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Giovedì 4 maggio in Auditorium il lungometraggio di Cláudia Varejão, che mostra la comunità queer di São Miguel nelle Azzorre, in bilico tra ancestrali tradizioni e spazi di quotidiana libertà

“Un film sul tra. Tra terra e mare, notte e giorno, femminile e maschile, reale e sogno. Tra il rimanere o l’andarsene”. Così la regista portoghese Cláudia Varejãodefinisce il suo Lobo e Cão (Wolf and Dog), film sul confine tra fiction e documentario che verrà proiettato giovedì 4 maggio all’Auditorium di Piazza della Libertà, all’interno del programma del festival Orlando e della rassegna Orizzonti Queer, sviluppata nell’ambito del progetto Praticare Alleanze, in collaborazione con Fondazione Brescia Musei – Cinema Nuovo Eden.

Nel film viene mostrata l’adolescenza fluida di Ana e del suo migliore amico Luís, vissuta dentro i margini dell’isola di São Miguel nelle Azzorre, legata alle proprie tradizioni ancestrali, dove però mancano prospettive economiche e lavorative. Un’isola che in qualche modo ritorna nel lavoro della Varejão, a partire da Amor Fati (presentato al BFM 2021), dove alcune coppie sembrano isolarsi nella loro condivisione dell’intimità. “L’idea dell’anima gemella, una ricostruzione iperrealista della complementarietà della coppia, che diventa antitesi di Lobo e Cão”- spiega il critico cinematografico Alessandro Uccelli – una pellicola che, su un’isola in mezzo all’Atlantico com’è São Miguel nelle Azzorre, mette in scena il dubbio di rimanere legati o andarsene, coltivato da Ana e dai suoi amici. Un gruppo di giovani che diventa una sorta di paradigma queer, formatosi nel posto più impensabile”.

Un aspetto curioso, quello di trovare una nutrita comunità queer su un’isola che ha circa 150mila abitanti. “Ogni ragazzo ed ogni ragazza all’interno del film sta compiendo un percorso alla ricerca del proprio posto nel mondo. Si palesa l’idea della ricerca di uno spazio al di fuori del binario della tradizione, una ricerca ardua da comprendere e che difficilmente potrà essere accettata dagli altri abitanti. In una scena riguardante una processione religiosa, ad esempio, alcuni ragazzi e ragazze si presentano truccati in maniera compostamente non pertinente al rito. Mentre le madri accettano un comportamento dei figli non strettamente inserito nel concetto di binarietà, per i padri questo diventa quasi un affronto. Un’alterità non accettata e non capita dai padri, che viene invece ricomposta all’interno di un discorso fluido da una solida linea matriarcale”.

Un discorso fluido che è viaggio di oscillazione tra due poli, tra maschile e femminile, tra modernità e tradizione, tra finzione e documentario. “Se viaggio a poppa sono con il cuore in Brasile, dove ho la mia casa, se viaggio a prua, sono con il cuore in Polonia, dov’è la mia casa” “Ma tu dove abiti?” “Né in Brasile, né in Polonia, semplicemente sono sospiro tra questi due poli”. Le battute di un dialogo tra Ana e l’amica Cloé spiegano il viaggio di oscillazione continuo del film, che si sposta tra due poli, senza mai decidere verso quale dirigersi.

Il lavoro di Cláudia Varejão prende forma da una forte matrice documentaria, un’osservazione rigorosa della realtà, con i ragazzi e le ragazze (attori non professionisti, appartenenti alla comunità locale) che si muovono in maniera libera e spontanea all’interno della scena.

Una libertà che incarna lo spirito stesso del festival Orlando. “C’è una grandissima libertà di sguardi e della forma cinematografica, oltre ad un’ampia libertà nell’uso del colore e del suono. Elementi che sottolineano la condizione di eccezionalità del luogo e della pellicola stessa”. Un’isola in mezzo all’oceano che metaforicamente rimanda anche all’insula, una zona del cervello umano, richiamata anche nella pellicola, dove sono situati i processi mentali legati all’emotività. “Ognuno di questi ragazzi queer non conformi rappresenta la geografia di un’isola che è metafora del proprio sentire. Cláudia Varejao guarda all’isola non come una limitazione, ma come un campionario di possibilità straordinarie”.
Possibilità che sottolineano una sorta di evoluzione, a partire da una fuga dalla tradizione. Così il titolo Lobo e Cão, Wolf and Dog, si rifà ad un passaggio da lupo a cane, da animale selvatico ad addomesticato, narrato attraverso un’apertura anche formale da parte della regista, che libera il film da esatte meccaniche di rispondenza di dettagli e simboli. “Dal film traspare un continuo confronto con l’isola, che si muove dalla fuga dalla tradizione ad un allentamento della forma cinematografica. Una finzione che si apre al documentario, lasciando trasparire la realtà attraverso una struttura porosa”. Un processo creativo che, attraverso uno sguardo sul reale, diventa sostegno sociale alla comunità queer dell’isola, spostando il concetto di libertà dal filmico alla realtà quotidiana.