I bestiari
Educare alle relazioni: come sei stato amato, così amerai
La tematica dell’attaccamento nelle relazioni affettive è al centro di questo bestiario dedicato all’oca: ossia come l’amore e l’accudimento nell’infanzia (o la loro mancanza) influiscano poi nelle nostre relazioni da adulti
Amore
“Se negli occhi mi guardi, non ascolto le tue parole; altre parole dicono i tuoi occhi, anzi una sola: la più dolce, la sola che intendo. Ma pur la temo: ché se poi taci, ancor chieggo parole”.
Lalla Romano
Da adulti le nostre relazioni sentimentali, sono strettamente correlate alle esperienze che ognuno di noi ha vissuto durante la propria infanzia. Far luce e capire come siamo stati amati e accuditi, non solo ci aiuta a far pace con noi stessi ma può essere utile per comprendere come amiamo e come ci rapportiamo nella relazione affettiva, quali sono i meccanismi che ci portano a scegliere una persona piuttosto che un’altra e forse anche per comprendere perché, a volte, ci ostiniamo a strutturare relazioni malsane, cercando partner non funzionali o peggio distruttivi. In questa intervista
Simona Masneri – Psicoterapeuta Cognitivo-comportamentale ci aiuta a comprendere quali sono gli stili di attaccamento infantili che riproponiamo, da adulti, nelle nostre relazioni.
Cosa si intende per attaccamento?
Voglio dirle che la sua è un’indagine molto interessante poiché di fatto è un argomento che da sempre appassiona l’essere umano e al quale si sono cercate e si cercano tutt’ora risposte rassicuranti e predittive, soprattutto nelle parole degli altri, pensiamo ad esempio alle risposte che andiamo cercando nella letteratura, nella filosofia, nei testi delle canzoni, nei post che leggiamo sui vari social network o che ascoltiamo nei podcast, o nell’astrologia la quale descrive le affinità tra i vari segni zodiacali. Io invece trovo particolarmente rassicurante la leggenda popolare Giapponese del Musubi, secondo il quale, ognuno di noi nasce con un invisibile filo rosso al mignolo della mano sinistra che ci lega indissolubilmente alla persona cui siamo destinati e né il tempo né la distanza potranno spezzare il filo ma solo aggrovigliarlo. La psicologia tratta questo tema partendo dalla teoria dell’attaccamento di Bolwby, il quale ha fondato le sue prime intuizioni sull’argomento, partendo proprio da studi etologici di Lorenz, conosciuto e noto per l’indagine sull’imprinting, correlato all’oca Martina, le cui vicissitudini sono raccontate da Lorenz nel libro “L’anello di re Salomone” ma anche attraverso esperimenti di Harlow, su altri animali, come i macachi indagati da Rhesus. Mi piace sottolinearlo, perché lo trovo attinente con la filosofia dei suoi bestiari.
L’attaccamento è dunque un legame ed è molto più di una relazione.
Di cosa tratta la teoria dell’attaccamento?
Con la teoria dell’attaccamento, lo psicanalista Bolwby ha mostrato come la qualità dei legami affettivi tra un bambino e la figura di accudimento privilegiato, che lui chiama legami di attaccamento, possa incidere sulla personalità dell’individuo. Il legame di attaccamento si instaura tra il neonato e la figura di accudimento privilegiata già nei primi giorni di vita e, se ci pensiamo, una delle prime cose che un cucciolo d’uomo deve imparare è avere fiducia di chi può prendersi cura di lui. Oggi sappiamo, grazie agli studi e agli studiosi di questo tema specifico, che il legame di
attaccamento instaurato con la figura privilegiata di accudimento, influenza anche le sue relazioni future compresa la scelta del partner e l’andamento delle nostre relazioni amorose e amicali.
Quindi l’adulto in una relazione ripete o ripropone quelle relazioni primarie instaurate durante l’infanzia con le figure genitoriali?
Proprio così, la qualità del legame di attaccamento influenza le relazioni in tutto l’arco della nostra vita. È semplice e complesso al tempo stesso, ma provo ad approfondire meglio. Un bambino piccolo rivolge alla figura di attaccamento, richieste di accudimento che rispondano ai suoi bisogni di prossimità, contatto, conforto e protezione e, chi si prende cura di lui è chiamato ad essere disponibile e a rispondere in maniera sensibile (empatica) e responsiva (prontezza ad accogliere i segnali del bambino). In base alle risposte che riceve, il bambino costruisce una sua personale visione degli altri e della loro disponibilità nel rispondere ai suoi bisogni e ad un’immagine di sé come “amabile” o “non amabile”. Ognuno di noi, quindi, ha una rappresentazione mentale (di sé e dell’altro nella relazione) filtrata dal tipo di attaccamento con la figura di accudimento.
