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Da Vittorio, Francesco Cerea: “Cucinerei per Giorgia Meloni, mi piace”

Il responsabile della cantina e della ristorazione esterna del famoso ristorante di Brusaporto si racconta in un’intervista al Corriere

Il responsabile della cantina e della ristorazione esterna del ristorante Da Vittorio di Brusaporto, Francesco Cerea, si racconta in un’intervista al Corriere della Sera. Eccone un estratto:

Vostro padre vi chiese se vi interessava stare in cucina?
“Non appena ha capito che gli eravamo devoti ci ha messi dentro. Io ero Caino e Chicco Abele: lui buono, io tremendo”.

E il ristorante?
“Aiutavo a impilare i piatti a chi li lavava. Tra me dicevo: “mica dovrò fare ’sta vita, io, il figlio del Vittorio…?”.

Come ne è uscito?
“Ho detto a mio papà: “Vitto, prova a mettermi in sala”.

Lo chiamava Vitto?
“Sì perché era un padre padrone: un cuore grande, ma sul lavoro intransigente. Il lavoro lo metteva davanti a tutto, anche alla famiglia”.

Vacanze sconosciute?
“Non ne ha fatte per 12 anni di fila. Io e il Chicco siamo andati in colonia con le suore, in una montagna sperduta della Lombardia. Ma che felicità”.

Quanto c’era di bergamasco in questo modo di vivere?
“Parecchio, ma capivamo che l’abito ci stava stretto. Le radici contano, ma bisogna pensare in grande. Ne era convinto anche mio padre”.

La svolta?
“Il gusto di Vittorio unito a quello di Chicco, che ha avuto il coraggio di viaggiare per prendere il sapere”.

Avete cucinato per i potenti del mondo. E avete inventato il catering d’autore.
“Siamo stati i primi a cucinare sul posto: scaricavo piatti e cibo dai furgoni in ville stratosferiche. Spesso il cliente vive in un posto più bello del tuo e ti dice: “Vieni tu”.

I clienti più importanti.
“Nel 2019 la regina Elisabetta, che ha fatto uno strappo al protocollo e ha chiesto il bis del risotto. All’inizio sono costretti a farsi servire una piccola porzione, perché lasciare cibo sul piatto è maleducato. I reali mangiano semplice”.

Sui social c’è lei con Obama.
“L’ho incontrato a cena in occasione della visita a Milano: ha chiesto i cannoncini per otto volte e allora ho detto al cameriere di andare via, sennò ci usciva l’indigestione”.

Altri nomi e siparietti…
“Miuccia Prada ci ha voluti a Beverly Hills, Leonardo DiCaprio con la mamma che mi è stata incollata per tutta la sera. Piaccio alle mamme”.

Silvio Berlusconi.
“Gli ho portato il mio libro alla prova menu per le nozze con Marta Fascina. Si è messo a sottolinearlo. Ci eravamo conosciuti 30 anni prima a casa di Cantoni, gli aveva venduto i terreni per Milano 2. Ho conosciuto tutti i politici, al suo fianco anche Andreotti e Spadolini scomparivano”.

Cosa gli cucinava?
“Mozzarella, pomodoro e gnocchi verdi. L’ego lo portava a stare a tavola non per mangiare ma per parlare”.

Cucinerebbe per Giorgia Meloni?
“Sì, è una donna preparata. E mi piace. Lasciamola lavorare”.

E la ricetta dei paccheri…
“Tutto è nato dalle tagliatelle al flambé di mio padre: le girava e le rigirava davanti ai clienti. I miei fratelli hanno cambiato il tipo di pasta, usando tre pomodori diversi e poi un trucco in cottura. Segreto, come per la Coca Cola”.

Ai clienti mettete il bavaglione “oggi sono goloso”.
“La gente si sporcava e si arrabbiava: oggi lo mettono tutti volentieri, ma non deve essere da solo uno a farlo, sennò si sente pirla”.

A chi lo avete messo?
“Da Beppe Sala alla Ferragni, che adora i paccheri”.