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Angelo Signorelli, papà del Bergamo Film Meeting: “Motore della divulgazione di un cinema di qualità”

Dopo l’annuncio a sorpresa delle sue dimissioni, parla a ruota libera del suo lungo rapporto con il Festival. Raccolgono la sua eredità Fiammetta Girola e Annamaria Materazzini

Bergamo. Ai più attenti non era sfuggita la condivisione della direzione artistica con Fiammetta Girola e Annamaria Materazzini, stampata nel colophon del catalogo dell’edizione 2023 del BFM, la 41ª.

In ogni caso la sera di sabato 18 marzo nessuno si aspettava l’annuncio, da parte di Angelo Signorelli, dell’affidamento in toto della direzione alle due colleghe. E c’è voluto qualche secondo per realizzare che in questo modo stava comunicando che lasciava la carica di direttore artistico, il ruolo che lo ha visto fautore imprescindibile del Bergamo Film Meeting; da qui l’incerto applauso del pubblico, che si è poi trasformato in una standing ovation, tributo spontaneo e affettuoso per Signorelli, tra i fondatori del BFM dall’ormai lontano 1983.

A un mese da quell’annuncio a sorpresa, lo incontriamo per una chiacchierata che approfondisca un po’ il suo rapporto col Festival, e sono con noi ovviamente anche Fiammetta e Annamaria per puntare lo sguardo anche sul futuro.

Angelo, che cosa era il BFM 41 anni fa e cosa è oggi? È cambiata la fruizione del cinema, è cambiato allora anche il ruolo di un festival come questo?

Alcune cose sono cambiate enormemente, sì. Basti pensare che nel 1983 c’era la pellicola e non esisteva il digitale, uno scenario completamente diverso. Oppure che per la sottotitolazione si stampavano copie apposite, un procedimento molto costoso; non parliamo poi delle complessità doganali. Siamo nati insieme al festival di Torino e esistevano poche altre manifestazioni del genere in Italia, non c’erano fondi e legami con le istituzioni europee. Era diversissimo il meccanismo dei finanziamenti che provenivano soprattutto dalla Regione, cospicui anche. Il Festival è stato fondato, oltre che da me, da Emanuela Martini, Piercarlo Nolli, Adriano Piccardi e Sandro Zambetti. Siamo partiti presentando venti titoli in concorso e una grande retrospettiva storica, in seguito qualche sezione limitata, e molto presto abbiamo espresso attenzione per il pubblico dei ragazzi. La prima edizione si tenne nel Settembre 1983, l’anno dopo a Luglio con un caldo infernale e indimenticabile, si optò poi per Aprile e rimase tale. Non è cambiato invece il ruolo e lo spirito del Festival: una manifestazione generalista con intenti di ricerca e conoscenza, per andare ben al di là di una vetrina ed essere piuttosto motore e stimolo della divulgazione di un certo cinema di qualità, della sua circuitazione nelle sale. Lo facevamo anche distribuendo “pacchetti” di film, come nel caso di Imamura. Un altro aspetto che non è cambiato è che il BFM non ha mai mollato, anche nei momenti difficili: abbiamo resistito a cambi di governo, nazionale e locale, con conseguenti diversi orientamenti verso il cinema e iniziative come la nostra, mutamenti delle linee distributive, finanziamenti in ritardo che costringevano a rilasciare garanzie personali. Nel tempo abbiamo visto l’affiancamento di fondazioni private con finanziamenti che hanno contribuito anche a rendere più efficiente la nostra struttura. Torno a sottolineare che in quarantun anni non è cambiato l’impegno di questo festival a far vedere alla gente buon cinema che altrimenti non vedrebbe, cinema tanto del passato – teniamo moltissimo a riproporre e far conoscere i classici – quanto del presente, nel senso di autori emergenti, ma non solo, produzioni indipendenti, opere provenienti da culture diverse.

Il rapporto del BFM con la città e della città con il cinema come è cambiato?

A Bergamo c’è una storia importante di attenzione al cinema. Negli anni Settanta con Lab 80 si arrivò a 6000 iscritti, numero che in rapporto agli abitanti era molto elevato. Il BFM si è innestato in questo tipo di cultura sul territorio e benché tra gli anni ’80 e ’90 ci sia stata una crisi generalizzata dell’associazionismo, tra il 2010 e il 2020 il pubblico del BFM è cresciuto stabilmente e molto. Poi c’è stato il COVID e il rapporto col pubblico si è proprio spezzato. A proposito di non arrendersi…, ma appena possibile siamo ripartiti e quest’anno la riteniamo la prima edizione di vero ritorno a pieno regime, con un’affluenza nelle sale che ci dice che il rapporto col pubblico si sta ricreando, la fiducia è tornata incrinando anche la fruizione da remoto che l’ha fatta da padrona durante la pandemia. C’è il desiderio di tornare in presenza, ma bisogna fare proposte di livello: per “Psycho” al Teatro Donizetti, con la colonna sonora eseguita in diretta dall’orchestra, abbiamo avuto una richiesta di più di 1000 biglietti.

Interviene Fiammetta Girola: Abbiamo avuto la conferma di un’attenzione importante, anche se il pubblico tende a farsi attrarre più dall’eccezionalità dell’evento – e il Festival è vissuto così – e non sulla consuetudine.

