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Fuori di testa
Sam Fender

Fortunatamente, lo stigma della depressione si sta via via riducendo, la gente non ha più paura di parlarne e di mostrarsi nella sua nudità

Capita che l’appassionato di musica non ami confrontarsi con le nuove leve, ma più per pigrizia che per passatismo.

Di tanto in tanto, però, la piattaforma di turno “sembra avere capito chi sei”, e d’improvviso ci si trova a fischiettare lo stesso motivetto che fa svenire le tipe in prima fila.
Eccezione alla regola? Nient’affatto, se le radici (leggasi: le influenze) sono forti, lo saranno anche i frutti.
Ma andiamo per gradi.

Sam Fender è l’anello di congiunzione tra il millennial ed il boomer.
Giovane emaciato, zigomi sporgenti, faccia pulita, taglio da scugnizzo di Secondigliano. Le sue canzoni parlano di amori turbolenti e di vite in fuga. La sua voce, urgente e corposa come quella del primo Bono Vox, si staglia su un tappeto di chitarre e tastiere punteggiato da pennellate di sax, mentre la sezione ritmica macina che è un piacere.
A tutt’oggi ha pubblicato due album di rara bellezza che sotto la patina delle grosse produzioni attuali mostra un’incredibile maturità compositiva ed una ricchezza timbrica capace di esplodere dal vivo.

Nessuno – a parte i Gaslight Anthem – era riuscito ad avvicinarsi tanto al suono della E-Street Band senza scadere nel plagio.
Non a caso Springsteen lo ha voluto con sé nelle date di Ferrara e Roma.
Ora, immaginiamoci cosa significhi per un ventinovenne di North Shields – cittadina di soli trentamila abitanti – incontrare il suo idolo e suonare davanti a sessantamila fan tra i quali Sting, Nick Cave, Lars Ulrich, Woody Harlesson e Damiano dei Måneskin che, mi auguro, abbia portato con sè taccuino e penna per prendere appunti.
Un rimescolio emozionale capace di far vacillare pure le star più navigate.
Infatti, il povero Sam non ha retto e, due giorni dopo, a soli trenta minuti dall’ingresso sul palco del Fabrique di Milano per il suo esordio solista in Italia, il tour promoter ha dovuto annullare il concerto.

L’annuncio ufficiale parlava di problemi fisici, ma non è da escludersi che vi fossero anche difficoltà a livello psichico.

Non è la prima volta, infatti, che il giovane inglese si prende una pausa dalla frenetica vita in tour per concentrarsi sulla propria salute mentale, ed è ora che se ne parli una buona volta anche in Italia, senza tabù, come da tempo avviene all’estero.
“Touring can make you crazy”, diceva Zappa, e aveva maledettamente ragione. Quante rockstar sono state fagocitate dal sistema binario album/tour, per poi rifugiarsi negli eccessi e finire con l’autodistruggersi? Troppe.

Fortunatamente, lo stigma della depressione si sta via via riducendo, la gente non ha più paura di parlarne e di mostrarsi nella sua nudità.
“Da tempo i miei amici e colleghi si sono preoccupati per me, e la situazione non migliorerà finché non mi prenderò del tempo per affrontarla”, scriveva Sam sui suoi profili social, lo scorso settembre.

“Sarei ipocrita a sostenere il tema della salute mentale, scrivendone canzoni al riguardo, senza dedicare del tempo a me stesso. Mi sono trascurato per più di un anno e non mi sono occupato delle ferite che mi hanno segnato in profondità. Non mi è possibile fare questo lavoro di autoanalisi mentre sono in tour, anzi, mi risulta estremamente faticoso fingermi felice per il bene degli affari”. Sono parole di grande umiltà e consapevolezza.

Ma non è sempre stato così. Trent’anni fa c’era ancora chi trattava Freddie Mercury come un finocchio appestato e Kurt Cobain come un drogato capriccioso. Una volta le ferite dell’anima non avevano lo stesso peso di una gamba fratturata o di un nodulo alle corde vocali.
Schopenhauer affermava che per sconfiggere il dolore e l’ignoranza è necessario strappare il velo di Maya ed assumersi la responsabilità di essere chi siamo. Ok, ma come? Il filosofo indicava tre strade: la pietà, l’ascesi e l’arte.
Ora, a meno che voi non parliate agli animali o non viviate in un eremo, vi suggerisco la musica.
Un vero balsamo.