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Putin non si arrenderà e la politica di casa nostra chiede un cambio di rotta

L’aria che si respira sembra avere il profumo di ideologie nostalgiche che han funestato la nostra storia

Nutro la profonda convinzione che Putin non abbia alcuna intenzione di sedersi al tavolo delle trattative con il presidente Ucraino. È andato troppo oltre per poter invertire la rotta e dichiarare che la guerra è stata un errore e che la ricostituzione della Grande Russia è stato un abbaglio che gli ha fatto imboccare una strada impossibile da percorrere. Ipotizzo che se mai si verificasse tale evento, il presidente russo non avrebbe scampo e non basterebbero più gli arresti dei dissidenti a frenare l’onda di sdegno della popolazione Russa, costretta a subire le scelte del novello Zar.

In testa alla protesta, vedremmo le madri delle migliaia di giovani caduti in una guerra dichiarata per realizzare il suo sogno, frutto di un processo mentale viziato da megalomania. A dire il vero, non si vede uno spiraglio di possibile fine del conflitto, proprio perché Putin dovrà mostrare al suo popolo i frutti di questo sperpero di vite umane e di risorse che non influiscono certamente sul suo tenore di vita né su quello degli oligarchi che però, da un po’ di tempo, tacciono. La loro preoccupazione è dimostrata proprio dal loro silenzio, dall’astensione da ogni commento. Lo stesso Kirill, patriarca della chiesa ortodossa russa, ha esaurito le parole insensate, pronunciate per dar supporto a colui che lo ha riempito di rubli. Non credo che il suo silenzio sia stato un ripensamento suggerito dalla carità cristiana quanto piuttosto la paura di perdere la protezione dello Zar e con essa i milioni dallo stesso elargiti. Il mondo va così. Ovunque bruciano focolai di guerra ed ogni giorno presenta il bilancio di morti, di feriti e di distruzione. Ma l’insipienza umana non sembra regredire di fronte a nulla.

Ed anche in casa nostra la politica sembra alimentare una serie di tensioni dovute a decisioni legittimamente prese dal governo in carica, anche se, analizzate alla luce di quanto produrranno, lasciano parecchio allibiti. Sembra non esserci un disegno che prefiguri un futuro nel quale la pace sociale e la solidarietà diventino le regole ispiratrici dei provvedimenti governativi. Con tutti i difetti che al loro tempo si potevano riscontrare, ci stiamo accorgendo che i politici della prima repubblica erano giganti se rapportati a coloro che oggi siedono sugli scranni del potere.

Ma non tutte le responsabilità di provvedimenti annunciati e mai attuati o scritti per favorire determinate classi sociali, sono da addossare alla maggioranza attuale che, in ogni caso, nulla fa per stemperare la tensione che si va creando. Non c’è un’opposizione efficace ai troppi annunci che poi non diverranno mai realtà. Queste vuote promesse illudono per qualche giorno coloro che ripongono fiducia nella coalizione che attualmente guida le sorti d’Italia per disilluderli poi nel breve spazio che separa la verità dalla propaganda. La tensione aumenta allorché frasi inconsulte vengono pronunciate dai rappresentanti del popolo e ci riportano con la mente ai tristi periodi della storia che non vorremmo mai più rivivere.

Ma c’è anche la latitanza di un’opposizione spesso silente o frantumata in mille rivoli ideologici ad incrementare il clima di tensione e di disorientamento rilevabile nella gente. E che dire di un sindacato che di fronte a talune affermazioni che io considero lanci di prova per comprendere fin dove osare, non si mobilita o lo fa quando ormai l’onda di sdegno si è placata e viene, obtorto collo, assorbita dai cittadini? Distrazione dai problemi e dalle difficoltà reali che la gente incontra ogni giorno si susseguono e sembrano essere una costante dell’azione di alcuni personaggi del governo. Per dirla in breve, i dati economici sembrano migliorare, ma se il costo della spinta verso questa normalizzazione dei conti dello stato ricade tutto sulle spalle dei ceti meno abbienti o salariati, l’orizzonte della pace sociale si allontana.

L’aria che si respira sembra avere il profumo di ideologie nostalgiche che han funestato la nostra storia. Il tempo intercorrente tra una frase che ci riporta agli anni trenta e che suscita lo sdegno di molti e qualche altra uscita infelice, sembra essere programmato per riportare tensione sociale e distrazione dai problemi reali ed intanto la povertà avanza ed alcune categorie traggono vantaggio dai provvedimenti che il governo prende. E sull’altro fronte che succede? Vien da chiedersi se l’opposizione esista e che cosa stia facendo per cercare di riguadagnare il consenso progressivamente scemato per aver perso di vista i ceti sociali che non si sono più riconosciuti nell’azione di questa parte politica.

E poi abbiamo il centro, questo punto di equilibrio immaginario intorno al quale, teoricamente, tutto dovrebbe ruotare. In realtà, è ancora in via di definizione la direzione verso la quale questo raggruppamento vorrà orientare la sua marcia propositiva. Intanto, pur essendo sostenuta da un numero esiguo di votanti, la formazione politica di centro si è spaccata subito dopo essersi unita, immemore del fatto che in politica sono anche i numeri a contare. Se nessuno rinuncia a qualche sua idea fissa, senza che questo sovverta dalle radici il pensiero professato, avremo ancora un’opposizione di scarso rilievo e l’alternanza diverrà un’ipotesi che difficilmente si realizzerà. L’arte del compromesso sembra essere morta ed ognuno vuol aprire l’uscio di casa a chi più gli aggrada, sottolineando ciò che divide invece di privilegiare ciò che unisce.

Non è un bel quadro né, tantomeno, suscita il desiderio di scelte che si tradurranno in voti quando si dovranno affrontare i nuovi appuntamenti elettorali. C’è solo da sperare che, seppur più per nervosismo e stanchezza che per convinzione, coloro che si sono astenuti dal voto tornino a scegliere i rappresentati che ritengono migliori, non tanto per le promesse urlate sulle piazze, ma per l’annuncio dei programmi che si potranno realmente attuare con le risorse disponibili.