L'approfondimento
ChatGPT bloccato dal Garante della Privacy: cos’è successo
Secondo l’autorità governativa la piattaforma sarebbe colpevole di aver raccolto dati personali in maniera illecita, con l’aggravante di non aver previsto misure di controllo adeguate per i minorenni.
Lo scorso venerdì il Garante della Privacy ha destato scalpore a livello internazionale, decidendo di bloccare il servizio AI ChatGPT sul territorio italiano. Secondo l’autorità governativa la piattaforma sarebbe colpevole di aver raccolto dati personali in maniera illecita, con l’aggravante di non aver previsto misure di controllo adeguate per i minorenni.
Cos’è ChatGPT?
Presentato al pubblico negli ultimi mesi del 2022, ChatGPT è un modello di intelligenza artificiale conversazionale che ha da subito catturato l’interesse generale, coinvolgendo anche i meno “tecnologici”. La piattaforma ha registrato numeri da record in tempi brevissimi: a due mesi dal suo lancio il servizio contava già 100 milioni di iscritti (di cui 1,4 italiani), diventando l’applicazione con la crescita più rapida di sempre dal punto di vista del bacino utenti.
L’intervento del Garante: dati personali e tutela dei minorenni
Una crescita così esponenziale ha creato un vero e proprio patrimonio di dati relativi agli utenti, la cui gestione ha però preoccupato sensibilmente le autorità italiane.
Dopo una serie di accertamenti giuridici, il Garante ha infatti intimato a ChatGPT di fermare il servizio nel nostro paese. I motivi legati al provvedimento riguardano principalmente l’illegittimità del trattamento dati: secondo il Garante, il servizio non dispone di una base giuridica adeguata. In altre parole, ChatGPT non ha un motivo valido per raccogliere e conservare i dati degli utenti.
L’autorità italiana ricorda inoltre l’assenza di un’informativa privacy adeguata, in grado di informare gli utenti su tutti i dati raccolti durante l’utilizzo dell’intelligenza artificiale.
Un’altra preoccupazione riguarda l’assenza di controlli per i minori di 13 anni. Secondo il Garante, il servizio di chat non avrebbe infatti fornito controlli e/o limitazioni adeguate a rendere l’accesso impossibile ai più piccoli.
Il GPDP ha richiesto a OpenAI (la società creatrice del servizio) di adeguare il servizio alle disposizioni governative entro 20 giorni, prevedendo sanzioni che possono arrivare a 20 milioni di euro o al 4% del fatturato in caso di mancato intervento.
La risposta di OpenAI
OpenAI non ha tardato a rispondere, chiudendo immediatamente il servizio per gli utenti italiani.
Nella comunicazione presente sul sito emerge chiaramente la posizione dei realizzatori di ChatGPT, che ritengono di offrire un servizio in linea con gli standard di privacy europei. La società ha comunque affermato di essere disposta a collaborare con i vertici italiani.
Nella giornata di ieri si è svolto un incontro tra le parti , in cui l’organizzazione statunitense si sarebbe impegnata ad inviare un documento contenente delle modifiche in linea con le direttive del Garante. L’autorità italiana esaminerà le proposte di OpenAI e risponderà di conseguenza, valutando il rispetto delle normative europee.
Garante Privacy e AI: ChatGPT non è la prima “vittima”
ChatGPT non è in realtà il primo applicativo di questo tipo ad essere colpito dal Garante della Privacy italiana. Poco più di 2 mesi fa la nostra autorità nazionale aveva infatti bloccato Replika , un chatbot basato sull’intelligenza artificiale colpevole di reati simili a quelli indicati ora.
Anche se ogni caso prevede una valurazione separata, il precedente non è incoraggiante: Replika non è ancora disponibile in Italia, e probabilmente non lo sarà più.
L’opinione di un avvocato: dubbi più che fondati
Nonostante il susseguirsi delle polemiche di addetti ai lavori e critici, il GPDP ha sollevato delle questioni molto importanti, ribadite da diversi organi nazionali in tutto il mondo.
ChatGPT rappresenta senza dubbio un’importante svolta tecnologica, che ha da subito dimostrato applicazioni concrete in ambito privato e aziendale. Nessuno può negare la potenza di uno strumento simile, ma la questione è un’altra.
Per quanto possa risultare scomodo, tutelare la privacy online delle persone è fondamentale. Gli stessi utenti hanno riconosciuto un’importanza sempre maggiore al rispetto dei propri dati personali, che non devono essere usati in modi impropri e senza alcuna regolazione. L’assenza di un’informativa privacy adeguata per la piattaforma rappresenta infatti un grosso problema, che non può essere ignorato in nome dell’innovazione.
Allo stesso modo, la totale mancanza di meccanismi di controllo dell’età costituisce un’altra questione problematica, che non può essere sminuita come un semplice cavillo tecnico.
Tutelare la sicurezza dei minori su Internet è ormai un imperativo da anni, e l’ascesa di piattaforme basate sull’AI deve porre maggiore attenzione su questo tema, non ridurla.
I veri limiti di questa iniziativa riguardano il sistema giuridico in generale, che ancora una volta ha dimostrato mancanza di coordinamento a livello europeo. È infatti chiaro che un provvedimento di questa portata avrebbe necessitato di un’azione congiunta degli organi di più paesi, piuttosto che di azioni slegate e prive di coerenza.
Emerge infine un grosso problema in termini di efficienza: in uno scenario in cui gli strumenti e i comportamenti online cambiano radicalmente in pochi mesi, la creazione e la promulgazione di leggi che regolino il diritto digitale non può richiedere anni. L’iter legislativo deve quindi snellirsi ed imparare a tenere il passo del mondo web, che procede a ritmi fulminei.
Testo a cura dell’Avv. Silvano Sacchi, studio legale Sacchi & Associati


