Salario minimo? Alberto Bombassei: “È un segno di civiltà”
Oggi su La Stampa un’ampia intervista al patron di Brembo, Alberto Bombassei che prende posizione anche sul salario minimo
Il patron di Brembo, Alberto Bombassei: “L’Italia non entrerà in recessione, sul Pnrr il governo guardi al futuro. Il reddito di cittadinanza non funzionava, ma serve un aiuto economico per i bisognosi”. “Il salario minimo è un segno di civiltà”.
Questi in sintesi i punti che il patron di Brembo, Alberto Bombassei, affronta in una lunga intervista a Francesco Spini pubblicata su La Stampa.
L’Italia nel secondo trimestre ha registrato un rallentamento inatteso: è un dato che l’ha sorpresa?
Beh, a forza di parlarne è arrivato. Con un’inflazione anche speculativa e i tassi a questi livelli in qualche modo c’era da aspettarselo. Non credo però sia un’inversione di tendenza, il sistema produttivo italiano ha dato prova di saper offrire un grande contributo all’uscita dalla fase post pandemica e sono convinto che continuerà a sostenere la prevista crescita del Pil nazionale. Volendo essere ottimisti, è un segnale che può suggerire al governo di lavorare con ancor maggiore attenzione su misure di stimolo sostenibili senza avventurose riforme orientate solo a soddisfare la propria base elettorale. Dovremo rinegoziare con l’Europa il patto di stabilità che dal 2024 tornerà, probabilmente, a non consentire spese senza coperture.
Crede che si vada verso una recessione al traino della Germania: abbiamo sottovalutato il pericolo tedesco?
In Germania il sistema sta ancora cercando un equilibrio dopo l’uscita di scena di Angela Merkel. Sono orfani della sua autorevolezza e capacità di mediazione. Ho letto che il rapporto tra il governo e gli industriali tedeschi non è nella fase migliore della sua storia. Per quanto riguarda le ricadute sul nostro Paese, va tenuto conto che l’interscambio commerciale tra Italia e Germania ha raggiunto nel 2022 il valore di 168,5 miliardi di euro crescendo di quasi il 20%. Non credo alla recessione ma sono numeri che non possono che condizionare significativamente la nostra economia.
L’Italia stava facendo meglio degli altri paesi europei: adesso cosa si è inceppato?
Nulla, credo. Penso sia una parentesi in un percorso che dovrebbe confermare la tendenza di crescita prevista. Le iniziative del Governo sul fronte economico mi sembrano per ora sostanzialmente in linea con il governo Draghi. Ha rinunciato ad alcune promesse elettorali incompatibili con l’equilibrio di bilancio ed è riuscito a far rientrare in limiti accettabili gli effetti finanziari dei bonus edilizi e a mettere mano al reddito di cittadinanza. Vedremo.
Cosa succede se finiamo in recessione?
Non credo sia un’ipotesi concreta. L’aumento dei tassi d’interesse e l’inflazione hanno prodotto effetti, anche se limitati, sugli investimenti e sugli acquisti di beni durevoli oltre che sui consumi. Che la stretta della Bce non sarebbe stata una passeggiata andava messo in conto. Possiamo dire che il sistema Italia sta reggendo. Ci sono segnali positivi sull’inflazione e l’occupazione. Non sono preoccupato. Va considerato che altri paesi europei tra cui la Germania danno segnali di ripresa non previsti. È un buon segnale anche per noi, fuori dalla sterile competizione campanilistica.
Quanto pesa la politica dei tassi della Bce?
Alla fine, meno di quanto si potesse temere. E spero che ora pesi – e che venga confermato – lo stop alla fase di crescita pianificata dei tassi. Ha prodotto, va ricordato, una difficoltà non solo di costo ma anche di accesso al credito. I segnali di inversione di rotta hanno riportato ottimismo anche sui mercati. Mi pare la conferma che sia giunto il momento di fermare il percorso intrapreso dalle banche centrali che comunque, va riconosciuto, ha prodotto i suoi effetti sull’inflazione.
Ora è sotto controllo?
L’inflazione italiana è scesa a giugno al 6,4% annuo. Quando si placheranno gli effetti speculativi che fanno si che i prezzi aumentino più dei fattori produttivi, io credo che l’ulteriore discesa prevista nel 2024 si possa verificare.
Stiamo sprecando l’occasione del Pnrr?
Il Pnrr ha quale presupposto un piano di riforme che ogni paese dell’Ue ha individuato come necessario per l’efficientamento della propria economia. Le risorse messe a disposizione sono in sostanza premessa e conseguenza della realizzazione di quelle riforme. I finanziamenti europei riservati all’Italia sono pari a circa il 12% del Pil dei prossimi cinque anni. Mai tante risorse dal piano Marshall, nel dopoguerra.
Il punto è se le sapremo utilizzare, non trova?
Ma la discussione pubblica dovrebbe vertere sulle riforme oltre che sull’utilizzo delle risorse. Produttività, competitività, innovazione, concorrenza, una ragionevole riforma del fisco, un approccio alla transizione ecologica che sia tecnologia, ricerca, futuro. Una modernizzazione del paese che passa prima dalle riforme. E questo deve avvenire attraverso un dialogo intelligente con l’Europa nella speranza che non si privilegino le ideologie o peggio soltanto la prospettiva elettorale.
Siamo l’Italia del lavoro povero: concorda con l’idea di introdurre un salario minimo?
Ho sempre visto l’introduzione di una legge sul salario minimo come un segno di civiltà. Sono emerse però considerazioni che mettono effettivamente in luce l’atipicità del nostro contesto economico. Introdurre vincoli stringenti così come individuare un livello di retribuzione troppo alto potrebbe addirittura penalizzare chi non ha protezioni incentivando il lavoro nero. È un dibattito complesso. La sintesi è che, salario minimo o meno, la difesa con ogni strumento della dignità del lavoro vada realizzata – magari in prospettiva – anche con una legge e con la sua applicazione.
Il governo ha fatto bene a cancellare il reddito di cittadinanza?
Quella legge è stata oggettivamente costruita e applicata male, anche chi oggi osteggia l’iniziativa del governo in passato l’ha criticata duramente. Non è serio non ricordarlo. Il tema è se il governo sarà o meno in grado, oltre che a far funzionare i centri per l’impiego, di introdurre una modalità efficace per garantire un aiuto economico a chi è oggettivamente in stato di bisogno. Un paese civile non può non disporre di uno strumento che risolva questo problema.
Come vede l’Italia di qui a un anno?
Le imprese italiane hanno reso possibile l’uscita brillante della nostra economia dalla crisi pandemica e da quella energetica nata con la guerra in Ucraina. Quelle medie e grandi sono quasi tutte esportatrici. Se gli equilibri geopolitici iniziassero a ricomporsi, è giusto essere ottimisti. Ma è un “se” che pesa più di quanto io non ricordi, almeno dal dopoguerra ad oggi.





