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“L’intelligenza artificiale supporta l’uomo, non lo sostituisce: ecco perché i timori sono ingiustificati”
Nel riquadro Marco Anzovino (Foto di Possessed Photography su Unsplash)

Marco Anzovino guida la Skyline, società di consulenza specializzata in innovazione digitale, e sfata alcuni miti legati all’IA: “Non è tema esclusivo delle grandi aziende e ormai non se ne può più fare a meno in ambito produttivo. L’uomo è sempre fondamentale e ne trae beneficio in termini di innalzamento della qualità delle sue mansioni”

C’è chi la vede come un supporto prezioso, per non dire fondamentale, nella vita di tutti i giorni, soprattutto in ambito industriale. Ma c’è anche chi ne è quasi terrorizzato e teme possa, un giorno, arrivare a sostituire completamente l’essere umano.

Ad accomunare sostenitori e detrattori dell’intelligenza artificiale c’è però un elemento: oggi, per i motivi più disparati, è sulla bocca di tutti e al centro del dibattito pubblico.

A Bergamo, Marco Anzovino è stato tra i primi a intuirne le enormi potenzialità: guida la Skyline, società di consulenza fondata nel 1984 che fa dell’innovazione digitale il proprio core business. Oggi occupa una quindicina di persone, molte delle quali vantano una collaborazione ventennale e una cultura del lavoro trasversale che, messe insieme, favoriscono una maggiore rapidità nella trasformazione digitale delle aziende.

Anzovino, cosa significa fare intelligenza artificiale oggi e cosa significava farla 40 anni fa?

Iniziamo col dire che la materia è la stessa di oggi, con le medesime basi teoriche di tipo statistico, ma ai tempi non potevano essere applicate perché mancavano due dei tre elementi fondamentali: c’erano gli algoritmi, ma non i dati da dare in pasto alle macchine e la potenza di calcolo delle stesse. Quindi allora si arrivò a un’altra diramazione, quella dei sistemi esperti, basati sull’inferenza logica e su un modello logico di formalizzazione dell’esperienza. Le cose sono cambiate quando abbiamo iniziato ad avere da un lato una grande mole di dati a disposizione e dall’altro la capacità di calcolo che sfruttano a pieno gli algoritmi statistici. I più “famosi” sono quelli di machine learning: la macchina impara, come dice la parola stessa, analizzando la disposizione di dati che si ripetono. Potremmo fare il paragone con una cucina: gli ingredienti sono i dati, la ricetta è l’algoritmo di machine learning, la preparazione è la predisposizione di un modello e il cuoco è il data scientist. Fare intelligenza artificiale significa elaborare sistemi in grado di sostituirsi all’uomo nello svolgere attività riconducibili all’intelletto umano.

Ed è sostanzialmente ciò che fa la sua azienda.

Sì, con innumerevoli applicazioni. E proprio perché innumerevoli noi ci siamo sempre occupati di trasformazione digitale e automazione industriale, ragionando su manutenzione predittiva e ottimizzazione della qualità. Bisogna però sapere come andare a correlare i dati: il punto è proprio questo, la correlazione.

Le richieste che vi vengono rivolte dagli imprenditori come sono cambiate?

In estrema sintesi potremmo dire che in ambito industriale 40 anni fa la volontà era quella di arrivare alla meccatronica e all’automazione. Oggi principalmente si parla di manutenzione predittiva.

E perché, secondo lei, l’intelligenza artificiale fa così paura?

Io credo che, innanzitutto, si stia un po’ abusando del termine in questo periodo. E che, soprattutto, ci sia molta disinformazione attorno a questo tema. Se ne sente parlare così spesso perché gli algoritmi possono essere applicati a tantissime tipologie di dati: dal riconoscimento delle foto alla guida autonoma delle vetture, dalla medicina alla diagnostica per immagini. Ne deriva una diffusione enorme dello strumento, ma ciò che va chiarito subito è che siamo di fronte a un software, come tanti altri. Sono programmi applicativi costruiti dagli esseri umani, ai quali manca una coscienza autonoma. In questo momento non sono paragonabili all’essere umano.

È forse quel “in questo momento” che spaventa?

