Giuseppe Remuzzi: “La medicina del territorio va ricostruita in un patto di alleanza con il cittadino”
Il direttore dell’Istituto di Ricerca e Cure Farmacologiche Mario Negri si racconta tra lo spettacolo “Dal pesce al filosofo”, il ruolo della ricerca in Italia e il suo prossimo libro in uscita “La scelta”
Bergamo. Lui è IL professore. Quello con l’articolo determinativo. Quello che tutti ci invidiano. Quello che, per via delle sue origini, di cui va fiero, fa grande la nostra città. E se ci sono, ormai, tutta una serie di realtà presenti sul territorio diventate negli anni delle istituzioni, proprio in virtù della loro importanza, anche lui, seppur su due gambe, lo è. Certamente.
Direttore dell’Istituto di Ricerca Farmacologico titolato in tutto il mondo, il Mario Negri, medico prima di tutto, nefrologo di fama internazionale, e anche scrittore, Giuseppe Remuzzi non è solo una delle figure più autorevoli quando si parla di medicina, è molto di più. E’ la scienza. Il modo di fare di un vero signore che si accompagna al sapere. Connubio perfetto.
E anche se lui sorride quando glielo facciamo notare, all’inizio della nostra chiacchierata, si arrenda, bonariamente, all’evidenza.
Alzi la mano, infatti, chi non si è sentito rassicurato, proprio nel periodo più buio, quello della pandemia, quando si è fatto immortalare mentre gli veniva somministrato il vaccino. Alzi la mano chi non si è affidato alle sue parole, alle sue spiegazioni, precise e minuziose, sul perché era bene non solo mettersi al riparo da un virus letale, ma anche esultare per una scoperta, tanto rapida quanto determinante, che altro non ha fatto che concorrere a mettere in salvo tante vite umane, specie quelle dei più fragili. E, in questo, “Le monetine di Roosvelt” docet.
Lui, che ha dalla sua la capacità di spiegarti con parole semplici anche le cose più difficile, non si nasconde certo dietro i paroloni che i più non capirebbero, e che non tira la tenda del suo pensiero quando è chiamato a esprimere le sue opinioni. Un coraggio, il suo, frutto della conoscenza e della sapienza.
Non le manda a dire quando racconta di un rapporto, quello tra medico e paziente, che, per via di un impoverito concetto di medicina sul e per il territorio, è sbiadito negli anni. Non le manda a dire quando racconta di un politica che, da destra a sinistra, fa della sanità la sua bandiera, in campagna elettorale per lo più, per poi accantonarla lasciando spazio ad altre logiche. Non si nasconde quando spiega come i giovani talenti della medicina vadano assolutamente tutelati e preservati, affinché restino sul territorio e non prendano il volo verso mete lontane. Perché proprio le nuove leve sono quelle che, come ha dimostrato il Covid, meglio si sono sapute adattare e abbiano fatto di necessità virtù quando l’emergenza urlava in ogni sua forma e c’era bisogno di tutto.
Ecco allora che i grandi temi che accompagnano il vivere quotidiano come la salute, la sanità pubblica e, perché no, anche il fine vita, argomento tanto delicato quanto spinoso, di cui troppo poco si parla, diventano argomenti di riflessioni chiare, nitide. Sgombrato il campo dalla retorica, il professore ama infatti raccontare soprattutto in parallelo con la vita vissuta. E spiega, bene, di come la vita vada accompagnata, in termini di amorevole cura, non solo nella normalità dello scorrere del tempo o durante l’iter della malattia, ma fino alla fine.
Racconta del perché questo sistema sanitario nazionale non ha praticamente più nulla di democratico, nonostante continui ad essere la nostra più grande fortuna. Del perché la cura sia diventata una roba per ricchi, del perché le liste d’attesa si abbattono solo se si apre il portafoglio, del perché il sistema sta implodendo anche per via del rapporto malato tra pubblico e privato.
L’analisi si spinge oltre. Non è solo una disanima lucida e precisa, ma una riflessione che apre a delle proposte.
Cosa si dovrebbe fare, cosa si può ancora fare. Subito, però. Questa è la discriminante.
Il tempo è poco, come ricorda. E non vale il detto che “è galantuomo” quando in ballo ci sono le vite delle persone. Lui lo va ripetendo, da tempo. Certo, la bacchetta magica della scuola di Hogwarts non ce l’ha nessuno, tantomeno lui. Ma quello che dice ha talmente il sapore della verità che vorresti, in un battibaleno, che tutto prendesse la forma delle sue parole. Soprattutto perché le sue hanno il sapore di una speranza che, ahimè, tante volte si fa fatica a vedere.
La lezione è chiara, per tutti, e arriva da chi fa della ricerca il suo pane quotidiano. Di chi non si ferma, di chi non si accontenta. Di chi cerca, dopo tanti anni, la scoperta. Di chi fa della mente un luminol che non si scarica mai. Perché lì fuori c’è un infinito mondo ancora da capire e da interpretare.
Le porte da aprire sono ancora molte, nessuna è sbarrata. Basta solo trovare le chiavi giuste. Lui lo sa.

