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Omicidio di Fara: il pubblico ministero chiede una condanna a 22 anni

Accusa e difesa concordano nel definire Carlo Fumagalli un uomo distrutto dal dolore per aver ucciso la compagna Romina Vento annegandola nell’Adda

Fara Gera d’Adda. Lo sguardo sempre basso, quasi fisso, spento. Piange, in modo composto e silenzioso, quando vengono ricostruiti i fatti. Quando il pubblico ministero Carmen Santoro ripercorre quegli istanti in cui, il 19 aprile 2022, lui, Carlo Fumagalli, ha lanciato l’auto nel fiume Adda con a bordo la compagna Romina Vento con l’intenzione di uccidere lei e, forse, anche se stesso. L’accusa racconta che lo stesso imputato, sotto interrogatorio, ha confessato spontaneamente di aver poi tenuto la testa della madre dei suoi figli sott’acqua, provocandone la morte per annegamento.

Si scioglie solo nell’abbraccio della madre Carlo Fumagalli, quando le guardie permettono alla donna di accedere all’interno della cella di sicurezza nell’aula del tribunale. Entra anche Thomas, il figlio più grande, avuto da una precedente relazione. Il ragazzo si aggrappa al padre, non vuole lasciarlo, si congeda infine con una pacca sulle spalle.

L’udienza andata in scena venerdì 12 maggio è un esempio di sobrietà e di pacatezza, di riflessioni sulla natura umana e sulla giustizia, sulla giusta pena, sul ruolo riabilitativo del carcere. E al termine della discussione il presidente della Corte d’Assise, Giovanni Petillo, che di processi ne ha visti a centinaia, sottolinea proprio questo aspetto: “Voglio esprimere il mio ringraziamento alle parti, non l’ho mai fatto in precedenza. La profondità delle argomentazioni offerte meritano di essere sedimentate anche da noi, quindi ritengo opportuno prenderci un po’ di tempo per riflettere prima della lettura del dispositivo”.

Il pubblico ministero non ha chiesto l’ergastolo per Carlo Fumagalli. Ha chiesto invece che l’aggravante dell’aver ucciso la compagna fosse riconosciuta equivalente alle attenuanti generiche: “Le prove della colpevolezza dell’imputato sono granitiche fin dall’inizio. Lui stesso ha confessato il delitto. Famigliari e conoscenti hanno raccontato del difficile stato che Carlo attraversava da un po’ di tempo”.

La stessa Romina, il giorno prima di essere uccisa, aveva ricevuto molte chiamate dalla cognata e dalla suocera: la avvertivano che Fumagalli stava male a causa della sua depressione. Anche il figlio Thomas lo ha dichiarato quando è stato ascoltato dagli inquirenti. Aveva sentito il padre poco dopo le 21, prima che lo stesso andasse a prendere Romina fuori dal lavoro e deviasse poi verso l’Adda. Il pm ricostruisce la sua testimonianza: “Ha detto che il padre non stava bene, era particolarmente triste, come non l’aveva mai sentito”. Quel giorno Carlo aveva anche tentato un gesto estremo cercando di uscire dalla torre del luogo in cui lavorava, ma la porta era chiusa con il lucchetto e non era riuscito ad aprirla.

L’accusa si sofferma sul movente: “Inizialmente l’imputato ha detto di non sapere il motivo che lo ha spinto a commettere il delitto. Carlo è portatore di fragilità emotiva e si appoggiava alla vittima, per lui un punto di riferimento costante. Quando apprende che lei lo vuole lasciare, non vede altra soluzione se non quello di eliminarla. Tutti i testimoni dicono che la relazione, che durava da 25 anni, stava per finire. Lui cade in depressione, si convince che lei abbia un altro, che qualcuno lo segua. Lui aveva iniziato ad andare dallo psicologo, che gli prescrive dei farmaci a febbraio, ma a marzo smette perché non riesce a tollerare la terapia. La sua condizione ricomincia a peggiorare. Dalla relazione dei consulenti si evince che c’è una consapevolezza progressiva da parte di Fumagalli sui fatti, pian piano si rende conto, elabora quanto accaduto”.

