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“May December”, in equilibrio tra schiettezza e ipocrisia per restituire o manipolare la realtà

Interessante soprattutto il modo di guardare agli adolescenti – anche a Joe che l’adolescenza non l’ha vissuta proprio – e il loro modo disincantato ma non privo di affetto di relazionarsi con gli adulti

Cannes, dalla nostra inviata Paola Suardi

Regista: Todd Haynes
Genere: Drammatico, Sentimentale
Anno: 2023
Paese: USA
Cast: con Natalie Portman e Cory Michael Smith
In concorso a Cannes
Giudizio: 3 stelle

La storia d’amore tra un dodicenne e una trentenne – ecco spiegato il titolo: la loro distanza d’età è come la distanza tra primavera e inverno – sfocia per lei in una gravidanza e nella prigione.

Ventiquattro anni dopo sono felicemente sposati con figli ormai alla soglia del college e la loro storia scandalosa, all’epoca materia per tabloid, diviene il soggetto di un film. Per questo Elizabeth Berry, l’attrice che ne sarà protagonista (Nathalie Portman) va a Savannah a conoscere Joe (Charles Melton) e Gracie (Julianne Moore). All’idea di comprendere per interpretare Gracie nel modo il più veritiero possibile, Elizabeth accompagna una malcelata e morbosa curiosità e un giudizio beffardo sull’affair. Armata di taccuino, visita i luoghi dove Joe e Gracie vivono con la loro famiglia, quelli dove nacque il loro innamoramento (il pet shop dove entrambi lavoravano), incontra i conoscenti più vicini, compreso l’ex marito di lei, e innesca situazioni di sottile tensione. Lei stessa ne uscirà provata, nonostante l’apparente posizione di distaccata superiorità.

Una bomba a orologeria che non deflagra però, un climax che aumenta rivelando malesseri cospicui per poi lasciarli galleggiare senza un vero proprio scatto narrativo. Ghiaccio bollente o braci quasi fredde. Eppure proprio per questa trazione ossimorica, mentre ci svela gradualmente particolari della vita e della psiche dei personaggi coinvolti, il film di Todd Haynes riesce a interessare dall’inizio alla fine. Un po’ melodramma, un po’ thriller psicologico, è sorretto anche dalla recitazione robusta delle brave Jeanne Moore – più brava – e Nathalie Portman. Una fotografia colta, una musica intensa e un ritmo narrativo che evoca la suspence e i non detti eloquenti di David Fincher (ricordate “Gone Girl”?) fanno il resto.

Tra i temi principali, oltre al ritratto della sonnacchiosa e repressa provincia americana, ci sono la dialettica tra verità e finzione – realtà e pettegolezzo, schiettezza e ipocrisia-, in particolare un sottotesto sul cinema e il suo potere di restituire o manipolare la realtà. Interessante soprattutto il modo di guardare agli adolescenti – anche a Joe che l’adolescenza non l’ha vissuta proprio – e il loro modo disincantato ma non privo di affetto di relazionarsi con gli adulti.