Io ritornerei sulla disinformazione e un po’ anche a quel retaggio derivante dai film e dalla letteratura di fantascienza dove vengono descritti universi distopici nei quali l’intelligenza artificiale è riuscita a prevalere sull’essere umano. Ritengo che, come ogni strumento, anche questo dipenda molto dal modo in cui l’uomo lo utilizza. È un qualcosa che può progredire in quel senso? Al momento lo vedo come un qualcosa di lontano, anche se ovviamente non si può escludere a priori che con l’avvento di macchine di calcolo sempre più potenti, come i computer quantistici che già due aziende nel mondo stanno prototipando, dati a disposizione sempre maggiori e algoritmi migliori non si possa arrivare a un qualcosa in grado di simulare l’autocoscienza. Dall’altro lato, però, bisogna anche essere consapevoli che c’è un’altissima attenzione e grande vigilanza sul tema da parte della comunità scientifica e dei governi.

Allora perché è stato fermato ChatGPT in Italia?

Di certo non perché era pericoloso, ma per altre due ragioni: la prima è che violava le norme della privacy, attingendo a dati senza autorizzazione; la seconda, quella più veritiera, è che stava diventando un prodotto killer di tutti gli altri sul mercato. È a un livello di evoluzione tale che necessitava di una pausa di riflessione nel merito delle conseguenze che porterà.

Cosa vi chiede oggi l’imprenditore che vuole dotare la sua azienda di sistemi di intelligenza artificiale?

Le richieste sono quelle già anticipate di una manutenzione predittiva e dell’aumento della qualità. L’attenzione sul tema si è elevata di molto, anche se ancora notiamo che nella maggior parte dei casi non c’è una conoscenza precisa di tutto ciò che lo strumento può offrire. Nella mentalità comune ci sono concetti, derivanti dalla disinformazione, che non corrispondono alla realtà, mentre in ambito produttivo è un piacere andare a colmare quel gap informativo che ancora esiste.

Qual è il profilo del vostro cliente tipo?

In generale possiamo dire che il target è la Pmi della nostra regione: lavoriamo per l’80-85% con clienti italiani, prevalentemente del Nord Italia, e la restante parte all’estero. Proprio recentemente abbiamo realizzato un impianto in Messico, ad esempio. Però sfatiamo un mito: l’intelligenza artificiale non è materia esclusiva delle grandi aziende. Si può fare a ogni livello, senza alcun limite nella tipologia di campo di applicazione: è solo una tecnica di programmazione.

C’è qualcuno che magari vi chiede un intervento di questo tipo con l’obiettivo di ridurre il personale? La possibile sostituzione dell’uomo con una macchina è una delle paure più diffuse quando si ragiona sul tema.

Le applicazioni in ambito produttivo hanno come obiettivo finale l’efficientamento: riduzione dei costi e aumento dei ricavi, conseguentemente all’innalzamento della qualità del prodotto. La sostituzione di un uomo con una macchina? In modo provocatorio mi verrebbe da dire: ben venga!

In che senso?

Operai con una mansione più ripetitiva e che può essere sostituita da sistemi meccatronici avrebbero così la possibilità di scalare le proprie competenze. Chi prima passava il turno a pigiare un bottone in modo ripetitivo, oggi supervisiona guardando un display ed effettuando operazioni con un grado di soddisfazione maggiore. La macchina non sostituisce l’uomo nel senso di eliminarlo dall’azienda, ma lo affianca in un circolo virtuoso che porta a un efficientamento complessivo e a un innalzamento della qualità delle mansioni. E non dimentichiamoci che lo sostituisce anche nelle operazioni pericolose, dando un grosso ausilio nel campo della sicurezza. Infine, oggi c’è un’attenzione tale alle dinamiche sociali che impedirebbe un’operazione di quel tipo: dietro alla tecnologia c’è sempre un imprenditore con una responsabilità individuale, un’etica personale sociale e del lavoro che stanno alla base di qualsiasi decisione. Non ci sono strumenti buoni o cattivi: dipenderà sempre dall’uomo e io sono ottimista.

Ma al giorno d’oggi, secondo lei, si può fare a meno dell’intelligenza artificiale?

C’è chi sta provando a resistere, fermo sulle proprie convinzioni. Ma in ambito industriale non si può fare a meno di questo supporto. O meglio, si può, ma ci si troverebbe in una posizione di svantaggio e di rincorsa del mercato poi difficile da colmare.