Logo

Temi del giorno:

Il direttore di Donizetti Opera si racconta in una intensa chiacchierata tra il palinsesto della nuova stagione lirica, teatro e Raffaella Carrà

Bergamo. C’è che lui è uno di quelli che non smetteresti mai di ascoltare. O con cui, anche solo dopo due minuti di chiacchiera, usciresti a prendere un caffè. Ma non domani. Subito. E il perché è presto detto. Fatto salvo che ha una conoscenza della materia praticamente mostruosa, ha la rara capacità anche di saper appassionare. Dote non comune, specie quando la materia è complessa.

Sa spiegare, sa raccontare, sa trovare le parole giuste e, soprattutto, sa anche avvicinarti ad un mondo, quello della lirica, e dell’opera in generale, che ai più sembra sempre troppo lontano e impolverato. Una roba per boomer, ecco. Nessuna narrazione vetusta, piuttosto il contrario. Piuttosto la trasposizione di una forma d’arte tanto antica in un contesto moderno, snocciolata con parole così innovative che altro non possono fare che catturare l’attenzione dell’ascoltatore. Che resta a bocca aperta.
Francesco Micheli, in arte direttore artistico del Donizetti Opera, è così: un po’ incantatore di serpenti, un po’ sofisticato, un po’ distante ma mai distaccato. E c’è di certo che quando racconta di quanto sia cambiato il modo di fare l’opera, e ben s’intenda, quella lirica, non solo se la canta e se  la suona dall’inizio alla fine, in un soliloquio mai banale fatto di alti e bassi, intermezzato da frasi in dialetto di cui va fiero, considerate le sue origini val brembanine. Il tutto condito da una naturalezza che pare stia recitando la tabellina del 5.
Genio, precursore dei tempi. Bravissimo, a tratti scomodo. Visionario. Complicato e ingarbugliato come gli appunti che ama prendere con la penna inforcata nella sua mano sinistra, ma anche estremamente genuino. Protagonista in teatro e nella vita. “Folle e affamato”, avrebbe detto un grande.
Certo, lui è un professionista. Certo, è il suo mestiere. Certo, se non fosse bravo, bravissimo, non avrebbe girato il mondo, non sarebbe stato regista ricercato e cercato. E, certo, non si sarebbe inventato la Donizetti Night o la Preview della Prima o tante altre iniziative che ai signorotti della Bergamo bene hanno fatto storcere il naso, ma che, in realtà, altro che non sono che lo specchio dell’era moderna, il tentativo di avvicinare anche un’altra fetta di cuori ad una passione che, conosciuta, ti rimane attaccata addosso per sempre.
E se di visione sempre si parla, lui sa leggere praticamente tutto: dal piccino al macroscopico, in un turbinio di emozioni e di pensieri che paiono uscirgli dalla mente e dalla bocca come un vero e proprio flusso di coscienza. Come a dire che l’esigenza di raccontare e raccontarsi è tanta, del resto è un tratto tipico degli artisti, come la voglia di portare una parte di te sul palco. Lui non c’è, non si vede mai, con e senza il sipario alzato. Ma si sente.
Si vede, e guai se fosse il contrario, nelle scelte. Anche in quelle che accompagneranno questa nuova stagione. Un palinsesto ricchissimo e mastodontico, fatto di diluvi e ambiente, fatto di ritratti di eroine e di amori perduti. Lui che l’amore, e non si nasconde, lo racconta da omosessuale.
Non ci sta quando si tenta, per comodità, di incasellare le cose. Sempre e per forza. Non ci sta, soprattutto, quando lo si fa strumentalizzando un’opera, rivoluzionaria, di cui sta parlando tutta Europa, quella sulla Carrà, che lui tanto ha voluto. Un’icona per tantissime generazioni, un simbolo, un sogno. Lo stesso che aveva lui quando, da ragazzino, alternava le serata a teatro con la sua cattolicissima famiglia, alle immagini della tv che portavano in scena, tra gli altri, la diva dal caschetto biondo. Una donna che ha sdoganato tutta una serie di usi e costumi, una donna che, con il suo gesto di mandare in dietro la testa, scuotendo i capelli, altro non ha fatto che anticipare di oltre mezzo secolo, il “sentiti libera” di Chiara Ferragni.
Mentre tu ti rendi conto di quanto studio ci sia dietro la scelta, banalizzata volgarmente all’infinito, c’è che scopri un professionista con p maiuscola che sa anche misurare il fatto e il tempo delle cose come, ad esempio, la portata e il significato che doveva avere la festa di inaugurazione della Capitale della Cultura o il cartellone che prenderà vita da settembre in avanti.
E scopri l’uomo. Luccicante come le cinque giacche cambiate sul palco dei Nuovi Mille, sobrio come quella a costine di velluto blu indossata in una uggiosa mattinata di primavera. Con le sue passioni, con le sue emozioni e le sue fragilità, i suoi spigoli e le sue linee più morbide. Ed è bellissimo.