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Addio a Michela Murgia: a Bergamo nel 2017 con lo spettacolo dal suo “Accabadora”

Vi proponiamo l’artcolo che la nostra collega Francesca Lai, che allora la intervistò, scrisse quando si seppe della sua malattia

La scrittrice Michela Murgia è morta giovedì. A 51 anni , la scrittrice a maggio aveva annunciato in un’intervista di essere malata: un tumore al quarto stadio. “Il cancro non è una cosa che ho; è una cosa che sono. Me l’ha spiegato bene il medico che mi segue, un genio. Gli organismi monocellulari non hanno neoplasie; ma non scrivono romanzi, non imparano le lingue, non studiano il coreano. Il cancro è un complice della mia complessità, non un nemico da distruggere. Non posso e non voglio fare guerra al mio corpo, a me stessa. Il tumore è uno dei prezzi che puoi pagare per essere speciale. Non lo chiamerei mai il maledetto, o l’alieno”: così raccontò ad Aldo Cazzullo la sua malattia.

Michela Murgia è stata a Bergamo 6 anni fa, nel 2017, per la rappresentazione dello spettacolo tratto dal suo “Accabadora alla rassegna Altri percorsi della stagione del Donizetti.

Vi proponiamo l’artcolo che la nostra collega Francesca Lai, che allora la intervistò, scrisse quando si seppe della sua malattia.

Noi donne e uomini abbiamo da sempre l’abitudine di associare alcuni momenti o fasi della vita a determinate canzoni, all’uscita di un film a un avvenimento di cronaca. Nel 2017, avevo ventiquattro anni e mi sentivo persa. A metà del mio percorso universitario avevo capito che non mi interessava nulla di quello che stavo studiando – diritto – e non sapevo cosa fare della mia vita. Così mi sono fermata per alcuni mesi, per riflettere.

Mi sono chiesta: cosa mi piace fare? E ho trovato la risposta: scrivere, leggere, osservare. Così mi sono decisa a bussare alla porta di Bergamonews, il giornale online della mia città. Una realtà fresca e giovane.

“Mi piacerebbe scrivere qualche articolo per voi: c’è qualcosa che posso fare?”. Rosella del Castello, allora direttrice del quotidiano, mi ha dato subito uno spazio. Non la ringrazierò mai abbastanza per avermi detto di sì quel giorno, con un sorriso enorme.

È grazie a lei, se ti ho conosciuta, cara Michela. Da allora associo quel periodo della mia vita al nostro incontro, avvenuto il 26 maggio 2017. “Domani Michela Murgia presenterà al Teatro Donizetti uno spettacolo tratto da un suo romanzo”, mi è stato detto.

Vai, fai e torna vincitrice. Io, totalmente inconsapevole e inesperta, dovevo intervistare l’autrice di uno dei miei romanzi preferiti, “Accabadora”, una storia bellissima. Ero agitata? Certo che sì. Ero emozionata? Ovviamente. Avevo idea di quello che avrei fatto? Assolutamente no.

Da “pischella” ho detto: “Michela, la redazione mi ha dato l’incarico di scrivere un pezzo, posso intervistarla?”. Subito schietta mi hai risposto: “Io non faccio nessuna intervista senza la mia regista, Veronica Cruciani”.

In quell’occasione tu e Veronica presentavate uno spettacolo tratto da “Accabadora” che sarebbe poi andato in scena nella Stagione di Prosa 2017/2018 della Fondazione Teatro Donizetti. “In un mondo in cui si fanno sempre meno figli, non si è mai parlato così tanto di maternità. Si discute di cosa vuol dire essere madri, nelle varie sfaccettature che il termine ha assunto: madre naturale, madre biologica, madre sociale, madre in affitto”, avevi detto. “Quando ho letto il testo teatrale mi sono commossa perché non c’è una parola che non sia mia, ma il tutto è stato fatto in un modo in cui io non sarei stata capace, un modo in cui mi riconosco pienamente”.

Alla fine, la passione per un mestiere di cui mi sono innamorata mi ha portato a riprendere gli studi e a terminarli. Il giorno della mia laurea una cara amica mi ha regalato il tuo “Morgana. Storie di ragazze che tua madre non approverebbe”, che hai scritto insieme a Chiara Tagliaferri. Per me è stato come un segno.

Ora ho trent’anni. Sono una giornalista e sono fiera della donna che sono diventata. La mia missione, se così si può chiamare, è raccontare la musica e il teatro per seminare quella sacrosanta bellezza di cui abbiamo tanto bisogno. Mi sono innamorata di un uomo che rispetta e supporta ogni parte di me, del mio essere femminista, giornalista, sognatrice, stacanovista, sarda. Supporta tutto quello che sono anche grazie alle tue parole, lette sui giornali, nei libri, ascoltate in tv o in un podcast. E lo sposerò, a breve. Faccio questa scelta, con la consapevolezza di stare facendo la cosa giusta per me stessa. Quando mi sfiora il pensiero di non essere in grado di dargli dei figli o delle figlie (perché può esserci sempre questa possibilità) provo paura, ma poi ricordo quello che mi hai detto il 26 maggio 2017: la maternità non è un fatto biologico, è un fatto di amore. Me lo ha insegnato il rapporto tra Maria e Tizia Bonaria, le protagoniste di “Accabadora”, l’ho capito dalla tua storia.

Per questo motivo, mi ha scosso la notizia letta sul Corriere delle Sera di sabato 6 maggio. Anche in questo caso sei riuscita a sorprendermi. Il modo in cui riesci a raccontare una cosa terribile con una tale serenità è disarmante. In ogni parola trovo la forza di una donna che non smetterà mai di autodeterminarsi. Il tipo di donna che ho imparato ad apprezzare. Ti faccio i miei migliori auguri per il tuo matrimonio.

Ricordati che a Bergamo, quest’anno Capitale italiana della cultura, ci sarà sempre un posto per te.