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Bergamo, migliora il clima di fiducia: ma l’inflazione preoccupa le imprese

Secondo quanto rilevato dall’osservatorio congiunturale di Confcommercio Bergamo gli imprenditori bergamaschi dei segmenti Commercio, Turismo e Servizi vedono ‘rosa’: e non si tratta di ottimismo estemporaneo

Bergamo. Cresce, tra gli imprenditori e le imprese del Terziario bergamasco che gravitano nell’orbita di Ascom-Confcommercio, il clima di fiducia nei confronti dell’economia italiana. Ma, al tempo stesso, nell’ambiente serpeggia preoccupazione per l’andamento dell’inflazione, soprattutto per via dei nefasti effetti che potrebbe generare su fatturati e margini operativi.

Questo, in estrema sintesi, quanto emerso martedì mattina, alla presentazione dell’Osservatorio congiunturale Confcommercio Bergamo su Clima di fiducia e inflazione, da parte di Pierluigi Ascani (presidente di Format Research, società autrice della Ricerca bergamasca svolta in parallelo con una analoga, di respiro nazionale) insieme a Giovanni Zambonelli e Oscar Fusini (rispettivamente presidente e direttore di Ascom Confcommercio).

Nonostante il complesso scenario geopolitico internazionale, gli imprenditori orobici dei segmenti Commercio, Turismo e Servizi vedono ‘rosa’. Rispetto a sei mesi fa, quando l’indice della loro fiducia sui progressi dell’economia nazionale segnava un mesto ‘26’, a fine marzo il dato era salito di ben 17 posizioni, assestandosi a ‘quota 43’.

E che non si tratti di un ottimismo estemporaneo, lo conferma il dato previsionale relativo al semestre appena iniziato (maggio-settembre): imprese e imprenditori del Terziario bergamasco sono convinti della tenuta del tessuto economico del Paese. Tant’è che, per inizio autunno, l’indice ‘fiduciario’ è previsto in sostanziale ‘tenuta’, a ‘quota 42’ (un solo punto in meno rispetto a oggi). E ciò mentre, a livello nazionale, lo stesso indicatore dovrebbe flettere di un paio di punti: da ‘quota 39’ a ‘quota 37’.

Il clima di fiducia manifestato dal ‘campione’ selezionato da Format Research sull’economia nazionale, ha trovato riscontro anche sulle aspettative di crescita delle stesse imprese che hanno concorso alla Ricerca.

A fine marzo, infatti, è salito da ‘quota 40’ (di settembre 2022) a ‘quota 48’ il livello delle aspettative sul buon andamento dei risultati economici delle 700 imprese intervistate. E, proprio come nella precedente analisi previsionale, anche per fine settembre 2023 è prevista una leggera flessione (da 48 a 47) dell’indice che misura l’andamento economico generale delle singole imprese. Gli imprenditori bergamaschi del Terziario, insomma, sono più ottimisti della media dei loro colleghi italiani (il cui indice si attesta a ‘quota 45’).

“Dopo un triennio in cui non ci siamo fatti mancare niente” ha commentato con una buona dose di amarezza il presidente Zambonelli “restano tuttavia motivi di preoccupazione per le imprese del settore. A cominciare dall’inflazione: una vera e propria ‘tassa occulta’ per gli imprenditori”. “Gli imprenditori – ha aggiunto – stanno assorbendo in buona parte i maggiori costi, ma in generale si rileva una diminuzione della clientela e un timore per la tenuta per i prossimi mesi, visti gli aumenti previsti”.

Ricavi, Occupazione, Tempi di pagamento

L’indice dell’andamento dei ricavi è salito a ‘quota 48’ (5 punti in più rispetto a quello dello scorso autunno). La previsione, da qui a fine settembre, è che anche l’indicatore relativo a questo valore si assesti a ‘quota 47’.

L’indice dell’andamento occupazionale delle imprese del Terziario orobico è migliorato rispetto a settembre 2022, salendo da ‘quota 47’ a ‘quota 51’. L’assestamento per il prossimo autunno è peggiorativo con un’attesa perdita di 4 punti.

