Discorsi al Caminetto
|Mazzotta: “Rieducazione, inclusione sociale e opportunità di riscatto passano dalla formazione, dalla cultura e dal lavoro”
Dal 2018 dirige il carcere di via Gleno: “Qui dobbiamo provare a spezzare quel circolo vizioso che tende a perpetuare le disuguaglianze”
Classe 1969, calabrese di nascita, milanese di adozione, una laurea in Legge alla LUISS di Roma. È Teresa Mazzotta, dal 2018 direttrice del carcere di via Gleno. Una passione, quella per la giustizia penale ispirata da Giovanni Maria Flick, avvocato e giurista, già Ministro della giustizia con Romano Prodi e presidente della Corte costituzionale.
Da questo incontro, Teresa Mazzotta matura la scelta della ‘prima linea’ dell’amministrazione della giustizia, quella penitenziaria. Ascolto, empatia, propensione all’innovazione: queste le tre ‘punte’ con cui la direttrice Mazzotta gioca d’attacco per guidare il carcere di Bergamo, un istituto con un tasso di sovraffollamento del 170% che, in carne ed ossa, significa 530 detenuti al posto dei 319 cui dovrebbe garantire accoglienza. Una vera sfida. Metà italiani e altrettanti stranieri, molti giovani adulti (18-25 anni) e 40 donne (circa il 7% dei detenuti, un dato superiore a quello nazionale che si ferma al
4%), il carcere di Bergamo – che ha sia la sezione circondariale, dove si trovano detenuti che scontano pene entro i 5 anni e quelli in attesa di giudizio, sia quella penale dedicata alle pene più lunghe e a quelle che non hanno mai fine – con Teresa Mazzotta è diventato un vero e proprio laboratorio di innovazione sociale.
L’obiettivo è rendere sostanziale l’art. 27 della Costituzione italiana che, oltre ad affermare che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità”, esse “devono tendere alla rieducazione del condannato”.
“Rieducazione e inclusione sociale. L’esperienza detentiva deve far maturare, crescere nella consapevolezza dell’errore, prendere le distanze dalle proprie scelte sbagliate e anche offrire concretamente un’opportunità di riscatto che passa dalla formazione, dalla cultura e dal lavoro. I detenuti non sono tutti uguali; alcuni provengono da contesti di forte degrado e fragilità.
“Il carcere deve provare a spezzare quel circolo vizioso che tende a perpetuare le disuguaglianze”. “I detenuti – aggiunge Mazzotta – vanno seguiti nel loro percorso, accompagnati anche e, forse soprattutto, fuori dal carcere per facilitarne il reinserimento nella comunità e ridurre il rischio di recidiva. Così si fa sicurezza sociale”.
Per fare questo è indispensabile il supporto e il ruolo attivo del territorio: istituzioni, terzo settore, volontariato.
“Quello di Bergamo e della sua provincia è un terreno molto fertile, ricettivo, partecipativo. Questo può davvero fare la differenza. Così come agire sulla prevenzione”. Rendere più permeabile il ‘dentro’ col ‘fuori’, far conoscere la ‘città e i cittadini della casa circondariale di via Gleno’ – per usare le parole della Garante dei diritti dei detenuti di Bergamo, Valentina Lanfranchi –, le storie che lì dentro vivono e quella ‘banalità del male’ che può travolgere chiunque. “Sono esperienze molto forti quelle che coinvolgono le scuole e gli studenti che entrano in carcere per incontrare i detenuti e le loro storie; esperienze davvero formative. Da incoraggiare”.
Testimoniare l’errore – e le sue conseguenze – in prima persona vale molto più di mille raccomandazioni. “Diritti ma anche doveri”, sottolinea la direttrice. “In carcere si devono garantire i diritti e si devono rispettare i propri doveri. L’uno senza l’altro non può funzionare”.

