La riflessione
|Il ritratto di Giolitti, lo statista che credeva nella “funzione unificante” del Governo
La linea liberale abbracciata dal politico piemontese, impronta caratteristica dei suoi cinque governi (tra il 1892 e il 1921), gli permise di teorizzare la famosa dottrina della “neutralità dello Stato nei conflitti di lavoro”
L’azione politica di Giovanni Giolitti (Mondovì 1842 – Cavour 1928), uno dei più grandi statisti del secolo scorso, si contraddistinse per una precisa convinzione circa l’atteggiamento da tenersi di fronte agli scioperi promossi dal mondo operaio: “Giolitti adottò un atteggiamento che poggiava su una precisa strategia: mentre ordinò ai prefetti di lasciare svolgere senza interventi e talora persino di favorire gli scioperi di carattere economico, non politico, al fine di consentire un rialzo dei salari reso possibile dall’alta congiuntura e giudicato utile per accrescere il livello della domanda interna e quindi della produzione, combatté gli scioperi di natura politica in quanto perturbatori dell’ordine pubblico” (M. Salvadori, L’età contemporanea, (III), Loescher, Torino, 1998).
La linea liberale abbracciata dal politico piemontese, impronta caratteristica dei suoi cinque governi (tra il 1892 e il 1921), gli permise di teorizzare la famosa dottrina della “neutralità dello Stato nei conflitti di lavoro”, mirando ad assegnare alle “istituzioni dello Stato, in primo luogo il governo, […] una funzione unificante” (M. Manzoni, F. Occhipinti, F. Cereda, R. Innocenti, Leggere la storia. Dai nazionalismi alla seconda guerra mondiale, (III A), Einaudi, 2011).
Giolitti espresse chiaramente la sua posizione in un importante discorso parlamentare del 4 febbraio 1901, in veste di ministro degli Interni dell’esecutivo Zanardelli (G. Giolitti, Discorsi parlamentari, a cura di G. Natale, Tipografia della Camera dei Deputati, Roma 1953-1956, Vol. II, pp. 626-629, 632-633) riscuotendo particolare apprezzamento, nonché applausi, dai banchi della sinistra, generando, tuttavia, allo stesso tempo, un clima di diffidenza e di protesta da parte della destra.
Giolitti fu un conservatore liberale non liberista, un interlocutore a lungo tollerato dal socialismo italiano, ma mai stimato e apprezzato da quell’ambiente di riferimento, un massimo rappresentante del trasformismo del tempo, riuscendo a unire nel variegatissimo mondo dell’antigiolittismo, diversissimo per metodi e convinzioni, realtà agli antipodi come il nascente nazionalismo italiano, il movimento cattolico di Sturzo e Murri, la cerchia degli intellettuali italiani formati al credo liberista (Luigi Einaudi su tutti) e i principali giornali dell’epoca (il “Corriere della Sera” e l’”Unità”). L’unica voce, davvero significativa, a sostegno dell’operato dello statista cuneense fu quella di Benedetto Croce che ne lodò la duttilità, la sapienza, nonché la capacità di “conciliare le esigenze di un liberalismo rinnovato con quelle del conservatorismo sociale” (M. Salvadori, L’età contemporanea, (III), Loescher, Torino, 1998). Anche la penna di Giuseppe Prezzolini, grazie all’influenza esercitata dal Croce, si fece meno feroce, mantenendosi certamente critica, ma meno ostile e irrispettosa (ci si riferisce ai toni adottati nella rivista “La Voce”, non al sodalizio con Giovanni Papini ai tempi de “Il Leonardo”) (Cfr. op. cit.).
Difetti e limiti, ostilità diffuse, critiche da ogni angolo della cultura, della politica, dell’economia e della società bene dell’epoca che, a mio avviso, come acutamente colse il Croce, permisero a Giolitti di esplorare percorsi e soluzioni differenti, in modo tutto particolare nella gestione delle tensioni e dei conflitti sociali. Torniamo, quindi, al discorso del 1901, estrapolandone alcuni passaggi significativi, rivelatori di un’intelligenza e di un senso pratico inusuali.
Giolitti biasimò pubblicamente “la tendenza a considerare come pericolose tutte le Associazioni di lavoratori”, dovuta a “poca conoscenza delle nuove correnti economiche e politiche che da tempo si sono determinate nel nostro come in tutti i Paesi civili”, puntando il dito contro la mancata comprensione di un elemento decisivo, ossia che “l’organizzazione degli operai cammina di pari passo col progresso della civiltà”. Riferendosi alle Camere di lavoro, il nostro non difettò di coraggio, affermando convintamente: “Si dice che le Camere di lavoro, come vennero costituite, hanno preso atteggiamenti ostili allo Stato. Ma questa è una conseguenza inevitabile della condotta del governo! Colui che si vede sistematicamente perseguitato dallo Stato, come volete che ne sia l’amico? Il governo ha un solo dovere, quello di applicare la legge a queste come a tutte le altre associazioni: se mancano, deve essere ferma l’azione del governo”. Appare, pertanto, sempre e comunque, preferibile confrontarsi con forze organizzate, piuttosto che con moti anarchici, privi di struttura alcuna “perché se su di quelle l’azione del governo si può esercitare legittimamente e utilmente, contro i moti inorganici non vi può essere che l’uso della forza”. Nel passaggio centrale del discorso, l’allora ministro degli Interni mise a tema la natura degli errori commessi dal governo, nel tentativo di tenere bassi gli stipendi degli operai: “Il governo quando interviene per tenere bassi i salari commette un’ingiustizia, un errore economico e un errore politico. Commette un’ingiustizia, perché manca al suo dovere di assoluta imparzialità fra i cittadini, prendendo parte alla lotta contro una classe. Commette un errore economico, perché turba il funzionamento della legge economica dell’offerta e della domanda, la quale è la sola legittima regolatrice della misura dei salari come del prezzo di qualsiasi merce. Il governo commette infine un grave errore politico, perché rende nemiche dello Stato quelle classi le quali costituiscono in realtà la maggioranza del Paese”.
La violenza, la repressione, il pugno duro semplicemente non funzionano. Giolitti indicò una via differente, quella del corteggiamento interessato, del dialogo compiacente, astuto e subdolo, ma decisamente perspicace e moderno: “Il moto ascendente delle classi popolari si accelera ogni giorno di più, ed è un moto invincibile, perché comune a tutti i Paesi civili, e perché poggiato sul principio dell’uguaglianza tra gli uomini. Nessuno si può illudere di potere impedire che le classi popolari conquistino la loro parte di influenza economica e di influenza politica. Gli amici delle istituzioni hanno un dovere soprattutto, quello di persuadere queste classi, e di persuaderle con i fatti, che dalle istituzioni attuali esse possano sperare assai più che dai sogni dell’avvenire; che ogni legittimo loro interesse trova efficace tutela negli attuali ordinamenti politici e sociali. Dipende principalmente da noi, dall’atteggiamento dei partiti costituzionali nei rapporti con le classi popolari, che l’avvento di queste classi sia una forza conservatrice, un nuovo elemento di prosperità e di grandezza o sia invece un turbine che travolga la fortuna della Patria!”.