Esistono varie tipologie di attaccamento?
Sì, esistono quattro stili di attaccamento infantili: 1. l’attaccamento sicuro, 2. l’attaccamento insicuro ansioso-ambivalente, 3. l’attaccamento insicuro ansioso evitante e 4. l’attaccamento disorganizzato – ognuno ha delle caratteristiche specifiche e un impatto sulla vita relazionale dell’individuo anche da adulto. Un legame di attaccamento è sicuro quando il bambino percepisce il genitore disponibile, empatico e responsivo e questa esperienza definisce una rappresentazione mentale di sé come persona degna di essere amata, e degli altri come disponibili, responsivi e
sensibili, quindi, quella persona non avrà paura ad esprimere le proprie necessità e i propri bisogni. Quando invece la disponibilità, la sensibilità e la responsività sono offerte dal genitore in maniera intermittente (a volte si, a volte no), il legame di attaccamento che si instaura è insicuro ansioso-ambivalente, ovvero il bambino vive il legame come imprevedibile, non sa quando, se e quale risposta riceverà, quindi, costruisce un’immagine di sé come di una persona che dovrà conquistare l’attenzione dell’altro, esasperando le sue emozioni, diventando un “piccolo tiranno”, agendo un iper-controllo sul genitore percepito come inaffidabile e distratto. Chi invece si relaziona con una figura di accudimento poco disponibile, poco responsiva e poco sensibile, sperimenta un legame di attaccamento insicuro ansioso-evitante e quindi costruisce un’immagine di sé come amabile solo se si mostrerà autonomo, indipendente, autosufficiente, bravo e capace in tutto ma, soprattutto, nella negazione dei suoi bisogni affettivi, del suo dolore, della sua necessità di conforto. In questi casi la parola chiave è “distanza” che è funzionale a mantenere il rapporto: “più stiamo distanti emotivamente, più so che mi ami”. Infine, chi si è confrontato con una figura di accudimento che non ha risolto problemi importanti di trascuratezza e abusi nell’infanzia o che vive nel qui e ora una relazione maltrattante, si trova a vivere un attaccamento detto disorganizzato. Questo accade quando il bambino pensa della figura di accudimento “è spaventata da me e che mi spaventa”. Queste persone costruiscono immagini di sé molto contrastanti e non integrabili, tanto che nelle relazioni giocano tre ruoli: quella della vittima, del persecutore e del salvatore e benché abbiano una necessità enorme di legami affettivi, nello stesso tempo li temono e quindi li distruggono.
Quanto è importante, in una relazione, comprendere e confrontarsi sui reciproci stili di attaccamento?
Direi molto. Conoscendo se stessi è possibile comprendere alcune dinamiche relazionali che spesso sono attribuite all’altro ma che invece sono co-costruite. Per esempio, le persone molto gelose, ritengono che la fonte della loro gelosia sia l’inaffidabilità del partner o la presenza di un terzo insidiatore, percepiscono la relazione come imprevedibile, agiscono animati dalla rabbia, attribuiscono all’altro intenzioni ostili, ma solitamente da bambini avevano un attaccamento insicuro ansioso-ambivalente che li predispone a dubitare della loro amabilità e dell’affidabilità dell’altro. Le persone che da bambini avevano un attaccamento insicuro ansioso evitante, da adulti vengono definiti individui insicuri-distanzianti e nutrono la paura, che per loro è una certezza, che l’altro lo rifiuterà o potrebbe rifiutare il suo affetto, si concentrano sul “fare tanto” e sul “fare bene” ed evitano di sentirsi “un peso” mostrandosi indipendenti e autosufficienti. In genere, tutti noi scegliamo persone che in qualche modo sentiamo familiari e che possono rinforzare l’immagine che abbiamo di noi stessi e quindi, sì, sembra proprio una profezia che poi si autoavvera.
In un rapporto di coppia possono convivere due personalità con due stili di attaccamento opposti o differenti?
Direi di sì, in una relazione di coppia il legame di attaccamento è una variabile importante, ma non è l’unica che descrive un legame. Nelle relazioni sentimentali è importante saper negoziare costantemente le aspettative verso se stessi, l’altro e la relazione. In genere chi da bambino aveva un attaccamento insicuro ansioso-ambivalente, da adulto viene definito individuo insicuro-preoccupato e predilige persone insicure distanzianti perché, la “freddezza” dell’evitante e la sua autosufficienza confermano la convinzione del primo di non poter essere amato come
merita ma soprattutto lo mantiene in una dinamica familiare che conosce e nella quale si riconosce.

