Morta nel rogo in ospedale, addetti antincendio a processo: “Colpito l’ultimo anello della catena”
Oriana Ruzzini (Apf): “Così si lascia inalterato tutto il resto, in Lombardia tante carenze sul tema della salute mentale”
Bergamo. Oriana Ruzzini è sempre stata sensibile all’argomento. Già nel 2021 presentò in Comune a Bergamo un ordine del giorno sul tema della salute mentale, ancor più urgente dopo la pandemia Covid.
“A distanza di anni la storia di Elena sbatte in faccia alla politica lombarda i drammi vissuti da troppe persone”, scrive in un post sui social la Consigliera di Palazzo Frizzoni, un recente passato nelle fila del Pd e ora in Ambiente Partecipazione e Futuro.
Elena Casetto è la 19enne che il 13 agosto 2019 morì nell’incendio che lei stessa avrebbe appiccato nel reparto di psichiatria dell’ospedale Papa Giovanni. A processo, per omicidio colposo, ci sono i due addetti della squadra antincendio all’epoca in servizio. Il pubblico ministero Letizia Ruggeri li accusa di negligenza, perché avrebbero ritardato i soccorsi.Nel corso dell’ultima udienza, il personale sanitario dell’ospedale ha riferito di aver visto i due intervenire “in maglietta a maniche corte”, “senza adeguati dispositivi di protezione”. “Ci urlavano di portare gli estintori e aprire le finestre”. Estintori che, è emerso in aula, furono portati a mano dai manutentori dell’impianto elettrico.
In aula, sotto l’attento sguardo del giudice Laura Garufi, si sono ricostruiti anche i minuti precedenti all’incendio. Minuti senza dubbio drammatici, per alcuni difficili da rievocare senza tradire un po’ di commozione. Si è parlato del perché Elena fosse contenuta a letto (“l’abbiamo trovata con un lenzuolo stretto al collo, voleva farsi del male”) e del protocollo che imporrebbe di chiudere a chiave la stanza della paziente per non farne entrare altri. Altro delicatissimo capitolo, quello dei controlli e delle perquisizioni per sequestrare eventuali oggetti pericolosi. Come l’accendino che la giovane avrebbe usato per dare fuoco alla stanza (o per bruciare le cinghie che la vincolavano a letto, ipotizzano i vigili del fuoco). Un accendino, è emerso finora, venne trovato sotto il corpo senza vita della ragazza. I resti di un altro erano nella stanza e quel mattino, prima del disastro, un’infermiera ne trovò un altro sul comodino.
Ruzzini, da osservatrice interessata, si domanda: “Che cosa c’è di sensato nel legare, lasciare da sola, chiudere a chiave e poi andarsene una persona che pochi istanti prima aveva tentato il suicidio? Qualcuno ha messo in discussione quel protocollo dopo l’accaduto? Come si può non disporre di spazi aperti, di un giardino dove respirare e camminare, di laboratori dove liberare creatività ed abbassare il livello di stress e tensione? La struttura è cambiata dopo la morte di Elena?”. Concentrandosi sul “mancato soccorso – rincara la dose – si colpisce l’ultimo anello della catena (il servizio antincendio, ndr) lasciando inalterato il resto”.
Nel suo Ordine del giorno, Ruzzini parlava delle poche risorse destinate alla salute mentale. “Meno del 3% del costo della Sanità lombarda – spiega -, percentuale quasi dimezzata rispetto al 5% raccomandato dal Ministero”. L’assenza di percorsi alternativi e risorse comporta elevati tassi di Tso. “A Bergamo sono mediamente 300 l’anno, ma non c’è un vero e proprio osservatorio. Inoltre, lunghi ricoveri nei reparti, oggi saturi, e permanenze nelle residenze anche per molti anni, privano i pazienti, spesso contenuti farmacologicamente, di ogni possibilità di reintegro nel contesto sociale. La carenza di presidi territoriali dedicati alla psichiatria – conclude – era già drammatica prima. La pandemia ha esasperato la situazione, rendendo ancor più urgente la realizzazione di centri di salute mentale, di servizi a sostegno delle famiglie, ma anche il rinnovamento dei reparti ospedalieri”.


