In concorso
Monster, storia in sospeso tra la difficoltà di dire la verità e comunicare
“Monster” si rivela invece a poco a poco un film soprattutto incentrato sull’apparenza e le diverse sfaccettature della realtà tra oggettività e soggettività, sulla difficoltà di dire la verità e di comunicare
dalla nostra inviata Paola Suardi
Regia di Kore’eda Hirokazu
Un film con Sakura Andô, Eita, Mitsuki Takahata, Shido Nakamura, Yuko Tanaka
Genere Drammatico
Palma d’Oro nel 2018 con “Un affare di famiglia” e premiato della Giuria per “Father and Son” nel 2013, il regista giapponese Koreeda torna a concorrere a Cannes esplorando relazioni umane e soprattutto familiari disfunzionali con il film “Monster”.
Apparentemente un thriller – nel quale aleggiano un clima di sopraffazione e bullismo a scuola e la vicenda di un incendio doloso in un “hostess bar” – il film narra la stessa vicenda attraverso i punti di vista di una madre vedova, dell’insegnante del figlio accusato di vessarlo, e del ragazzino stesso, di nome Minato.
“Monster” si rivela invece a poco a poco un film soprattutto incentrato sull’apparenza e le diverse sfaccettature della realtà tra oggettività e soggettività, sulla difficoltà di dire la verità e di comunicare. Non solo, la terza parte in cui vengono ripercorsi e acquistano senso molti degli eventi già presentati, è incentrata sull’amicizia dei due ragazzini, Minato e Hikawasha, e la loro difficoltà a viverla e dichiararla per timore di essere bollati e presi in giro. Emergono qui anche tutte le complessità di relazioni familiari e umane che non vogliono fare i conti con la realtà e celano problemi importanti. Una società dove vergogna, silenzio e menzogna contribuiscono a creare situazioni malsane, e il regista è abilissimo nel trasferire un clima di inquietudine e disagio represso quotidianamente.
Chi è il “mostro”? si chiede a più riprese lo spettatore. Chi appicca incendi, chi tira le orecchie ai propri studenti, chi ingiuria il proprio figlio dicendogli che ha il cervello di un maiale, chi bullizza il compagno di scuola? o chi mente a sé e agli altri?
Nonostante la sensibilità di Koreeda nel regalarci momenti di grande intensità fatta di piccole cose – uno su tutti la scena in cui la direttrice della scuola e Minato soffiano letteralmente la loro sofferenza in strumenti musicali a fiato -, il film rischia più volte di sfilacciarsi proprio perché il depistaggio dello spettatore è insistito, e le aspettative continuamente disattese. Una narrazione affatto scontata, che si ricompone nella terza parte finale dove sentimenti, colori, luce e alcune ambientazioni en plein air ci rimandano al recente “Close” di Lukas Dhont. Non basta però la mano sicura di Koreeda a farne un film completamente riuscito.