Immagine dell’opera: Deditio – collage fotografico, carboncino e frottage 30×40 cm. – 2023
Esistono indicatori del vero amore?
Non saprei dirlo con certezza, tuttavia, la Dottoressa Grazia Attili*, una delle maggiori esperte italiane in materia “attaccamento”, parla di tre effetti che si avvicinano molto alla “formula magica” e che sono alla base di una legame d’amore: l’effetto mantenimento del contatto che risponde alla domanda: “con chi mi piace passare il mio tempo?”; l’effetto rifugio “chi cerco quando sono turbato o non sto bene?” e l’effetto “ansia da separazione” che risponde alla domanda “chi non vorrei che mi stia lontano?”. Questi tre indici suggeriscono che stiamo sviluppando un legame di attaccamento che è molto di più di una relazione. La relazione è caratterizzata da azioni che si fanno insieme per costruire un rapporto, ma si capisce che due adulti stanno costruendo un legame di attaccamento quando cercano il soddisfacimento dei bisogni di essere confortati e protetti poiché nell’altro vedono una persona più forte e più saggia alla quale affidarsi. Negli adulti il legame di attaccamento si basa sulla reciprocità, ovvero, quando ognuno dei due nella coppia rappresenta la figura saggia e forte, l’uno per l’altro.
*Grazia Attili è professore emerito di Psicologia sociale e direttore dell’Unità di ricerca “Sistemi sociali, strutture mentali e attaccamento” presso il dipartimento di Scienze sociali ed economiche dell’Università di Roma “La Sapienza”. È docente presso scuole di specializzazione in psicoterapia di indirizzo cognitivo-comportamentale, cognitivo-relazionale, sistemico-familiare. Ha introdotto per prima in Italia, negli ambiti psicologici, la teoria dell’attaccamento e la prospettiva evoluzionistica.
Esistono stili di attaccamento positivi e negativi?
Preferirei definirli stili di attaccamento funzionali o disfunzionali per la vita relazionale di una persona, con questa definizione possiamo così tornare alle origini etologiche e quindi al mondo animale, ovvero, il modo con cui un animale risponde ai bisogni di protezione e accudimento dei cuccioli è funzionale o non funzionale alla sopravvivenza. È chiaro che un legame di attaccamento sicuro è più funzionale e un legame di attaccamento disorganizzato è decisamente disfunzionale.
Può farci un esempio?
In questo periodo ho incontrato un preadolescente, coinvolto nella separazione conflittuale dei genitori, con modelli mentali tipici dell’attaccamento disorganizzato. Nella separazione, questo ragazzo considera la madre come la parte più fragile, assumendo il ruolo di “salvatore” della madre e per farlo ha deciso di rifiutare strenuamente il padre; dall’altro si sente un persecutore della madre ogni volta che ha reazioni di stizza verso di lei, assecondando i normali processi evolutivi. Queste due posizioni lo stanno allontanando dai coetanei che non comprendono la sua necessità
di sostenere “come un genitore, il proprio genitore” – dall’altro è oppresso e schiacciato da enormi sensi di colpa e questi sono già segnali di un rischio evolutivo.
Quali sono i percorsi da intraprendere quando un individuo ha degli stili di attaccamento che lo portano ad avere relazioni malsane, non costruttive e non improntate al confronto e al dialogo?
Sicuramente un percorso di psicoterapia potrebbe essere utile per acquisire maggior consapevolezza dei propri modelli mentali di attaccamento. “Farci caso” è comunque un buon passo avanti.
Ha dei testi che sente di voler consigliare a coloro i quali vogliono approfondire queste argomentazioni?
Sento di consigliare due testi della Dottoressa Attili Grazia, già citata prima, come una delle maggiori esperte dell’argomento e che ha scritto testi fruibili anche per non Accademici. Grazia Attili, “Attaccamento e legami. La costruzione della sicurezza”, Ed. San Paolo. “Attaccamento e amore. Cosa si nasconde dietro la scelta del partner?” Il Mulino Editore.

Sono Simona Masneri, mi occupo di Psicologia Clinica e sono Psicoterapeuta Cognitivo-comportamentale, esperta in età evolutiva e psicologia forense, formatrice e supervisore.
studiosmasneri@gmail.com
Giovanni Fornoni ha studiato presso l’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano.
All’attività di artista affianca quella di docente. Con i suoi Bestiari sovrappone o accosta la condizione umana a quella animale, indagando simbolicamente fatti di cronaca contemporanea, mettendo in rilievo verità ataviche, antropologiche, sociali e culturali.
Immagine dell’opera: Deditio – collage fotografico, carboncino e frottage 30×40 cm.
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