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L’eredità di don Milani a 100 anni dalla nascita
Don Milani con alcuni suoi alunni

Don Milani intravide nell’educazione il luogo decisivo dove realizzare questo amore, questa comunione tra uomini

Don Milani è, da sempre, una figura controversa e complessa, capace di suscitare simpatie, ma anche critiche feroci. Un uomo divisivo, tanto per le idee professate quanto per i metodi utilizzati, nella vita e nella sua attività pedagogico-pastorale. La sua scarsa inclinazione all’obbedienza e il suo amore per la libertà, di pensiero e di azione, hanno fatto scuola, tracciando un percorso originale ed eccentrico, in seno alla chiesa stessa.

Nato nel 1923, pochi mesi dopo l’avvento al potere del fascismo, crebbe in seno ad una famiglia appartenente all’élite intellettuale del tempo, segnata da un laicismo borghese poco incline a sentimentalismi religiosi. Nella sua breve esistenza (morirà a soli quarantaquattro anni, nel 1967), trascorsa quasi interamente nelle terre toscane, visse in prima persona le tristi pagine del ventennio fascista, gli orrori della seconda guerra mondiale, il progressivo affermarsi del capitalismo liberale, le tensioni della guerra fredda, l’ascesa della D.C., il pontificato di Pio XII e l’avventura epocale del Concilio Vaticano II.

La sua repentina ed improvvisa vocazione apparve alla famiglia come un fulmine a ciel sereno: una scelta incomprensibile che non venne appoggiata. L’unica grande passione che il giovane Lorenzo aveva a lungo coltivato era stata l’arte, soprattutto la pittura, quale via per raggiungere l’Assoluto. Ma l’arte non era stata in grado di placare quella sete di realtà e di verità che lo attanagliava, con insistenza, nel profondo dell’anima. Giunse così, infine, ad una rivelazione esistenziale: il “disegno” è di un Altro.

L’uomo non è l’artista, ma il “disegnato”, il “pitturato”. È Dio che stringe tra le mani il pennello, mentre all’uomo viene chiesto di “essere intonato” al particolare e specifico progetto divino nel quale si trova inserito. Ciò non priva l’uomo della responsabilità, spronandolo, invece, a far propria una scelta di vita coerente, da giocarsi nelle concrete relazioni storiche con gli altri. L’uomo è una creatura relazionale, aperta al mondo: si diventa uomini solo vivendo.

Don Milani fu sì un radicale, ma non un settario: mentre il secondo segue pedissequamente, senza porsi domande e in modo astorico il percorso già tracciato da altri, il primo si interroga criticamente sul senso del proprio agire, abbracciando appieno una scelta di vita, innamorandosene. Don Milani rifiutò le scelte facili o quelle segnatamente contraddistinte dal solo criterio dell’efficacia: qualsiasi progresso sociale o civile non può e non deve prescindere dalla giustizia e dalla salvaguardia della dignità umana.

Fu l’amore, un amore concreto e incarnato, il pungolo che lo spronò, orientandolo nel cammino. Don Milani intravide nell’educazione il luogo decisivo dove realizzare questo amore, questa comunione tra uomini.
Una carità da non intendersi come un concetto astratto e generale, riguardante un’umanità generica e lontana. La carità è, invece, il concreto interesse, la passione, l’attenzione e la preoccupazione che si realizzano in un preciso momento storico nei confronti di un limitato numero di persone.

Coerente con questa sua convinzione, Don Milani si adoperò per istituire scuole popolari (a San Donato e a Barbiana) rivolte agli emarginati, a coloro che, gravati da povertà e miseria socio-culturale, veniva negata persino la possibilità di esprimersi. La missione di don Milani fu quella di restituire agli ultimi la Parola (scritta volutamente con la maiuscola iniziale). La Parola è ciò che caratterizza l’uomo, lo rende homo sapiens sapiens, lo apre alla dimensione del pensiero e dell’autentica libertà. La Parola è dono di Dio: Gesù stesso è il Verbo, l’agente liberatore per eccellenza.
Secondo don Milani la scuola deve essere diritto di tutti, deve prendersi carico degli ultimi, evitando facili paternalismi, rispettando le singole identità e personalità, fornendo gli strumenti necessari per esprimersi, ma rifuggendo la tentazione di intendere gli alunni come vasi da riempire di contenuti. Il maestro non è colui che pretende di plasmare l’alunno a sua immagine, ma colui che libera la capacità di espressione della persona che gli viene affidata. Il vero educatore non cessa mai di sentirsi in debito:

“Devo tutto quello che so ai giovani operai e contadini cui ho fatto scuola. Quello che loro credevano di stare imparando da me, son io che l’ho imparato da loro. Io ho insegnato loro soltanto a esprimersi mentre loro mi hanno insegnato a vivere”. (In Esperienze pastorali, cap. 3, pp. 235-238)
Si consiglia la lettura del solido studio di José Luis Corzo, intitolato Don Milani la parola agli ultimi (Editrice La Scuola, Brescia 2012), da cui ho attinto molte delle informazioni contenute nel seguente articolo.