“Cassonetti pericolosi, da rimuovere”: le mail (a vuoto) del pm al Ministero dopo la morte di Karim
L’inchiesta per omicidio colposo verso l’archiviazione, ma il pm Emanuele Marchisio ne ha fatto una battaglia che va oltre l’aspetto penale. Forse per non rendere vana la scomparsa del piccolo Karim Bamba, il 19 maggio 2020 a soli 10 anni: “Il cassonetto in questione è largamente diffuso e potenzialmente letale se usato in modo improprio”
Bergamo. L’inchiesta viaggia spedita verso l’archiviazione, ma il pubblico ministero Emanuele Marchisio ne ha fatto una battaglia che va oltre l’aspetto penale. Forse per non rendere vana la morte del piccolo Karim Bamba, 10 anni appena, il 19 maggio 2020 a Boltiere.
La tragedia
Quel martedì pomeriggio Karim era uscito dall’appartamento del Comune in cui viveva con mamma Anna Maria, papà Valancine e i quattro fratellini originari del Costa d’Avorio. Con addosso un paio di ciabatte, aveva percorso un centinaio di metri e raggiunto il civico 19 di viale Monte Grappa, la strada che taglia il paese della Bassa. Era entrato in un vecchio cortile in disuso, utilizzato come parcheggio, dov’era stato posizionato un cassonetto giallo per la raccolta di abiti usati. Forse sperava di trovare un bel paio di scarpe da ginnastica. Ha invece trovato la morte. Per “asfissia meccanica”, è il responso dell’autopsia. Due parole che l’una accanto all’altra mettono i brividi.
Come e perché è morto Karim?
Il decesso, secondo il medico legale, è stato causato da una “compressione atipica del collo per incastramento nel meccanismo basculante del cassone metallico”. Che cosa significa lo spiegano i vigili del fuoco, intervenuti per estrarre il corpicino tagliando il pannello anteriore del contenitore. Il sistema di chiusura del cassonetto è concepito per evitare gli scassi. In pratica, un cilindro in lamiera ruota verso l’esterno favorendo il deposito degli abiti; lo stesso cilindro viene poi ruotato verso l’interno per scaricarli. Karim, cercando di infilarsi tra gli spazi, ha provato a raggiungere gli indumenti all’interno, ma la rotazione del cilindro lo ha schiacciato contro il telaio del cassonetto. Una fine atroce.
Cosa contesta la Procura?
Unica indagata nel fascicolo per omicidio colposo è L.A., legale rappresentante della cooperativa di Pagazzano proprietaria del cassonetto. Il pm la accusa di imprudenza e negligenza per avere collocato il cassonetto vicino ad un oratorio frequentato da minori, per non avere apposto nessun avviso sui potenziali pericoli e per non avere sostituito il cassonetto con un modello nuovo, più sicuro qualora usato in modo improprio. La convinzione del pm è che l’indagata fosse al corrente dei rischi, visti i plurimi incidenti – diversi dei quali mortali – che si sono verificati in passato in Italia, come si può evincere da una banale ricerca su internet. “Gip, Riesame e Cassazione hanno chiarito che non sussistono estremi di responsabilità verso la mia assistita, che aspetta fiduciosa le determinazioni del pm – commenta l’avvocato Anna Marinelli -. Al tempo stesso, posso assicurare che è molto provata per questa vicenda. Umanamente, non l’ha lasciata affatto indifferente”.
Cassonetti pericolosi
Quello che ha schiacciato e soffocato Karim Bamba è un cassonetto ‘modello 1’: tra i più datati in circolazione, se non il più datato. Secondo il perito incaricato dalla Procura, l’apertura che serve per la raccolta dei vestiti è molto larga ed è facile anche per un bambino introdursi dall’esterno. Inoltre, il meccanismo che regola il deposito dei vestiti all’interno del cassonetto sarebbe molto insidioso, perché da un lato non ne impedisce l’accesso, ma dall’altro ne rende molto difficoltosa e rischiosa l’uscita. Inoltre, come detto, nessun avviso metteva in guardia sui potenziali rischi. E nell’ottica dell’accusa poco importa se il cassonetto era integro e perfettamente funzionante quando si è consumato il dramma.
Nessuna normativa
Va detto che l’applicazione sui cassonetti di avvisi avviene su base volontaria perché non è prevista da alcuna norma; come nessuna norma disciplina le caratteristiche tecniche dei cassonetti per gli indumenti usati, a differenza di quelli per la raccolta rifiuti che si vedono per strada. Vien da sé, la sicurezza non è sempre in cima alle preoccupazioni di chi opera nel settore, tant’è che il ‘modello 1’ sarebbe largamente diffuso su tutto il territorio nazionale. Non solo: nei verbali delle assemblee della Rete Riuse acquisiti dalla Procura (parliamo della rete che raggruppa tutte le cooperative attive nel settore della raccolta degli indumenti usati delle Diocesi di Milano, Bergamo e Brescia) non sarebbe stato individuato alcun passaggio dedicato alla sicurezza dei cassonetti. Nemmeno nell’assemblea del 18 giugno 2020, pochi giorni dopo la tragica morte di Karim.
La richiesta di sequestro preventivo
Morale, alla fine la Procura di Bergamo ha chiesto senza successo al giudice il sequestro preventivo su tutto il territorio nazionale dei cassonetti per la raccolta di abiti usati. Non solo quelli ‘modello 1’, ma anche ‘2’ e ‘3’. Se non altro quelli collocati in luogo pubblico (o aperto al pubblico) e senza adeguata vigilanza. Del resto, è il ragionamento di fondo, contengono abiti usati dismessi, con un modesto valore economico e destinati proprio a quelle persone bisognose che a volte cercano di introdursi. Ma è sempre così?.
Alla Caritas va solo il 10%
Contrariamente a quanto si pensa (e una certa comunicazione fa pensare) gli indumenti raccolti tramite cassonetti simili a quello dove è morto Karim non sono tutti destinati ai bisognosi. Gli indumenti sono gestiti e trattati come ‘rifiuto’. Vengono poi ceduti ‘a peso’ a imprese del settore tessile che li reimmettono sul mercato dopo averli sanificati. Una parte viene utilizzata come pezzame ed un’altra ancora trattata come materiale secco da discarica. Il prezzo per chilogrammo di rifiuto oscilla fra i 25 ed i 30 centesimi di euro e ogni anno verrebbero raccolte in media 150.000 tonnellate di rifiuti tessili. La proiezione sui guadagni è presto fatta. Solo in alcuni casi alle Caritas diocesane viene riconosciuta una percentuale sul prezzo di cessione, a Bergamo pari al 10% (una percentuale riconosciuta a titolo di royalty per l’utilizzo del logo). Altri soggetti che operano nel settore, invece, non hanno nulla a che fare con la Caritas.
Le mail al Ministero
Il pm Emanuele Marchisio ha fatto presente la situazione al Ministero dello Sviluppo Economico, al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e all’Assessorato al Welfare di Regione Lombardia, inviando tutta la documentazione necessaria a far capire come i modelli di cassonetto ‘1’, ‘2’ e ‘3’ diffusi sul territorio nazionale siano potenzialmente pericolosi, se non letali qualora usati impropriamente. Al di là delle spiegazioni tecniche, ha portato ai vertici delle nostre istituzioni l’esempio del piccolo Karim e della sua morte assurda. A distanza di mesi è ancora lì che attende risposte.








