L'approfondimento
“I disturbi dell’apprendimento non devono spaventare: oggi abbiamo gli strumenti per dare risposte efficaci e tranquillizzanti”
Il Centro per l’Età Evolutiva: “Dobbiamo pensare allo strumento compensativo come quell’ausilio che permette ai ragazzi di svolgere le stesse prestazioni dei compagni. Un po’ come gli occhiali per chi non vede bene”.
I disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) sono sempre più al centro dell’attenzione negli ultimi anni. Un tema, nello specifico nella scuola, che porta con sé un complesso rapporto tra gli studenti che ne soffrono e gli istituti, così come con le famiglie e gli insegnanti.
Il discorso sui DSA si innesta in un quadro normativo – quello regolato dalla legge n.170 del 2010 – ancora da migliorare. Ne abbiamo parlato con la dottoressa Flavia Ottoboni, psicologa presso il Centro per l’Età Evolutiva, e con il professor Gian Marco Marzocchi, anche lui psicologo del CEE nonché professore associato al Dipartimento di Psicologia dell’Università Milano Bicocca.
“La legge n. 170 è una legge molto importante perché garantisce diritti a bambini e ragazzi con DSA, tra cui l’utilizzo di strumenti compensativi e misure dispensative – spiega la dottoressa Ottoboni -. Ma è una legge ancora in divenire: è stata introdotta solo l’anno scorso una misura normativa per giovani adulti e lavoratori che si approcciano al mondo del lavoro e che garantisce loro l’utilizzo di questi strumenti compensativi”.
Una volta chiarita la cornice legislativa, cosa fare se un ragazzo manifesta difficoltà di apprendimento? Secondo il professor Marzocchi: “L’ideale sarebbe trovare un consenso, un accordo tra famiglia e scuola. Ma l’iniziativa parte sempre dalla famiglia: i genitori contattano un servizio pubblico o privato e chiedono un percorso valutativo per riconoscere la presenza di un DSA, percorso che deve essere concluso con la redazione di una relazione clinica che va consegnata alla scuola, la quale si fa carico poi di redigere un piano didattico personalizzato. Questo serve allo studente per riuscire a valorizzare i suoi punti di forza e compensare i suoi punti di debolezza”.
Spesso però le famiglie faticano ad accettare il bisogno del proprio figlio di un aiuto, anche a causa di visioni stereotipate. “La chiave è la consapevolezza – chiarisce Ottoboni -. La diagnosi viene vissuta un po’ come etichetta, per questo è importante che i ragazzi riescano a dare un nome a quella che è una fatica che sentono nel quotidiano. Anche per non degenerare nei luoghi comuni di cui si sente parlare”. Uno dei principali riguarda proprio la presenza di un PDP e l’utilizzo di strumenti compensativi, spesso percepiti dai compagni di classe come un “vantaggio” dato allo studente con difficoltà. Su questo aspetto la dottoressa Ottoboni tiene a specificare: “Dobbiamo pensare allo strumento compensativo come quell’ausilio che permette ai ragazzi di riuscire a svolgere le stesse prestazioni dei loro compagni, un po’ come succede con gli occhiali per chi non vede bene. Lo sforzo cognitivo infatti non si riduce: i nostri ragazzi fanno verifiche, interrogazioni, esami e la maturità come tutti gli altri”.
L’importanza dell’utilizzo degli strumenti compensativi ha a che vedere anche con il carattere e con la sfera emotiva del soggetto. “Se un ragazzo percepisce che a causa di una serie di difficoltà che sono al di fuori della sua responsabilità ottiene risultati inferiori rispetto alle sue aspettative e alle sue potenzialità – perché parliamo di ragazzi che sono intelligenti come gli altri ma non riescono ad automatizzare gli apprendimenti -, questo va ad abbassare il loro senso di efficacia e competenze e conseguentemente anche l’immagine di sé e l’autostima” commenta Marzocchi.
Le famiglie possono trovare allora un aiuto al Centro per l’Età Evolutiva con i loro servizi. “Per i bambini, delle elementari e della scuola media, offriamo percorsi di valutazione che permettono di capire la natura del disturbo dell’apprendimento, e una volta effettuato il percorso cerchiamo di dare delle risposte, per cui proponiamo percorsi abilitativi per i bambini che consentono loro di acquisire più competenze – spiega il professore -. E poi lavoriamo con insegnanti e genitori: con i genitori per aiutarli a dare un significato e capire qual è il loro ruolo nel percorso di aiuto di questi ragazzini; con gli insegnanti li supportiamo nel caso in cui abbiano la necessità di una consulenza per l’applicazione del PDP”.
I disturbi dell’apprendimento possono quindi non soltanto essere riconosciuti, ma anche affrontati con ottimi risultati: “In questi ultimi anni c’è un’acquisizione di una sempre maggiore consapevolezza che i disturbi dell’apprendimento non sono qualcosa che deve spaventare, preoccupare o generare allarmismi – conclude Marzocchi -. Credo che al giorno d’oggi abbiamo tutti gli strumenti e le conoscenze per dare delle risposte efficaci, e al tempo steso tranquillizzanti”.

