostima del piccolo. E, in fase di scolarizzazione, di pregiudicare l’acquisizione degli apprendimenti scolastici: “Spesso si pensa che queste difficoltà rientrino da sole – commenta la dottoressa Fumagalli -. Ma arrivati a cinque anni la capacità di analisi dei suoni, ovvero la metafonologia, è un pre-requisito per l’apprendimento della lettura e della scrittura; così come adeguate competenze linguistiche, di comprensione e produzione, sono necessarie per rispondere alle richieste scolastiche, come lo studio di un testo o l’esposizione orale durante un’interrogazione. Quindi per evitare ulteriori difficoltà è bene intervenire il prima possibile”.
Una delle domande più frequenti che vengono rivolte alle logopediste riguarda poi il ciuccio. “Spesso ci viene chiesto fino a quando il bambino può utilizzarlo e quali possono essere le conseguenze se il bambino lo usa oltre i tre anni” commenta Fumagalli, che ricorda come il ciuccio sia uno strumento dai molteplici aspetti positivi che non va demonizzato. Tuttavia, è bene ponderarne l’uso in base ai bisogni e all’età del bambino. “Un bambino di tre anni non dovrebbe aver più bisogno di tranquillizzarsi con il ciuccio, perché dovrebbe essere abbastanza cresciuto e avere acquisito diverse strategie per calmarsi. Quello che accade tipicamente se il ciuccio viene utilizzato quando non è più necessario è che si sviluppino problematiche a livello ortodontico e otorinolaringoiatrico (interferendo ad esempio con la deglutizione), oppure le dislalie, ovvero i difetti di pronuncia, di cui tipica è la zeppola”.
Un’ultima considerazione spetta infine al rapporto con la tecnologia. Un tempo eccessivo di fronte agli schermi può compromettere le abilità comunicative del bambino? Secondo la dott.ssa Fumagalli no, a patto che se ne faccia un uso razionale: “Di per sé questi strumenti non costituiscono un problema, non ostacolano lo sviluppo del linguaggio finché non precludono interazioni di qualità: il bambino ha bisogno di essere stimolato dai genitori attraverso attività arricchenti, conversazioni, scambi. Per questo – conclude – l’ideale è che l’utilizzo sia moderato e accompagnato, supervisionato dai genitori, in modo che questo momento sia controllato e condiviso, e che porti a un’interazione tra bimbo e genitore”.


