In concorso
“The zone of interest”, l’originalità della prospettiva per parlare di nazismo candida il film alla Palma d’oro
Nonostante lo schema di gioco del regista sia chiarissimo nel giro dei primi venti minuti, e il resto risulti una dilatazione insistita, l’originalità della prospettiva per parlare di nazismo e Olocausto e la pulizia formale della narrazione collocano questa pellicola in zona Palma d’Oro. Vedremo
Cannes, dalla nostra inviata Paola Suardi
Regia di Jonathan Glazer
Film in concorso
Giudizio: 3 stelle brillanti
Ecco un film che parla dell’Olocausto mettendo in scena soprattutto l’orrore sottile di quei Tedeschi che coltivarono nelle loro vite ordinate un malessere mostruoso, il Nazismo. Nessun grande affresco di massa, ma il piccolo ritratto della famiglia borghese del comandante supremo di Auschwitz – Rudolf Höss, macellaio delle SS – la loro villetta con giardino, piscina, serra, tate e cameriere annesse. Ma il muro di cinta di questo piccolo paradiso tutto fiori, torte di compleanno e pic nic, coincide con il muro del campo di concentramento, per questo il sordo rumore dei forni al lavoro è onnipresente di sottofondo (come vivere accanto a un qualsiasi opificio?) e ai giochi dei bambini si accompagnano costantemente grida e qualche sparo provenienti dal campo.
Non si vede un maltrattamento, né una goccia di sangue in tutto il film, ma di notte il rumore della fabbrica di morte si percepisce di più, diviene inquietante al punto che la suocera in visita dopo due notti ripartirà di buon ora senza neppure salutare la figlia, il fuoco delle ciminiere tinge il cielo di rosso e una delle bambine ha spesso difficoltà ad addormentarsi, perciò il padre le legge una favola. Il minore dei figli gioca coi soldatini e la sua piccola guerra ha come colonna sonora i suoni reali, di là dal muro, il maggiore studia i denti dei deportati e vessa il piccino con dispettosa malizia; l’ultima nata, ancora in culla, piange incessantemente. Serpeggiano insomma in questa bionda famiglia – un po’ “mulino bianco” versione nazi – un’inquietudine e un malessere che crescono in sincrono con l’incessante attività del campo e i suoni che ne percepiamo. Un’inquietudine e una minaccia simboleggiati forse anche dal cane di famiglia, che nero e indisciplinato, scodinzolante e irrequieto, sporca il nitore del quadretto “kinder, kuche, blumen” della padrona di casa.
Per il comandante Höss dirigere Auschwitz è un lavoro, fatto di problemi logistici da risolvere, gestione, e carriera. Anche per sua moglie, particolarmente contenta di questa sistemazione, si tratta semplicemente di un mezzo per raggiungere un benessere altrimenti e altrove forse non garantito. Entrambi, con il loro “stile di vita” ad Auschwitz, incarnano consapevolmente il progetto del Fuhrer di portare a est la cultura nazista. Per questo la notizia che il comandante verrà trasferito, benché promosso, irrita e sconvolge la donna al punto che chiederà al marito di non seguirlo ma di restare con la famiglia – la casa, i fiori, la piscina, le tate…- ad Auschwitz.
Glazer sceglie dunque di mostrarci una prospettiva inedita e apparentemente asettica, sterilizzata, dell’atroce Olocausto. Lo fa normalizzando la routine di vita di questa famiglia, persino eventi stomachevoli come lo scegliere abiti e gioielli, o indossare rossetti, provenienti dai deportati. Se non fosse per le uniformi naziste e qualche auto d’epoca l’ambientazione potrebbe essere contemporanea, e anche questo elemento è un punto a favore del film, perché sgancia lo spettatore dalla prospettiva di uno sguardo storico e lo obbliga ad una prossimità maggiore col narrato. Per le stesse ragioni nel finale del film vengono inserite scene di donne che fanno le pulizie nell’odierno museo di Auschwitz, dove pile di effetti personali giacciono dietro a vetri assai lindi: è un monito severo a non ridurre ciò che è stato – gli errori immani che han condotto all’orrore – a qualcosa da guardare, quando il memento deve tradursi invece in assunzione di responsabilità, ogni giorno, perché non si ripetano.
Nonostante lo schema di gioco del regista sia chiarissimo nel giro dei primi venti minuti, e il resto risulti una dilatazione insistita, l’originalità della prospettiva per parlare di nazismo e Olocausto e la pulizia formale della narrazione collocano questa pellicola in zona Palma d’Oro. Vedremo.