Le imprese del Terziario bergamasco segnalano poi l’allungamento dei tempi di pagamento, “ulteriormente peggiorato” per il 35% del campione. L’indice si è posizionato a ‘quota 33’, perdendo un punto rispetto all’autunno 2022, anche se la previsione dovrebbe riportarlo a ‘quota 35’ nel prossimo semestre.

L’inflazione e le sue conseguenze

Dopo la corsa degli ultimi mesi, i prezzi praticati dai fornitori registrano una leggera frenata. L’aumento è denunciato dal 68,9% delle imprese (contro l’82% rilevato nello scorso autunno), invariati per il 30,9%. Solo lo 0,1% li trova “diminuiti”. Secondo il 72% degli imprenditori, il secondo semestre dell’anno vedrà ancora i prezzi in crescita.

Ma qual è stato, finora, l’impatto della corsa inflattiva sui prezzi? Durante lo scorso anno, a seguito dell’aumento del costo dei fornitori, la maggior parte delle imprese (poco più del 70% del campione) ha aumentato i prezzi di vendita. In che misura? Il 39,8% ha dichiarato di “aver rivisto i listini in proporzione all’aumento dei costi”; quasi il 30% ha “ritoccato i prezzi il minimo possibile” (il 18,7% “in misura inferiore all’aumento dei costi” e il 12% “in misura molto inferiore all’aumento dei costi”). La restante fetta del campione, invece (poco meno del 30%), ha scelto di non aumentare i prezzi (assorbendo quindi i maggiori costi generati dall’inflazione), allo scopo di non affossare i consumi.

A cascata, l’esplosione dell’inflazione ha avuto un effetto sui volumi d’affari. Da ottobre 2022 a marzo 2023, un’impresa su quattro ha registrato contraccolpi: per il 53,1% delle imprese il livello dei ricavi è rimasto invariato, per il 46,9% l’impatto si è fatto sentire (sia in negativo sia in positivo). Il 9,6% ha registrato una riduzione sia dei ricavi sia della clientela e il 16,6% ha registrato una riduzione dei ricavi ma non della clientela. Unico risvolto positivo: il 20,7% delle imprese che hanno contribuito alla Ricerca, ha dichiarato di “aver registrato un aumento dei ricavi”.

L’inflazione ha giocato un ruolo rilevante anche sul fronte degli investimenti. Del 21,8% delle imprese che avevano pianificato di farne, ben un terzo rinuncerà o rimanderà gli investimenti immaginati, mentre un altro terzo li effettuerà solo in parte. Il 21% rimanderà a tempi migliori queste operazioni, mentre il 9% vi rinuncerà. Alta, la percentuale di chi non aveva pianificato alcun investimento: il 78,2%.

Ma quali impatti temono gli imprenditori, causa inflazione? Secondo il 29% del campione interpellato, il timore maggiore riguarda possibili erosioni dei margini; il 19% ritiene che ci possano essere effetti sul deterioramento della disponibilità della liquidità mentre per un’altra fetta di intervistati (anch’essa pari al 19%) c’è il rischio di una riduzione dei ricavi. Ad una diminuzione delle forniture per assortimento e gamma e ad una diminuzione delle forniture in quantità guarda con preoccupazione una fetta pari al 16% degli intervistati (equamente ripartita). Il 7% del campione pensa ad un possibile calo della clientela e un 6% ad una variazione degli investimenti programmati. Solo una percentuale pari al 4% pensa che tra gli effetti ci possano essere riduzioni del personale.

“La riduzione del costo delle bollette e il felice momento che sta vivendo il Turismo – ha detto il direttore Fusini – stanno riportando un po’ di ottimismo tra gli imprenditori del Terziario. Le cui imprese, però, sono ancora fortemente indebitate e l’aumento dei tempi di pagamento è un segnale di difficoltà”. “L’incremento dei prezzi – ha concluso Fusini – mette un tetto inesorabile alla possibilità di spesa delle famiglie”. Con le ineludibili conseguenze.