“Il Leone”: il racconto di Michela Murgia dedicato a pazienti e operatori sanitari di Humanitas
Sulle pareti delle strutture ospedaliere di Bergamo i due dipinti in maxi-formato dell’Accademia Carrara che hanno ispirato la scrittrice sarda e il suo racconto
Michela Murgia è mancata dopo una lunga malattia: tra le tante e forti parole scritte nella sua vita e carriera, c’è anche un racconto dedicato un racconto dedicato ai pazienti e agli operatori sanitari degli ospedali Humanitas Gavazzeni e Castelli a Bergamo che la vogliono ricordare proprio con quel racconto.
La scrittrice sarda aderì, insieme ad altri dieci autori della cultura italiana, nel 2020, al progetto “Opere in Parole” con l’obiettivo di accompagnare con storie e parole la vita e il percorso di cura dei pazienti.
Opere in parole è un esperimento unico in Italia in cui oltre 1200 metri di arte in maxi-formato tratti dai capolavori del museo bergamasco Accademia Carrara e che adornano le pareti delle sale d’attesa e dei reparti dei due ospedali bergamaschi, sono accompagnati dalle parole e dalle voci degli autori che hanno preso parte al progetto attraverso racconti (e non solo) ispirati alle opere d’arte e dedicati ai pazienti e agli operatori sanitari. Le loro voci e parole accompagnano pazienti, personale sanitario e visitatori, con l’obiettivo di cambiare il modo di vivere l’ospedale ma anche l’esperienza umana di fronte alla malattia.
Il racconto di Murgia s’intitola “Il Leone” che può essere letto e ascoltato cliccando questo link https://www.lacarrarainhumanitas.it/oip-autore/oip-michela-murgia/, cercando “Opere in Parole” su Spotify o inquadrando il codice QR presente sulla parete del reparto dell’ospedale ‘dedicato’ al suo racconto.
“Di questo progetto mi ha affascinato il fatto che si mettesse in relazione l’arte con percorsi di salute che all’interno degli ospedali spesso sono funzionali e non relazionali. Mentre l’arte è uno strumento assolutamente relazionale e non sempre nel senso consolatorio del termine perché l’arte può essere estremamente destabilizzante scuotendoci le certezze. E per certi versi la malattia fa così. Ti trova in una situazione in cui sei forte e sicura di te e ti costringe e ripensarti in altri termini”, così la scrittrice raccontava il progetto Opere in Parole e la motivazione che l’avevano spinta ad essere una delle sue penne e voci, nell’edizione 2021 di Trieste Next, Festival della ricerca scientifica, in cui venne presentato il progetto.
“Il Leone” nasce dalla visione di due dipinti di Accademia Carrara che hanno vita in maxi-formato sulle pareti nelle strutture Humanitas a Bergamo: “Ritratto di fanciulla con ventaglio” dell’artista Pitocchetto e “San Girolamo e il leone” di VanderWeyde.
“Scegliere queste due opere è stata una sfida per me perché nella mia vita ho avuto più a che fare con la salute che con la malattia, ma quando ho avuto a che fare con la malattia essere una scrittrice mi ha aiutato tantissimo. La mia esperienza personale con gli ospedali purtroppo è sempre stata quella della funzione e non della relazione e, anche se quella funzione ha ‘funzionato’ perché sono entrata in ospedale malata e ne sono uscita guarita, se avessi avuto l’opportunità di vivere un’esperienza di bellezza e arte costruttiva e distruttiva come quella che voi avete creato, probabilmente avrei trovato prima le parole per dare un significato più profondo a quello che stavo vivendo”.
Nelle sue parole ci sono animali di affezione, domestici e selvatici. Una distinzione che si fonda sul tipo di rapporto che l’uomo ha con loro che nel racconto della scrittrice diventa la chiave di lettura delle relazioni tra le persone: più precisamente tra una donna e il suo uomo, in un moto di amore, orgoglio e libertà rimuginato nel luogo della mente dove tutti noi culliamo i pensieri non detti. Un racconto onirico che vive, respira e si conclude in un sogno: quello di una donna che di notte sogna di essere un leone, per poi, al risveglio, scoprire la differenza tra realtà e fantasia.
“A volte penso che devo essere stata leone in un’altra vita. Nei sogni mi sembra a volte di sentirmi ruggire. Poi mi giro nel letto ed eri tu che russavi”, scrive Murgia nel suo racconto. Ed è in queste parole finali, velate di un’ironia di cui è capace solo una grande scrittrice, che arde l’essenza della scrittrice sarda che riecheggerà in eterno.



