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Un film potente con quei colpi di genio alla Bellocchio – talvolta surrealisti o anche iperrealisti- che ne marcano la genialità, come quando Edgardo arrabbiato toglie tutti i chiodi a un crocifisso e Gesù scende dalla croce e se ne va, un po’ triste perché forse si sente inutile…

Cannes, dalla nostra inviata Paola Suardi

Titolo: Rapito
Regia: Marco Bellocchio
Film in concorso a Cannes
Giudizio: 5 stelle
Genere: drammatico, storico
Anno: 2023
Durata: 125 min
Data di uscita: 25 maggio 2023
Distribuzione: 01 Distribution

Ci sono film brutti (*alla larga!), mediocri (**non ti perdi nulla), interessanti (***massì, merita), belli (****mi è piaciuto), e poi ci sono i film magistrali(*****top top top). E’ questo un po’ il senso delle stellette che abbiamo deciso di attribuire a quel che vediamo, fatto salvo il rispetto per l’insindacabile soggettività che anima ogni spettatore. I film per noi più difficili da commentare sono i mediocri e gli interessanti, perchè in genere presentano luci ed ombre da analizzare attentamente ma che è giusto evidenziare.

Quando si vedono film magistrali e perfetti, invece, come quelli del maestro Bellocchio, tutto è chiaro.
“Rapito”, l’ultimo film di Bellocchio presentato in concorso, è ambientato nel 1958. Nel quartiere ebraico di Bologna i soldati del Papa fanno irruzione dalla famiglia Mortara. Su ordine del cardinale sono venuti a prelevare Edgardo, il figlio di sette anni. Il bimbo è stato segretamente battezzato in culla da una balia e a legge pontificia è indiscutibile: deve ricevere un’educazione cattolica. I genitori di Eghrado sono sconvolti e fanno di tutto per riavere il proprio figlio. Sostenuti dall’opinione pubblica dell’Italia liberale e dalla comunità ebraica internazionale, la lotta dei Mortara assume presto una dimensione politica quando Cavour e Mazzini ne fecero uno scandalo mondiale, che purtroppo ebbe il solo risultato di seminare nell’animo di molti italiani quell’urgenza di separare Stato e Chiesa, di togliere un così cieco potere dalle mani della religione. Ma la Chiesa e Papa Pio IX rifiutano di restituire il bambino, per affermare un potere che è sempre più vacillante: solo dodici anni dopo la breccia di Porta Pia – che nel film si vede – porterà l’esercito piemontese e il Regno d’Italia anche nello stato pontificio.
Il film è davvero ben costruito, tirando al massimo il dissidio che da affettivo si fa politico e poi interiore del protagonista, Edgardo, che cresce combattuto tra le due fedi anche se diverrà sacerdote.

Un film potente con quei colpi di genio alla Bellocchio – talvolta surrealisti o anche iperrealisti- che ne marcano la genialità, come quando Edgardo arrabbiato toglie tutti i chiodi a un crocifisso e Gesù scende dalla croce e se ne va, un po’ triste perché forse si sente inutile…

Un film dove si ride (la scena della circoncisione del Papa!), si piange, si sobbalza, una narrazione che a volte assomiglia a un grande gioco a nascondino, dove però le religioni si aggrovigliano e il dogma ha il potere di impedire di riflettere, perciò priva delle libertà, separa e spezza gli affetti. Questo è un tema ineludibile: in nome del dogma il Papa si comporta come un tiranno qualsiasi. Se viene da chiedersi perchè il Maestro passi dal trattare il rapimento di Aldo Moro (“Effetto notte”, 2022) al “caso Mortara”, dalla tragedia contemporanea – di portata storica e largamente mediatica – alla tragedia ai più sconosciuta e passata, la risposta è probabilmente che per Bellocchio sono comunque momenti e occasioni di indagine sulla storia e le storie d’Italia – virtù ed errori, azioni belle e riprovevoli-, una traccia che il regista tiene saldamente presente nella sua produzione artistica, anche se non la esibisce. A questo proposito il regista ha dichiarato: “Entrambi i rapimenti hanno a che fare con una forma di cecità, quella ideologica dei brigatisti, e quella di Pio IX, convinto che non si potesse liberare il bambino perché dopo il battesimo si è cristiani per sempre. Da qui il suo “Non possumus”, che inizialmente avrebbe dovuto essere proprio il titolo del film”. E in un altro momento: “Non è un’opera contro la Chiesa, nessun intento politico o ideologico. Ho scritto al Papa per vederlo insieme”.
Un film dalla forma perfetta nel ritmo e avanzamento dell’azione scenica, nella recitazione, nei curatissimi quadri storici in movimento.
“Rapito” è grande cinema. Da oggi nelle sale cinematografiche.