In concorso
“Spring”, giovani cinesi che hanno davanti un inverno senza prospettive
Tre ore e mezza che, passate le incertezze iniziali, catturano lo spettatore proprio perché lo proiettano all’interno di una bolgia dove chi guarda diviene da incredulo a coinvolto – anche se i gruppi seguiti dal regista cambiano e non v’è modo di affezionarsi – e attende ad ogni minuto che passa uno scatto e un riscatto
Dalla nostra inviata Paola Suardi
Regia: Wang Bing
Genere: Documentario
Una full immersion di tre ore e 32 minuti nei laboratori di confezione tessile di Zihli City, Cina. A 150 Km. da Shanghai, è il centro manifatturiero che raccoglie circa 300.000 giovani lavoratori provenienti dalle province rurali attraversate dal fiume Yangtze.
Casermoni fatiscenti e malsani suddivisi in piccolissimi laboratori, neon, rumore incessante di macchine da cucire, musica leggera e chiacchiere dei tantissimi ragazzi e ragazze che lavorano senza posa. Tre ore e mezza con loro, la loro energia e allegria, l’alienante routine, il ritmo frenetico per evadere gli ordini, le estenuanti trattative coi datori di lavoro per strappare pochi centesimi, i loro discorsi, le simpatie e antipatie che li legano. I dormitori dove vivono quando non lavorano non sono migliori.
Il film di Wang Bing, girato tra il 2014 e il 2019 in presa diretta e spesso camera a mano con intento documentaristico, è infatti la potente restituzione dell’esistenza di questi giovani, perlopiù tra i sedici e trent’anni, che vivono giorno e notte in situazioni di igiene precaria, promiscuità, mai fisicamente soli perché a stretto contatto gli uni con gli altri, eppure emotivamente isolati. Lontani dalle famiglie, proiettati in un mondo di grigia “adultitudine”. Scherzi, risate, sbronze, e lavoro lavoro lavoro. Con orari incredibili, pagato a cottimo.
Tre ore e mezza che, passate le incertezze iniziali, catturano lo spettatore proprio perché lo proiettano all’interno di una bolgia dove chi guarda diviene da incredulo a coinvolto – anche se i gruppi seguiti dal regista cambiano e non v’è modo di affezionarsi – e attende ad ogni minuto che passa uno scatto e un riscatto. Invece i ragazzi sembrano avviluppati in una resilienza senza orizzonti, anche per quei pochi che decidono di tornare a casa; le iniziative di rivendicazioni salariali si insabbiano per estenuazione e mancanza di obiettivi unitari e chiari, i progetti di futuro e famiglia suonano retorici e remoti, e devono fare i conti con le posizioni retrograde delle famiglie di origine. L’attrazione è affidata a scaramucce verbali e a una fisicità a volte infantile e manesca, oppure a chat on line, i sogni d’amore relegati nelle canzoni pop e nei video trasmessi dai cellulari. Gli smartphone sono i compagni costanti, di ogni minuto libero, qualche volta anche il mezzo per comunicare, raramente con casa.
Happiness Road è il nome della via dove si trovano i laboratori del film e la cruda realtà supera l’ironia del titolo originale -“Spring”- che allude alla gioventù, alla stagione della vita di chi sta sbocciando mentre ci mostra giovani che hanno davanti un inverno senza prospettive.
Si esce dalla sala col bisogno di respirare e tornare a vivere.