I consulenti nelle loro relazioni evidenziano la lucidità dell’imputato, la capacità di critica e di giudizio: “Sì, Carlo è emotivamente fragile, ma non era incapace di intendere e volere al momento dei fatti – continua la pm -. La sofferenza e la condizione di quest’uomo hanno preso purtroppo la via che sappiamo. Il gesto non è giustificabile ma lui sta già facendo i conti con la sua coscienza, tutti i giorni, e dimostra sofferenza e pentimento. Per questo chiedo una condanna a 22 anni di reclusione”.

L’avvocato Eleonora Radaelli assiste Sofia Venarina, la madre di Romina Vento: “È contro natura chiedere al genitore di seppellire un figlio, per di più vittima di morte violenta. Mi ha colpito una frase che la signora mi ha detto: “Chissà che freddo che avrà avuto Romina”.  Cosa resta a questa donna? Solo dolore e malinconia, a tratti rabbia. “Io vivo grazie ai miei nipoti perché nei loro occhi vedo mia figlia”, dice sempre. Come si può quantificare il dolore? Quanto vale la vita di un figlio per un genitore? Lei non cerca vendetta ma chiede giustizia”.

Anche Luca Vento, il fratello di Romina, si è costituito parte civile. Si è spesso commosso nel corso dell’udienza. L’avvocato Matteo Anzalone parla dell’attaccamento e dell’affetto che i due fratelli provavano reciprocamente: “Si vedevano tutti i giorni, si volevano bene, la sua vita è stata stravolta dall’omicidio della sorella. Luca ora si sta occupando insieme alla madre dei loro nipoti, che quel giorno hanno perso sia la mamma, morta annegata, sia il padre, che da allora è in carcere”.

L’avvocato Cristina Maccari assiste i due figli minorenni della coppia, Vanessa e Lorenzo Fumagalli: “Come può essere risarcito un figlio per la morte violenta di una madre? Esistono delle tabelle per quantificare il danno a livello economico, ma sono sterili. Una somma di denaro, anche se alta, non può ridare a un figlio sua madre, a una madre sua figlia, a un fratello sua sorella. Mi auguro che quando sarà passato del tempo e questi due ragazzi saranno adulti e maturi, possano riallacciare dei rapporti con l’unica figura genitoriale che gli resta, questo potrebbe dare un senso alla loro vita”.

A difendere l’imputato gli avvocati Luca Bosisio e Carmelo Catalfamo.

“La strategia processuale l’ha dettata Carlo – ha dichiarato Bosisio -, che ha confessato, ha riferito dettagli, si è messo a nudo davanti ai consulenti. Carlo mi ha insegnato delle cose che non sapevo: non sapevo che chi si macchia di un reato possa soffrire così tanto. Ogni volta che lo incontro lui piange, è un uomo semplice, al quale è capitata una cosa gravissima che non ha saputo governare in quel momento. Una condanna penale non è per niente retributiva, perché non c’è giorno della sua vita che lui non provi dolore. Non vuole uscire dalla sua cella, sta sdraiato la maggior parte del tempo, non riesce nemmeno a leggere perché dopo poche pagine i suoi pensieri vanno a quel giorno. Ha partecipato a percorsi di giustizia riparativa. Si preoccupa per il futuro perché si chiede: potrò mai riavvicinarmi alle persone che vivevano intorno a Romina? È un uomo che non si capacita di ciò che ha fatto. Bisogna cercare di dargli la speranza di poter rivedere i figli, poterli riabbracciare, affrontando un percorso con l’aiuto di esperti”.

L’avvocato Catalfamo sottolinea: “Carlo è un essere umano che all’improvviso si è rotto, si è frantumato per l’incapacità di gestire la situazione che si era venuta a creare. La sua è una condanna intrinseca vista la sua quotidiana sofferenza. Non lo tange che lo detengano in un luogo piuttosto che in un altro”.

Il 30 maggio la sentenza.