Ed ora ti cosa ti occuperai Angelo? Non ci crede nessuno che lascerai il cinema…

Resto a disposizione. La mia collaborazione ci sarà sempre, paradossalmente mi sento libero di lavorare giorno e notte, dedicarmi ad aspetti del cinema e del festival che mi sono sempre interessati. Con le mie colleghe c’è una sorta di “corrispondenza di amorosi sensi” e mi renderò utile.

Di questi 41 anni con il BFM cosa hai amato di più?

Quasi tutto potrei dire, ma soprattutto gli incontri con il pubblico, in cui si capisce che l’audiovisivo ha profondità a più livelli, ed emergono letture sociopolitiche, emotive, che scattano più facilmente quando si innesca una relazione diretta con gli autori, gli interpreti, i cineasti che vengono a trovarci. Non dimentichiamo che si chiama “Meeting” non Festival.

Di questa edizione appena conclusa quale film hai amato particolarmente?

Molti, ma “Mr. Nobody” mi è piaciuto particolarmente per l’intreccio tra scienza e fragilità di sentimenti, e passioni.

E il futuro del Bergamo Film Meeting? Lo chiediamo a Fiammetta Girola e Annamaria Materazzini?

“Certo, tocca a loro”, soggiunge Signorelli con un sorriso vispo.

Cosa vuol dire direzione artistica per un festival come il BFM e come vi dividete gli ambiti di lavoro?

FG: “Ereditiamo la gestione più collegiale voluta da Angelo negli ultimi anni – una volta era tutto più gerarchico – perciò non c’è una vera divisione di ruoli tra me e Annamaria. Ci si trova con un gruppo di lavoro allargato, dove ognuno propone la propria idea, poi magari noi due facciamo sintesi e ci prendiamo la responsabilità di decidere. Ma è un percorso condiviso”.

AM: “C’è forse più una divisione in ambito operativo, per cui Fiammetta ed io ci occupiamo delle varie sezioni – le retrospettive, gli Europe, Now!, i due concorsi – ripartendoci il lavoro”.

Il BFM ha una storia di investimento sulle persone, le risorse umane, voi siete cresciute internamente oppure no?

AM: Dagli anni 2000 frequento il BFM come spettatrice, ho una laurea specialistica in Cinema, Televisione e Produzione Multimediale presso Cinema presso l’Università degli Studi di Bologna, DAMS. Ho collaborato con l’archivio fotografico della sezione cinema della Cineteca di Bologna e con l’archivio fotografico del Museo Bernareggi di Bergamo. Poi mi sono occupata della valorizzazione e organizzazione dell’archivio Invideo e dal 2017 collaboro con Bergamo Film Meeting.

FG: Ero nel pubblico del BFM fin dalla prima edizione, e non ho più mancato questo appuntamento estivo, internazionale. Ho fatto il DAMS all’Università di Bologna e ogni anno appena finivo l’ultimo esame mi precipitavo al BFM. Dopo l’università, ho iniziato a collaborare col Festival. Sono stata maschera, poi nella segreteria, fino al coordinamento generale e poco alla volta sono arrivata a collaborare con la direzione artistica.

Sfide e obiettivi per il futuro?

FG: recuperare appieno il rapporto col pubblico e ricreare situazioni di socialità e condivisione, di mescolamento di pubblico e artisti. Tutto questo c’era e un po’ si è perso con la pandemia, recuperarlo è un obiettivo che si porta dietro una curiosità importante: vorrei capire come evolverà il festival rispetto alla fruizione del cinema. Abbiamo fatto l’esperienza dell’on line, che ci ha premiato come numeri ma non ha nulla di aggregante. Il Bergamo Film Meeting invece deve restare un evento di incontro tra le persone. Direi che è questa la sfida.

AM: A mio parere è obiettivo primario ragionare sui bandi, e i progetti da presentare, per rafforzare e far crescere la struttura e figure sempre più competenti. Anche curare li rapporto con le scuole è determinante, visto che ormai è esploso l’interesse per il cinema e il festival.

FG: con le scuole siamo riusciti a fare un buon mix tra visione con le classi on line e in sala, ma bisogna coltivare anche la passione per il film in pellicola e tenere monitorata la fruizione del digitale. Sono convinta che dobbiamo rivalutare la sala cinematografica. Il mio sogno nel cassetto è recuperare uno spazio piccolo, in centro città, per farne una sala per eventi culturali da tenere tutto l’anno, non solo legati al BFM e al cinema.

E lo Schermo Bianco di Lab 80 a Daste e Spalenga?

FG: va benissimo, e infatti lì c’è un proiettore 35 mm praticamente nuovo che viene usato per proiettare i “Sogni in pellicola” il lunedì, una rassegna di classici di tutti i tempi in 35mm realizzata in collaborazione con Lab 80. Ma penso a una sala in centro perché ho come la sensazione che il centro si stia svuotando. Pensiamo giusto rivolgerci ai nostri lettori per conoscere il loro punto di vista: passati i giorni bui della pandemia, vi piace sempre andare al cinema, immergervi nel “buio illuminato” della sala e poi incontrare gente, o preferite godervi il film sul divano di casa? Vi piacerebbe un piccolo posto in centro città dove ritrovarsi abitualmente anche a parlare di cinema? O basta l’offerta una volta all’anno del Bergamo Film Meeting? Vorreste più sale cinematografiche in città?